lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Musical, fiducia, diritti e tradimento. Detroit, Hostiles e Sirene
Pubblicato il 20-11-2017


detroitIl 23 novembre uscirà nelle sale “Detroit”, film per la regia di Kathryn Bigelow nella selezione ufficiale della XII Festa del cinema di Roma. In più in queste settimane è in onda la nuova fiction “Sirene” che, tra l’altro, ben descrive il tema del tradimento grazie al personaggio di Francesca, di cui veste i panni Lorena Cacciatore. Quest’ultima sta per sposarsi con Gegè de Simone (Michele Morrone) che, nonostante le sembianze umane, è il tritone Ares di cui è ancora perdutamente innamorata la sirena Yara (Valentina Bellè). Lei, con la sorella e la madre, finisce nel B&B di Salvatore Gargiulo (interpretato da Luca Argentero) detto Sasà, un allenatore di pallavolo. Per aiutare la giovane a riconquistare Gegè, Sasà cercherà di sedurre Francesca, che cede alle sue attenzioni nonostante sia a un passo dalle nozze. Dunque le sirene (richiamo un po’ al film “Splash” di Ron Howard del 1984, tanto che loro usano un motore di ricerca che invece di Google si chiama così) non conosceranno solo l’amore, ma anche il tradimento. E così sarà per gli umani. Tradimento in diversi sensi: sia per il fatto di avere un’altra relazione prima del matrimonio, sia per le bugie che ci si dice, sia per la confusione tra finzione e realtà, tra mondo umano e marino delle sirene. Tra ciò che si racconta e ciò che è.
Ma esiste un altro tipo di tradimento più ampio: il tradire i diritti inviolabili di una persona o la sua fiducia. Se Yara si sente privata del diritto di poter amare Ares (che sente “suo”) e, al contempo, di poter essere una sirena felice, è proprio il film “Detroit” ad illustrare la lotta per vedersi riconosciuti i propri diritti umani, ad essere se stessi, rispettati, secondo il riconoscimento dei diritti razziali, al di là di ogni discriminazione; anche in un’America multi-etnica e multi-culturale. Se Ares nella mitologia viene identificato come il dio della guerra, il film della Bigelow ben descrive un fatto storico, una sorta di guerra civile: quella che avvenne nel 1967 nella città degli Stati Uniti. All’epoca la polizia uccise tre afroamericani, su cui si accanì in maniera violenta (ferendo centinaia di altre persone innocenti), vittime della loro rabbia feroce e cieca e immotivata, basata su un odio xenofobo ingiustificato e irrazionale. Un po’ come avviene nelle banlieues parigine, qui la convivenza tra bianchi e neri è difficilissima e durissima. Non a caso l’America è stata la patria della guerra d’indipendenza e ha visto anche un’altra lotta per ottenere la “libertà” da ogni forma di ghettizzazione. Simile a quello che avvenne nel capoluogo della contea di Wayne (nel Michigan) lo è stato anche per gli indiani d’America (ridotti in schiavitù nelle loro “riserve”). Sterminati, denominati “pellerossa” o “indios” dai colonizzatori, furono salvati dai missionari cattolici, è il film “Hostiles” (regia di Scott Cooper, sempre nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma 2017) a raccontare i duri e atroci scontri che agitarono il Messico e tutto il Sud America prevalentemente: intere popolazioni di indiani, ma anche di americani, sterminati con terribili razzie, saccheggi e distruzione di interi villaggi e famiglie. Sullo sfondo c’è questa parte di storia e la trama ben delinea la volontà di mettere fine a tutte queste sofferenze derivanti dal fatto di essere “ostili” (come cita il titolo del film). Nemici che si (auto)distruggono. Il protagonista è un capitano dell’esercito (interpretato da Christian Bale) che deve portare in salvo un capo Cheyenne (ferito in punto di morte che vuole tornare “a casa sua”, di cui veste i panni Wes Studi). Le loro vite si incroceranno a quella di una vedova a cui hanno ucciso tutta la famiglia (marito, due figlie e l’ultimogenito neonato): un’intensa ed eccellente Rosamund Pike, che spesso ha dovuto recitare senza parlare, solo con un’espressività del volto; spettacolare. Allora sembra che ci si chieda quasi: vale davvero la pena scontarsi? A cosa porta essere l’uno contro l’altro? Del resto è stato lo stesso Mahatma Ghandi a promuovere la nonviolenza (ahimsa) nella cosiddetta satyagraha (resistenza all’oppressione) con una resistenza pacifica non violenta nella disobbedienza civile. Pensiero che ha guidato molti altri noti difensori dei diritti civili: da Martin Luther King, a Nelson Mandela, ad Aung San Suu Kyi.
E che dire, a proposito di Italia, di “Una questione privata” di Paolo e Vittorio Taviani. Siamo nel 1943, tempo dunque di resistenza e di giovani che partono partigiani. Come Giorgio e Milton (interpretati da Luca Marinelli e Lorenzo Richelmy), che si contendono l’amore di Fulvia (Valentina Bellè). Milton scoprirà che forse lei l’ha tradito con l’amico Giorgio. Il film si regge sulla colonna sonora di “Over the rainbow”, e tratta le medesime tematiche della lotta per la liberazione dal regime di oppressione del (nazi)fascismo per il trionfo dell’unità e dell’uguaglianza, del tradimento (e della gelosia), sempre nella cornice bellica di una guerra come il conflitto mondiale. Basato sul capolavoro di Fenoglio, la trama è simile a quella di “Fango e gloria – la Grande Guerra”, per la regia di Leonardo Tiberi (del 2014) con Valentina Corti, Eugenio Franceschini e Francesco Martino che danno vita a un triangolo tra amicizia e amore. Agnese (Valentina Corti) è divisa tra il fidanzato Emilio (Francesco Martino) e le attenzioni dell’amico Mario (Eugenio Franceschini). I due giovani partiranno per il fronte e anche lei andrà a lavorare (come tutte le altre donne al posto degli uomini) in fabbrica, sognando il matrimonio con Emilio. Ambientato in Emilia Romagna è un docu-film, con immagini di repertorio ripescate dall’archivio dell’Istituto Luce e con la voce narrante del milite ignoto: un giovane sconosciuto morto per la patria, che non è stato possibile individuare, che potrebbe essere chiunque dei ragazzi partiti per il fronte con tante speranze.
Se l’impostazione di “Detroit” e “Hostiles” è la stessa, abbastanza drammatica nella sua rappresentazione cruda, dura e violenta – molto intensa e profonda -, a vincere il premio Panorama Italia nella sezione “Alice nella città” è stato un film divertente, che mostra un altro tipo di tradimento. Si tratta di una sorta di musical: “Metti una notte”, per la regia di Cosimo Messeri (con Amanda Lear, Cristiana Capotondi ed Elena Radonicich). Protagonista è lo stesso regista nei panni di Martino, un giovane entomologo (che studia gli insetti) molto erudito (usa solerzia invece di dire prontezza e scrupolosità nello svolgere un compito, un lavoro o un mestiere, un’attività). Tornato a Roma dalla Svizzera, lo zio gli chiederà di guardare la figlia di alcuni amici (Linda) poiché la sua babysitter (Gaia, interpretata da Cristiana Capotondi) è occupata; ma vi troverà anche la stravagante ed estroversa nonna della bimba (Lulù, Amanda Lear). Strada facendo incontrerà un suo vecchio amore del liceo: Tea (Elena Radonicich). O almeno così gli pare. Scoprirà che Tea non era Tea; e non solo per un eventuale scambio di persone, ma perché lei si approfitta dei suoi buoni sentimenti e lo inganna. Tradisce la sua fiducia. Così come spesso ci fidiamo troppo dell’altro, anche di chi non conosciamo. Martino è un uomo onesto, sincero, un po’ ingenuo, crede fermamente nella sincerità degli altri e nella loro buona fede. Si fida insomma e si comporta con altruismo e generosità. Mentre “la gente è quello che sembra”; cioè se uno somiglia a un delinquente o un ingannatore, un truffatore, probabilmente lo è. E lui sarà molto ingannato e raggirato. Un po’ incompreso, denigrato e deriso per il suo interloquire iperbolico e filosofeggiante, è lui stesso ad ammettere che “a volte la testa gli parte e le parole non tengono il passo”. Ossia resta senza parole, incapace di esprimere i propri sentimenti e di (re)agire. Per questo lo zio ritiene che, per uscire dal suo “marasma sentimentale” ci voglia “qualcosa di più travolgente”. La sua lezione è: “detesta gli errori, ma comprendi gli erranti”. Sbagliare è umano e, in fondo, la vita è “un misto di ansia e fatalità”, che ha in sé la parola fato: “bisogna crederci, è tutta un’illusione”. Bella la parte finale in cui, per la prima volta, dopo tanti battibecchi Gaia e Martino riescono a parlarsi solo guardandosi negli occhi. Il film ci insegna in maniera delicata a non tradire mai la fiducia dell’altro, i suoi sentimenti, ad accettarlo così com’è.
In questo validissimi altri due film della sezione “Alice nella città” della Festa del cinema di Roma. Entrambi sempre una sorta di musical: il genere è ritornato in auge qui alla Festa del cinema di Roma e non accadeva dai tempi dello strepitoso “Mental” di P.J. Hogan (con Liev Schreiber, Toni Collette, Anthony LaPaglia, Caroline Goodall); una commedia strabiliante che, attraverso la musica, trattava la malattia mentale. E mentale è proprio l’aggettivo giusto per descrivere il più corretto approccio all’altro, alla diversità, ossia basandosi sull’affinità empatica, emotiva, irrazionale: quell’alchimia che provoca una reazione chimica incontrollata e istintiva, naturale, senza passare per l’aspetto fisico esterno e l’esteriorità e l’avvenenza fisica. Quasi una scossa che la nostra psiche, anche a livello inconscio, subisce (che ci fa riconoscere tutti simili se non uguali, o comunque ci mette in sintonia con l’altro e ci si intende al volo).
Quella che vuole dare, ad esempio, il protagonista di “Freak show” (basato sul romanzo di James St. James), diretto da Trudie Styler (con Alex Lawther, Bette Midler, Annasophia Robb, Abigail Breslin, Laverne Cox): Billy Bloom (con l’interpretazione da premio Oscar di Alex Lawther). Discriminato, emarginato, quasi ghettizzato e vittima di bullismo perché considerato diverso e non conforme ai canoni comuni e sociali condivisi nel suo liceo, combatterà la sua battaglia per il rispetto della persona umana nella sua diversità e nei suoi diritti inviolabili a modo suo. Affronterà intolleranza, violenza e bullismo in maniera drastica. Amando vestirsi in maniera eccentrica, deciderà di candidarsi a reginetta del liceo, nelle elezioni di fine anno. Andando contro tutto e tutti, contravvenendo a qualsiasi moda e regola tradizionali e più conformiste e conservative. Isolato da tutti, anche in maniera offensiva, perché omosessuale, lui porterà avanti l’idea di tirare fuori, proteggere, manifestare, esibire senza vergogna, difendere e lottare per mostrare la parte freak che c’è in ognuno di noi. Il “freak” letteralmente è una “persona eccentrica, stravagante, strana” perché magari vista come diversa; in realtà Billy (omaggio forse a Billy Elliot per la sua passione per la danza) si riferisce alla parte più infantile, nel senso di incontaminata, schietta e sincera, immune da ogni forma di preconcetto, pregiudizio o di odio, per cui non si teme di essere se stessi. Anzi il suo invito è a comportarsi con il cuore, in maniera spontanea, senza temere il giudizio degli altri o solo per farsi “accettare” dalla massa. Paladino di questa libertà assoluta di essere autentici, senza censure, senza limiti né vincoli né obblighi o costrizioni. Non ha paura di andare sino in fondo a questa lotta per un ideale in cui crede molto (al di là di quale sarà l’esito delle votazioni dei suoi compagni). E la musica non poteva che essere la protagonista e il volano perfetto per veicolare un messaggio del genere. Pensiamo in passato alle canzoni “Freak of nature” di Anastacia o “Il bimbo dentro” di Tiziano Ferro.
E che dire, poi, dell’altro film (non meno forte emotivamente, sempre a musical) di “Saturday Church” di Damon Cardasis, che si regge sull’intensità espressiva di Luka Kain? Il giovane attore veste i panni del protagonista Ulysses ovvero Ulisse (che vive una sorta di Odissea personale che è un romanzo di formazione molto struggente). Anche lui vittima di bullismo perché omosessuale, vivrà esperienze molto forti soprattutto perché un ragazzo adolescente di colore del Bronx. Un 14enne come lui a New York per crescere deve conoscere realtà molto dure, che condividerà con altri neri come lui di una comunità transgender. Non sarà facile farsi accettare e superare certi traumi di violenze e abusi, ma la musica può aiutare ad estraniare la sofferenza che si ha dentro quantomeno: diventa un modo per parlare, comunicare e comprendersi, capirsi e aiutarsi. Molto sensibile, per quelli come Ulisse è facile rimanere terribilmente feriti dalla crudeltà di un mondo violento. Il diritto ad essere liberi sarà una dura conquista: un po’ come andare in Chiesa il sabato, luogo dove si è tutti uguali e fratelli e ci si vuole bene, ci si rispetta e ci si aiuta uno con l’altro (forse questo un po’ il senso del titolo: senso di comunità da riscoprire, ritrovare e diffondere). Film come “Freak show” non premiato, ma che tratta in modo simile temi speculari. Per il diritto alla diversità gridato da più fronti. Nel cast di “Saturday Church” (in cui molto rigida e un po’ bigotta, autoritaria e severa è la zia Rose del ragazzo) anche: Margot Bingham, Regina Taylor, Marquis Rodriguez.
Infine, a proposito di accoglienza, inclusione, rispetto e accettazione dell’altro, lotta all’emarginazione anche attraverso la religione, non si può non citare un altro interessante film (non premiato) della sezione “Alice nella città”: “Beyond the sun” di Graciela Rodriguez Gilio e Charlie Mainardi. Un invito a scoprire il Vangelo e a praticarlo con coraggio, in maniera semplice e spontanea, con il Catechismo e soprattutto parlando a Dio attraverso un raccoglimento intimo e il dialogo (parola quanto mai importante che viene introdotta). “La paura è un’illusione”, con “forza e coraggio” si può arrivare a scoprire e sentire la fede, a conoscere e diffondere la parola di Gesù, seguendo il suo esempio (come fecero gli apostoli). Questo l’insegnamento per cinque bambini di culture e mondi diversi, da parte dello stesso Santo Padre. Eccezionalmente, infatti, Papa Francesco appare nel film per esortare a seguire un cammino apostolico, per quanto insidioso e difficile, ma senza paura appunto; nonostante possa risultare astioso e pericoloso a tratti, irraggiungibile o impossibile da conseguire e perseguire. L’amore di Dio è in ogni cosa, la parola di Gesù e gli insegnamenti della religione e del cristianesimo sono nelle piccole cose della vita di tutti i giorni, nei semplici gesti.

Molto originale come gli altri nell’affrontare temi particolari e insidiosi con disinvoltura e nel parlare in maniera semplice e diretta, molto chiara, al pubblico di ogni età. Per una sorta di piccola grande rivoluzione non-violenta (per ritornare al punto di partenza d’avvio).

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