martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Islam e la corretta interpretazione
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 02-11-2017


Islam e terrorismo. Il Mattino 1

di Ugo Intini

Anche dopo il nuovo, terribile attentato di New York, molti commenti diranno che la religione islamica produce inevitabilmente l’odio fanatico verso i costumi occidentali. La realtà è però del tutto diversa. Guardiamo ad esempio all’Egitto, che raccoglie la metà del mondo arabo. E che spiega con la sua storia le posizioni appena espresse dal presidente Gentiloni nella visita di questi giorni alle capitali del Golfo.

Il legame tra il Re dell’Egitto e il nostro era il simbolo di un rapporto assolutamente simpatetico con l’Occidente in generale e con il nostro Paese in particolare. Non per caso l’ambasciata dell’Egitto a Roma si trova nella villa reale (quella dove Vittorio Emanuele arrestò Mussolini) e lo stesso Vittorio Emanuele nel 1943 riparò in esilio ad ‘Alessandria d’Egitto, dove morì. Nell’800, un patriota Mazziniano livornese sveglio (Pietro Avoscani), sedicente architetto, costruì i teatri dell’opera di Alessandria d’Egitto e del Cairo. Quest’ultimo si trovava in una piazza accanto al più grande albergo della città, assomigliava alla Scala e le dame egiziane scollate in gran soirée passavano da un cocktail direttamente al teatro. È stato distrutto da un incendio nel 1971 e la ministra della Cooperazione di Mubarak, Fawzia Abul Naga, aveva chiesto nel 2009 agli italiani di ricostruirlo. Perché? Perché era un simbolo e si voleva ricreare un moderno stile di vita occidentale nello splendido quartiere liberty, oggi degradato, che lo circonda. Ricordando a tutti che Il Cairo era storicamente la città del sofisticato liberty europeo, non del fondamentalismo islamico. Abul Naga adesso è diventata il consigliere del presidente Al Sisi per la sicurezza, una lady di ferro alla guida della lotta contro i terroristi, che recentemente hanno ucciso 18 poliziotti egiziani nel Sinai.

Cacciato l’ultimo re Faruk (più felice nella via Veneto della Dolce Vita che al Cairo), arrivò al potere il colonnello Nasser, che godeva di un assoluto consenso popolare. Ma guardava non più alle teste coronate europee e al capitalismo occidentale, bensì al marxismo. Esattamente come nelle nostre università del tempo. Lo faceva sulla base dell’ideologia ma anche della realpolitik anticolonialista. Quanto alla ideologia, traeva ispirazione dal cosiddetto “socialismo arabo”: una rivisitazione del marxismo occidentale adattata alle tradizioni locali, che è stata elaborata da intellettuali musulmani, cristiani e atei. E che ha ispirato i primi passi verso il potere di Saddam Hussein a Baghdad e di Hafiz Assad (il padre dell’attuale presidente) a Damasco. Costruttori di regimi spietati, sì, ma assolutamente laici, che facevano sfilare le donne perfettamente vestite da soldato e a capo scoperto come simbolo dell’emancipazione femminile.

A parte la politica, per avere un’idea sulla occidentalizzazione del costume nel secolo scorso, d’altronde, basta guardare i film dell’epoca, prodotti spesso a Beirut, che era considerata la Hollywood araba, dove i cristiani e i musulmani appartenenti alle classi dirigenti (tutti religiosi osservanti) andavano insieme al night e mandavano a scuola le figlie (anche quelle musulmane) dalle suore francesi del Sacro Cuore (cristiane sì, ma ottime educatrici, anche oggi, di fanciulle da marito nella buona società).

Quanto alla realpolitik, il Nasserismo (come il “socialismo arabo” in Iraq e Siria) cercava una sponda anticolonialista nella Russia non solo laica ma antireligiosa, dalla quale comperava i Mig da combattimento e i carri armati (molti dei quali ancora in funzione).
Caduto l’impero sovietico, finì la moda marxista, ma non quello occidentale (sempre conciliata con l’osservanza musulmana). Il successore di Nasser (il suo vicepresidente Anwar Sadat) aveva il tipico bozzo sulla fronte (formatosi premendola infinite volte sul pavimento per pregare). Ma era passato dall’alleanza con Mosca a quella con Washington e, pur religiosissimo, aveva continuato a combattere implacabilmente (come Nasser) il fondamentalismo islamico, rappresentato dal partito della Fratellanza Musulmana, dichiarato fuori legge. Che infatti nel 1981 lo fece assassinare. Una camionetta carica di congiurati travestiti da soldati aprì il fuoco sulla tribuna delle autorità durante la tradizionale sfilata militare. Il più alto in grado a salvarsi passando tra una pallottola e l’altra (Hosni Mubarak) diventò presidente al posto di Sadat, continuando esattamente la sua politica. Con particolare enfasi per i diritti delle donne, dei quali era grande paladina la moglie Susanna, che si presentava elegante e disinvolta come una signora dei Parioli a Roma o di via Montenapoleone a Milano. E collezionava lauree honoris causa nelle università europee.

La primavera araba (iniziata al Cairo) portò al potere con regolari elezioni proprio il leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi. Ma con il consenso di soli 13 milioni di elettori nel ballottaggio (e di 6 al primo turno) su 50 milioni di aventi diritto al voto. E con l’immediata dimostrazione che i fondamentalisti islamici predicavano sì la democrazia, ma subito si organizzavano per creare regimi autoritari, che cancellassero la laicità, la libertà delle donne e il rispetto per le altre religioni. Il capo delle forze armate Al Sisi, sostenuto proprio da queste elites filo occidentali, ha fatto un colpo di Stato non dissimile da quello condotto nel 1992 dai militari algerini dopo la vittoria nel primo turno elettorale del partito islamico. E’ riuscito poi a farsi legittimare da elezioni simili a quelle vinte da Morsi e ha evitato (sino a oggi) l’aperta guerra civile (con oltre centomila morti) che ha devastato l’Algeria dopo la defenestrazione dei dirigenti islamici.

Anche Al Sisi è religiosissimo: benedetto dalla grande imam dell’università coranica Al Azhar ( la più prestigiosa del mondo islamico) e sostenuto dal re saudita, ovvero dal “Custode delle Sacre Moschee della Mecca e di Medina” (considerato come tale al vertice dell’autorevolezza tra i religiosi sunniti). Che i militari egiziani, come quelli algerini, siano il baluardo contro il fondamentalismo islamico non può stupire. In mancanza di solide tradizioni democratiche, rappresentano una tecnocrazia efficiente, disciplinata e meritocratica. Svolgono il ruolo modernizzatore che fu della borghesia in Europa e costituiscono l’ossatura delle rispettive Nazioni. Per questo la loro guerra contro il fanatismo religioso è all’ultimo sangue. La combattono proprio in nome della Nazione, che da sempre –non lo si deve dimenticare- tutela in Egitto una minoranza cristiana copta di oltre il 10 per cento della popolazione.
Quello del Cairo e un caso eccezionale? Niente affatto. Ad esempio il re del Marocco non accetta lezioni in tema di religione, perché è un discendente diretto di Maometto. Ma ricorda con orgoglio che la Francia filonazista del regime di Vichi tentò nel 1941 di imporre la persecuzione degli ebrei a Rabat come a Parigi. E fu bloccata dalla intransigente opposizione di suo nonno Maometto V che li mise sotto la sua personale protezione e li invitò addirittura solennemente alla festa del trono, sfidando i francesi.

La tolleranza nei tempi più recenti è nel mondo musulmano una parentesi anomala? Niente affatto. L’impero ottomano assoggettò sì popoli cristiani, come i bulgari o i serbi, ma senza problemi li lasciò coltivare la loro fede. E nello stesso Medio Oriente garantì parità di diritti a una minoranza cristiana che raggiungeva il 20 per cento della popolazione.

Tutti i fatti elencati ce li siamo sognati? La verità è che vengono cancellati da due minoranze (di demagoghi irresponsabili quella di tradizione occidentale e di mentecatti sanguinari quella musulmana). Due minoranze le quali di fatto, inconsapevolmente, per raggiungere lo stesso obbiettivo: far credere che intolleranza e fanatismo siano la caratteristica naturale dell’Islam.

Ugo Intini

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