martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Diritto di difesa. L’Avvocato minacciato di morte
Pubblicato il 28-11-2017


avvocato difensorePrima di parlare delle minacce di morte rivolte a un avvocato che difende un ragazzo accusato di due omicidi e processato a Nuoro, vorrei citare due persone. Un mio vecchio maestro di giornalismo che diceva sempre che le domande migliori sono quelle alle quali non ti rispondono; e un vecchio compagno di partito che affermava che “noi socialisti siamo (anche, aggiungerei io senza un filo di ironia) figli del dubbio e non dobbiamo mai smettere di porci delle domande”. Quindi, parafrasando Pirandello e i suoi Sei personaggi in cerca di autore, in questo articolo troverete diverse notizie, e tante domande in cerca di risposta.

La storia di una chat dell’odio era nell’aria da tempo, ed era stata anche già segnalata, ma la vicenda ha assunto connotati inquietanti dopo le minacce di morte via facebook rivolte, appunto, a uno degli avvocati che difende Alberto Cubeddu, sotto processo a Nuoro perché accusato del duplice omicidio di Orune-Nule, in concorso con il cugino Paolo Pinna.

Minacce oggetto anche di una interpellanza parlamentare presentata dal deputato Pd Emanuele Cani il 22 novembre scorso, e che ben riassume il clima che ha avvolto sin dall’inizio le indagini e che potrebbe aver contaminato anche i processi ai due cugini. Ma cosa potrà accadere dopo le risposte dei ministri? Ormai siamo giunti alla scadenza della legislatura, sarà forse il prossimo Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta su questo e altri aspetti legati ai due processi?

Nell’interpellanza è scritto che: “I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’interno, il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:

nei giorni scorsi gli organi di stampa regionali e non solo hanno riportato la notizia di gravi minacce rivolte a una avvocata del foro di Sassari, difensore in un delicatissimo processo in corso davanti alla Corte d’assise di Nuoro;

l’avvocata è stata minacciata di morte su una pagina facebook che si occupava da tempo dei fatti al vaglio della magistratura nuorese e la cui attività palesemente offensiva e dispregiativa di tutti i difensori impegnati nel processo, era già stata segnalata alla Corte d’assise di Nuoro nel corso del predibattimento;
in particolare, le minacce nei confronti dell’avvocata sono state postate da persone ben individuate e comunque collegate alle vicende all’esame della Corte di Nuoro;

gli interpellanti, anche in considerazione del ripetersi in varie sedi di atteggiamenti aggressivi ed intimidatori nei confronti di avvocati impegnati in pubbliche udienze nella tutela del diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione, sono molto preoccupati per il clima che si sta creando:

se i Ministri interrogati siano stati a conoscenza dei gravissimi episodi riportati in premessa e quali iniziative di competenza intendano porre in essere per prevenire e contrastare tali gravissimi episodi assicurando che i professionisti minacciati possano continuare a svolgere il proprio lavoro in sicurezza;

se siano state attivate, per quanto di competenza, tutte le strutture deputate, inclusa la polizia postale, per individuare le pagine dei social media caratterizzate da spirito di totale intolleranza nei confronti della funzione difensiva e addirittura insofferenti anche nei confronti della stessa giurisdizione penale e dei suoi legittimi richiami al rispetto delle regole del processo”.

L’interpellanza fa notare che nella black chat alcuni soggetti spargevano odio con scienza e con coscienza, e non poteva non chiedere l’intervento della polizia postale, e delle altre strutture deputate a svolgere le indagini. Incidentalmente le indagini potrebbero essere affidate a soggetti “terzi” e non locali, che non guarderebbero con fastidio e sospetto il lavoro dei difensori e dei giudici.

Riassumendo la vicenda, di cui abbiamo già scritto, l’8 maggio 2015 viene assassinato a Orune, con tre colpi di fucile calibro 12, Gianluca Monni, studente di 18 anni. Secondo l’accusa, la sera prima i due cugini avrebbero anche sequestrato e ucciso Stefano Masala, di Nule, per rubargli l’auto usata la mattina dopo per commettere l’omicidio. Auto che è stata bruciata la sera del giorno del delitto in aperta campagna, mentre il corpo di Masala non è stato ancora ritrovato.ALBERTO CUBEDDU (a sinistra) e PAOLO PINNA

Alle radici dell’omicidio, secondo l’accusa, un brutale pestaggio in due tempi, avvenuto la notte del 13 dicembre dell’anno prima, dopo che Paolo Pinna (accompagnato a Orune da Stefano Masala) avrebbe molestato la fidanzata di Monni durante una festa da ballo organizzata per Cortes Apertas. Pinna, al culmine di un diverbio, avrebbe puntato una pistola su Monni ma sarebbe stato disarmato dagli amici del giovane e poi pesantemente picchiato. Prima all’esterno della sala e poi fuori dal paese, dove era stato organizzato un blocco stradale. Un pestaggio talmente pesante che, come ha dichiarato qualche testimone durante le indagini, Stefano Masala avrebbe lavato il sedile della macchina per ben due volte, tanto era pieno di sangue.

Mentre Paolo Pinna, minorenne all’epoca dei fatti, processato col rito abbreviato, è stato condannato in primo grado a 20 anni dal tribunale dei minori di Sassari, e il 5 dicembre dovrebbe arrivare la sentenza di appello, il processo ad Alberto Cubeddu si sta svolgendo, appunto, in assise a Nuoro.

E proprio a Nuoro, in apertura dell’udienza del 17 novembre scorso, uno degli avvocati difensori di Cubeddu ha fatto scoppiare la bomba leggendo le minacce di morte ricevute via web, come commento dei suoi interventi all’udienza precedente, svoltasi il 19 ottobre. Minacce apparse in un post del gruppo Facebook “Vogliamo Stefano a casa”, nato per dare un sostegno morale alla famiglia Masala ma che, anche secondo l’interrogazione parlamentare, era diventato una vera e propria chat dell’odio.

Qualcuno potrebbe considerare queste minacce un fatto normale, uno dei tanti impedimenti e intimidazioni nei confronti del collegio di difesa dei due imputati. Qualcuno ha scritto di “minacce più o meno velate”, quasi a sminuire la portata l’episodio, ma l’aria che si respirava all’inizio dell’udienza era carica di tensione. Di chi non voleva che se ne parlasse? Di quando le sentenze si scrivono su fb e sui giornali e il processo diventa un siparietto inutile e fastidioso? Eppure si tratta di diritti che la Costituzione garantisce a tutti e in tutta Italia, Sardegna compresa. Come pure le norme dovrebbero garantire un tranquillo e “normale” svolgimento dei processi.

E vediamole le “più o meno velate” minacce: “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. C’è forse bisogno di grandi studi per interpretare una frase del genere? Parole roventi come piombo caldo, scusate, pesanti come macigni, precedute da “Ci vuole coraggio a dire certe cose in aula” e “Hai perso l’occasione per stare zitta”. Riportate nel post in italiano e in sardo, giusto per farsi capire da tutti. Ma se c’è qualcosa di “velato” non è certo in queste frasi, e chissà se al termine delle indagini richieste dall’interrogazione parlamentare non si arrivi ad accuse tipo l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Come, forse, non era esattamente corretto il progetto di una manifestazione da tenersi all’ingresso del Tribunale di Nuoro, sempre organizzata dal gruppo, quasi a fare pressioni anche sui giudici perché non osassero esprimere un verdetto diverso dal loro. Manifestazione annullata all’ultimo momento con grande fastidio di qualche iscritto.

Adesso la famiglia Masala ha chiuso il gruppo dichiarando che era nato anche per avere un sostegno morale e che ha sempre rispettato tutti, compresi gli avvocati difensori. Anche se bisogna specificare che precedenti segnalazioni della difesa su contenuti censurabili, sempre postati sul gruppo, erano rimaste inascoltate, come è scritto anche nell’interpellanza.

E viene proprio da domandarsi quando arriverà la regolamentazione anche per i contenuti dei social media, nel senso che se io scrivo sull’Avanti le stesse frasi rivolte all’avvocato sulla black chat, e se vengono pubblicate sfuggendo ai controlli, succede un casino nero e, oltre le sanzioni penali, mi cacciano dall’Ordine. Lo scrivo su facebook ed è normale, anzi sono uno fico.

Di questo storia, prima che arrivassero le minacce di morte, ne avevo avuto notizia anche io mesi fa: l’avvocato mi aveva parlato di un gruppo facebook dai contenuti lerci, pesanti, sembrerebbe fatti anche da miei e da suoi colleghi, ma non ha voluto rilasciare interviste, e io non ho chiesto copia degli screenshot perché volevo che a parlarne fosse il diretto interessato.

Magari ricordo male, però non avendo sponda ho preferito glissare sull’argomento, anche perché senza la documentazione in cassaforte mai avrei potuto scriverne. L’avvocato ha preferito far esplodere il caso nel corso dell’udienza, e questa è una scelta che rispetto. Come rispetto quella di esserci mollati dopo la mia richiesta di intervistare non solo i difensori ma anche i familiari dei due ragazzi accusati del duplice omicidio.

Per mia scelta, invece, ho dimenticato i nomi dei giornalisti e degli avvocati iscritti al gruppo, e che hanno usato linguaggio e modi che i rispettivi Ordini professionali potrebbero censurare. Nomi che mi sono giunti all’orecchio anche qualche giorno fa, ma che potrebbero essere falsi e oggetto di una delle tante campagne denigratorie e di vendette personali legate a questi strani processi. Anche questa volta niente screenshot, che sembrano più riservati della data di nascita di Amanda Lear che, a sua volta, è più segreta della combinazione della cassaforte di Fort Knox. Il giudizio su giornalisti e avvocati che hanno usato la black chat per spargere odi e veleni lo lascio ai rispettivi Ordini professionali, così come obbligati dalla legge, ovviamente solo dopo che un fatto così grave è stato provato dall’analisi degli screenshot.

Visto che le minacce di morte all’avvocato sono solo la punta dell’iceberg, aveva ragione Roberto Pinna, padre di Paolo, quando, dopo la condanna del figlio in primo grado, ha dichiarato che: “Il processo andava fatto a Roma. Qui c’era troppa pressione, l’opinione pubblica aveva già deciso.”?

Su questo argomento si può citare testualmente l’articolo 45 del codice di procedura penale: “In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l’incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell’imputato, rimette il processo ad altro giudice”.

Continuando con le domande, l’avvocato aveva già segnalato la chat dell’odio durante il predi battimento in assise a Nuoro, come mai è stata presa sottogamba? Quanto ha inciso la campagna d’odio della black chat e della stampa in generale che hanno condannato da subito i due cugini? Quanto sono stati condizionati, per esempio, i giudici popolari dell’assise di Nuoro, che non sono delle comparse ma ai quali la legge affida compiti importanti?

In luoghi normali un avvocato riceve minacce di morte? I genitori degli imputati vengono presi a fucilate, come è capitato a Roberto Pinna? E i testimoni diventano un bersaglio mobile? Uno dei testi della difesa, non ancora chiamato a deporre, infatti, il 30 settembre scorso è stato ferito da una fucilata, calibro 12, sparatagli da un ancora sconosciuto aggressore. Un errore nel prendere la mira o un messaggio preciso, una intimidazione per garantirsi una testimonianza addomesticata? Non si era ancora diradato il fumo della polvere da sparo che qualche giornale ha scritto che il fatto non era legato al processo in corso a Nuoro. Indagini alla velocità della luce o poteri divinatori? Poteva essere un messaggio trasversale alla ex ragazza chiamata a deporre qualche giorno dopo?

E ancora. Come reagirebbe o avrebbe reagito vostro padre se foste tornati a casa esibendo una pistola, sottratta magari a uno che ve l’aveva puntata contro? Degli altri non so, ma il mio a calci in culo mi avrebbe portato dai carabinieri. Il resto me lo avrebbe dato con calma dopo. E poi si sarebbe veramente arrabbiato. Sicuramente non avrebbe discusso della restituzione con il padre del ragazzo al quale l’avevo sottratta. Dato che un’arma serve per compiere atti delinquenziali, cosa ne fa un bravo ragazzo di una pistola che, incidentalmente, si è tenuto senza pensare di consegnarla alle forze dell’ordine? Se la tiene sotto il cuscino e ci si fa le pugnette?

Visto che a Cortes Apertas sarebbe stata usata una pistola, come mai nessuno ha chiamato i carabinieri per denunciare il fatto? Non si dovrebbero comportare così i bravi ragazzi? Se tutto è nato quella maledetta notte del 13 dicembre 2014, l’intervento delle forze dell’ordine avrebbe evitato che si arrivasse agli omicidi?

Continuiamo con il pestaggio in due tempi di cui è stato vittima Paolo Pinna. L’organizzazione dell’agguato all’uscita del paese, con un’auto che ha bloccato la strada e le altre disposte in posizione strategica, è frutto di un caso o di una ben oliata macchina da guerra messa in piedi da quei bravi ragazzi di Orune (almeno uno con la pistola che avrebbe sottratto a Pinna)? Una testimone ha dichiarato nell’udienza del 5 ottobre scorso che: “Gianluca Monni aveva cominciato a spingere Paolo Pinna, appoggiandosi a lui e dicendo parole tipo gay”. Sta a vedere che il presunto molestatore è stato in realtà molestato e, magari, si è anche picchiato da solo. Quante volte era già successo che il branco puntasse un forestiero per poi massacrarlo di botte all’uscita del paese, lontano da occhi e orecchie indiscreti? Qualcuno ha indagato, così tanto per scrupolo? O si è preferito puntare su due presunti bad boys senza cercare altrove?

E a proposito delle indagini, dato che il nome dei due cugini è stato fatto dai carabinieri due giorni dopo l’omicidio di Gianluca Monni in una informativa nella quale chiedevano l’autorizzazione per le intercettazioni telefoniche, perché non si è pensato di cercare i residui della polvere da sparo? Non parlo del guanto di paraffina ma dei GSR (Gunshot Residue) che restano negli abiti e anche nelle narici per un periodo di tempo abbastanza lungo. Non è forse vero che questa particolare ricerca è stata fatta sulla moto (secondo l’accusa usata da Paolo Pinna per ritornare a casa qualche ora dopo il delitto) ben sette mesi dopo? Perché non nell’immediatezza del delitto sui due ragazzi? Si tratta, parafrasando la Cassazione, di una “amnesia” investigativa? I risultati avrebbero o non avrebbero consentito sin da subito di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquilla affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza, vuoi dell’innocenza dei due accusati? Non ci sarebbe stato meno spazio per campagne dell’odio e per sbranarsi anche l’anima dei due cugini?

Il corpo di Stefano Masala è stato disperatamente cercato dal padre e dalle forze dell’ordine. Sue tracce sono state rilevate dai cani molecolari (addestrati a cercare persone vive) delle unità cinofile di Firenze il 12 maggio 2015 sia all’interno di Nule, sia nei dintorni dell’auto bruciata. Visto il perimetro circoscritto, perché non sono stati usati i cani addestrati alla ricerca dei cadaveri?

Non volendo occupare troppo spazio, concludo qui. Ma i processi continuano e le domande arriveranno copiose. Sperando che si possa dire altrettanto delle risposte.

Antonio Salvatore Sassu

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