mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nick Bollettieri si racconta. “Per il successo reagire
e crederci sempre”
Pubblicato il 02-11-2017


tennisLa storia di chi ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia del tennis. Stiamo parlando di Nick Bollettieri e della sua controversa scuola di tennis a Bradenton in California. In questa accademia, un po’ atipica e innovativa, sono cresciuti i più grandi campioni di sempre: le sorelle Williams, Anna Kournikova, Maria Sharapova, Jim Courier e soprattutto André Agassi. Con ognuno di essi seppe creare un rapporto forte e per tutti fu una figura paterna. Ma quella con il talento di Las Vegas fu una relazione allenatore-tennista mai vista prima. Il film si incentra molto su questo legame che durò dieci anni, da quando André aveva 13 anni. Il maestro Bollettieri si racconta senza cesure, in maniera diretta. Il docu-film raccoglie persino le testimonianze di tennisti con cui ha lavorato.
I suoi metodi e la sua scuola sono stati spesso criticati fortemente; ma Bollettieri non se ne cura. Voleva allenare un campione e c’é riuscito. Voleva essere un vincente tra i vincenti e lo é stato. Non solo Agassi, ma tutti i grandi tennisti usciti dalla sua accademia hanno collezionato insieme complessivamente 180 Grand Slam. Poco importa quali mezzi si sono dovuti adottare. Consapevole di aver fatto degli errori, non ci pensa, non si preoccupa se ha dovuto ferire qualcuno, lui reagisce e basta. Va avanti e non si è mai curato di dimostrare chi fosse. Il momento di lavoro che ama di più é la costruzione e se non c’è più nulla da edificare se ne va. Per lui non esiste il ‘non ce la faccio’, perché dirlo equivarrebbe già ad una sconfitta. Non gira molto intorno ai discorsi Nick Bollettieri. Istintivo, diretto, quasi spudorato, non ha paura di rivelarsi per chi è: un uomo con i suoi limiti, ma pur sempre un essere umano. Quasi un visionario, di sicuro un rivoluzionario, con un’indole ribelle e irascibile, forse anche per questo si affezionò alla ‘rockstar di Las Vegas’ – come Jimmy Courier chiamava Agassi -. Ammette che è stato molto contento dell’esperienza di questo docu-film perché gli ha permesso di conoscersi meglio.
Ma chi è veramente Nick Bollettieri? Forse un esempio basta a far capire la personalità carismatica di un uomo self-made, cresciuto solo grazie alla sua determinazione; che non amava perdere o che lo si contraddicesse, e che sapeva essere molto convincente. Anche quando nessuno credeva nel talento di Agassi e che avrebbe potuto vincere uno Slam, Bollettieri andò da lui e gli disse: “vedi un orologio al mio polso?”. Non ne aveva e il tennista rispose “no”, allora Nick replicò: “non permettere a nessuno di dire che non c’è”. Gli insegnò a non avere paura, a non esclamare mai: “non ce la faccio”; “vedi – gli spiegò – é come attraversare la strada con un’auto che sta arrivando a 160 km/h: devi attraversare e basta e non dire ‘non ce la faccio'”.
Il docu-film é un po’ un dietro le quinte del tennis, che mostra tutto il duro lavoro e il sacrificio che c’è dietro. E non solo da parte di chi lo gioca. Con il punto di vista originale di un allenatore, fa riscoprire tutta l’umanità di questo sport. Anche dei suoi ‘lati oscuri’. Anche per questo Bollettieri é stato definito un life-coach ante-litteram.
Senza mezzi termini Bollettieri afferma che la cosa più difficile del tennis é che non ci sono vie di mezzo: é uno sport per lo più fatto di uno contro uno; o vinci o perdi, il pubblico è con te e per te o contro di te. Per questo è molto ‘mentale’. Non è tanto una questione di tecnica e di talento. Non solo, almeno; ma principalmente uno sport di testa. A fare la differenza sono passione, volontà e disciplina. Tanto che anche per tutto lo staff che lavora con lui nella sua scuola, non ci sono orari e la dedizione e l’impegno massimi.
Da qui l’originalità del titolo: “Love means zero”. Quando l’arbitro chiama il punteggio ‘0’ può dirlo in inglese: ‘love’, ma ‘love’ rimanda anche all’amore e alla passione per questo sport e zero al fatto che anche Bollettieri é partito da ‘zero’ a costruire il successo. Giocava all’università e, per mantenere la famiglia, decise di iniziare a insegnare tennis. Lo aiutò lo zio che gestiva la raccolta dell’immondizia.
Subito fece parlare di sé, anche per le regole controverse che instaurò nella scuola. Obbligava i ragazzi che accoglieva a pulire i bagni e le macchine, apparecchiare, accordare le racchette. In cambio dava vitto e alloggio come in un college. Solo i più bravi avevano diritto di mangiare, vivere, dormire e stare a casa sua. Così facendo creava gelosie e invidie che molti ritenevano discriminatorie, in quanto potevano ferire e deludere a morte (umanamente) gli ‘esclusi’, gli ‘sconfitti’. Se non si facevano progressi e non si cresceva secondo il programma di lavoro, si poteva persino essere cacciati via dall’accademia. Un sistema ferreo e crudele – forse – con il quale il suo obiettivo era alimentare la competizione e scatenare (per poi incanalare) la rabbia, da dove nasce il massimo rendimento in campo. Ma lui non pensava a tutto questo. Lui era concentrato sui risultati. Certo che ha fatto a volte anche scelte sbagliate – lo ammette -, ma forse anche quelle erano necessarie. Lui non si è mai fermato a pensare – confessa -: “e se fosse sbagliato?”; perché, se lo avesse fatto, probabilmente non sarebbe arrivato dove è giunto. “Chi è Nick Bollettieri? Questo è Nick Bollettieri”, risponderebbe. L’ambizione fatta persona. L’incoscienza e l’irruenza istintiva e immediata di chi vuole il massimo. Esigente, ma severo anche con se stesso. Seppe fare delle rinunce. Per seguire Agassi lasciò in tronco la sua prima moglie – che gli disse di scegliere tra lei e il ‘mascalzone’ -. Prese i suoi panni ancora nella lavatrice da lavare, li mise in uno zaino e se ne andò. Le lasciò casa e auto. Aveva scommesso su André e non avrebbe mollato finché non avesse raggiunto il traguardo. Nick Bollettieri é uno che va fino in fondo – nel bene e nel male – alle cose e non è disposto a fermarsi prima.
“Love means zero” (per la regia di Jason Kohn) non è un film su di lui, ma sul tennis: su questo sport e chi lo ha fatto; raccontandolo tramite le storie dei campioni (come Courier ed Agassi) e di grandi allenatori come lui. Non è solo gioie e sorrisi per le vittorie, ma anche tante lacrime per le sconfitte. É uno sport duro per il dolore di delusioni amare che possono arrivare dopo tanto lavoro. Una partita di tennis non è mai finita sino all’ultimo punto e può rigirarsi in qualsiasi momento ed essere stravolta perché – appunto – é uno sport mentale e di testa innanzitutto – ribadiamo -. Questo, forse, il più grande insegnamento che ci vuole lasciare Bollettieri. Per questo la determinazione é tutto.
Così all’immagine di un uomo spietato, crudele, cinico, si associa la parola psicologia. Per lui fu sempre tutta una questione di psicologia: tanto nell’attitudine in campo dei suoi campioni, quanto nel suo rapporto con i suoi allievi. Per farli crescere fece sempre quello che riteneva necessario, costi quel che costi. Anche a malincuore. Anche separazioni dolorose, a partire da quella con Agassi. Per questo ogni esperienza vissuta con loro sarà indelebile e lo resterà per entrambi. Del resto lui stesso era convinto che “le cose belle non durano per sempre”. “Tutto ha un prezzo”, non nega, che si deve essere disposti a pagare se si vuole arrivare in alto.
Però ha imparato ad apprezzare l’importanza degli “aggiustamenti”, i cambiamenti senza stravolgimenti. Questo conduce al successo. Un po’ come un compromesso interiore, individuale ed implicito che si deve fare innanzitutto con se stessi. Essere un tennista vuol dire diventare una ‘superstar’ – spiega nel docu-film Jim Courier definito “La Roccia” per la solidità dei suoi colpi (ma Nick scelse di sedersi sulla panchina di Agassi) – un divo, un mito, un esempio; ma occorre anche imparare ad accettare le critiche e controllare e gestire tutte le ‘pressioni’ soprattutto psicologiche, che si avranno su di sé. Anche per tale ragione é uno sport mental

Barbara Conti

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