martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Manovra, incentivi per assumere e le novità dell’Isee
Pubblicato il 08-11-2017


Manovra

ECCO GLI INCENTIVI PER ASSUMERE UNDER 35

La decontribuzione del 50% per 36 mesi è riconosciuta “limitatamente alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2018 “, “ai soggetti che non abbiano compiuto il trentacinquesimo anno di età”. E’ quanto si legge in una bozza della Legge di Bilancio che l’AdnKronos è stata in grado di anticipare.

Al fine di promuovere l’occupazione giovanile stabile, ai datori di lavoro privati che, a decorrere dal primo gennaio 2018, assumono lavoratori con contratto di lavoro a tutele crescenti è riconosciuto, per un periodo massimo di 36 mesi, l’esonero dal versamento del 50% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Inail”: “Resta ferma l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche”, si legge nella bozza.

Dicembre 2018 – L’esonero, si legge, “spetta con riferimento ai soggetti che, alla data della prima assunzione incentivata ai sensi del presente articolo, non abbiano compiuto il trentesimo anno di età e non risultino essere stati occupati a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro”. Limitatamente alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2018, “l’esonero è riconosciuto ai soggetti che non abbiano compiuto il trentacinquesimo anno di età”.

Licenziamenti – L’esonero contributivo, si sottolinea, “spetta ai datori di lavoro che, nei sei mesi precedenti l’assunzione, non abbiano proceduto a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo ovvero a licenziamenti collettivi nella medesima unità produttiva”.

Aliquote fiscali – Inoltre, tra le altre misure, c’è la proroga del blocco degli aumenti delle aliquote fiscali dei comuni al 2018. “Al comma 26, le parole ‘e 2017’ sono sostituite dalle seguenti: ‘, 2017 e 2018′”; “per l’anno 2018, i comuni che hanno deliberato ai sensi del periodo precedente possono continuare a mantenere con espressa deliberazione del consiglio comunale la stessa maggiorazione confermata per gli anni 2016 e 2017” si legge nella bozza della Legge di Bilancio.

Obbligatorio da settembre dell’anno prossimo

ISEE PRECOMPILATO: LE NOVITA’

A partire dal 1 settembre 2018 la dichiarazione sostitutiva unica (DSU) per il rilascio dell’Isee sarà precompilata dall’Inps in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate. Non sarà più possibile, a partire da quella data, utilizzare il sistema manuale di compilazione.

Lo stabilisce in via ufficiale, dopo le numerose anticipazioni degli ultimi mesi, il decreto legislativo n. 147/2017, pubblicato in Gazzetta Ufficiale venerdì scorso 13 ottobre. Si tratta dello stesso decreto che introduce il Reddito di inclusione Rei, per richiedere il quale a partire dall’anno prossimo sarà necessario anche presentare l’indice Isee.

Come funziona la nuova Dsu precompilata – Come specificato dal D.Lgs. n. 147/2017, dunque, a decorrere dal 2018 l’Inps e l’Agenzia delle Entrate dovranno precompilare la Dsu utilizzando tutte le informazioni già in loro possesso, e dunque diminuendo il rischio di errori e distrazioni. L’Istituto si servirà dei dati dell’Anagrafe Tributaria, del Catasto e dei propri archivi, nonché delle informazioni su saldi e giacenze medie del patrimonio immobiliare del nucleo familiare comunicate ex art. 7 del D.P.R. n. 605/1973 e del D.L. n. 201/2011. Ulteriori informazioni riguardanti la retribuzione dovranno essere fornite dai datori di lavoro.

Servirà per il Rei – L’Isee che potrà essere calcolata dalla nuova Dsu precompilata sarà necessaria, tra le altre cose, proprio per la richiesta del Reddito di inclusione: per ottenere il Rei sarà necessario avere un indice non superiore a 6mila euro, oltre che un Isee non superiore ai 3mila euro.

Disponibile in via telematica – La Dsu precompilata dall’Inps sarà resa disponibile mediante i servizi telematici dell’Istituto direttamente al cittadino, che potrà accedervi anche per il tramite del portale dell’Agenzia delle entrate attraverso sistemi di autenticazione federata, oppure a mezzo di centro di assistenza fiscale (Caf) conferendovi apposita delega.

La Dsu precompilata potrà essere accettata o modificata, fatta eccezione per i trattamenti erogati dall’Inps e per le componenti già dichiarate a fini fiscali, per quali vale ciò che è stato dichiarato. Laddove la dichiarazione dei redditi non sia stata ancora presentata, le relative componenti rilevanti a fini Isee possono essere modificate, fatta salva la verifica di coerenza rispetto alla dichiarazione dei redditi successivamente presentata e le eventuali sanzioni in caso di dichiarazioni false.

Tasse

ITALIA DA RECORD PER PRESSIONE FISCALE

Italia al secondo posto nell’Unione europea per aumento della pressione fiscale rispetto al pil: dal 2005 al 2015 l’incremento è stato il secondo più alto dl’Europa a +3,2%, più del doppio della zona euro a +1,5% e più del triplo della Ue a 28 paesi a +1%. E’ quanto emerge dal rapporto Taxation Trends in the European Union 2017 della Commissione europea.

Tabelle alla mano, in dieci anni (2005-2015) in Europa il paese che ha segnato il rialzo più significativo è stato la Grecia (+4,5), sotto il peso dell’austerity imposta dal piano di salvataggio Ue. Ma attenzione essere al primo posto in Ue per incremento del peso del fisco sul pil non vuol dire avere le tasse più alte dell’Unione, perché ogni paese ovviamente parte da livelli differenti. Nel caso della Grecia infatti ad esempio nel solo 2015 la tassazione è stata pari al 25,7% del pil, pari a 45 miliardi di euro in valori assoluti; contro il 30,2% dell’Italia a quasi 496 miliardi di entrate fiscali totali, e in lieve calo rispetto al 30,3% del 2014.

Al terzo posto per incremento del fisco nel 2005-10 il Portogallo, altro paese sottoposto ad un piano di risanamento europeo, +2,8%, in ex equo con l’Estonia. Nello stesso decennio in esame la Germania ha segnato +2,3%, la Francia +2,2%.

Tra i paesi che invece hanno ridotto il peso della pressione fiscale nel 2005-10, troviamo l’Irlanda -6,3%, la Svezia -3,2%; la Lituania -2,9%, la Spagna -0,9% tra le differenze più rilevanti. Ma anche in questo caso va segnalato che un calo della pressione non equivale a tasse più basse: ad esempio le tasse della Svezia, che ha segnato una forte flessione del peso fiscale, erano al 40,5% del pil nel 2015.

Italia al top tra i ‘vecchi’ paesi membri (esclusi quelli dell’Est Europa dunque) anche per l’aliquota Iva. Sebbene la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia negli ultimi quattro anni abbia scongiurato nuovi rialzi (per trovare un livello inferiore bisogna andare al 2013, al 21%), l’imposta sul valore aggiunto italiana resta elevata rispetto alle maggiori economie europee, al 22% nel 2017.

Al primo posto nel Vecchio Continente troviamo la Danimarca dove l’Iva svetta al 25%, seguita dall’Irlanda al 23%. In Germania l’Iva è saldamente ferma al 19% dal 2007; in Francia è ferma al 20% da 4 anni.

Bollette

ECCO QUANDO CONSERVARLE

Conservare una bolletta pagata di gas, luce, acqua o telefono è molto importante perché a volte rappresenta l’unica difesa del consumatore. Ma per quanti anni va tenuta? Tutto ciò che rientra nell’erogazione di servizi pubblici di consumo – si legge su guidafisco.it – devono essere conservate per 5 anni a partire dalla data di pagamento della bolletta. In questo lasso di tempo, il gestore del pubblico servizio, può richiedere copia del pagamento come dimostrazione della regolarità del versamento.

Quindi se si è pagata una bolletta il 10 ottobre 2017 si può buttare solo dopo 5 anni e solo dopo il 31 dicembre, quindi dal 1° gennaio 2022 il credito cade in prescrizione e quindi non è più esigibile da parte del gestore e il cliente ha diritto a non dover dimostrare il pagamento.

Se invece la bolletta è stata buttata prima dei 5 anni, il cliente dovrà ripagare la bolletta che non risulta contabilizzata dal gestore perché non può dimostrare l’effettivo pagamento.

Carlo Pareto

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