lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ottobre Rosso e dintorni
Pubblicato il 17-11-2017


Vorrei dire al presidente del Consiglio provinciale di Trento Bruno Dorigatti – e a tanti altri immemori amici e compagni – che ben prima della “presa della presa del Palazzo d’Inverno, simbolo del potere zarista” ad opera dei bolscevichi nell’Ottobre 1917 (come egli afferma in un recente articolo sul “Trentino”­) quel potere era già stato abbattuto dal fin troppo dimenticata rivoluzione del Febbraio precedente, che aveva fatto cadere lo zar Nicola II. Nel decantato Ottobre rosso i bolscevichi catturarono nel Palazzo d’Inverno non lo zar già fuori gioco, ma i ministri del governo guidato dal socialista Aleksandr Kerenskij, il vicepresidente del Soviet di Pietrogrado che da febbraio cercava di guidare una fuoriuscita democratica dall’autoritarismo russo. A febbraio Lenin era del tutto assente alla detronizzazione dello zar. Risiedeva a Zurigo e da lì rientrerà in Russia su un treno piombato fornito dai comandi militari germanici, interessati a creare contraddizioni nel fronte russo: che in effetti scoppiarono, portando alla caduta del governo Kerenskij. Le condizioni del popolo – già precarie – peggiorarono subito tragicamente: “l’idealismo libertario e generoso dell’ardore bolscevico” che secondo Dorigatti avrebbe animato la rivoluzione leninista per poi nei decenni decadere in un regime dittatoriale, fu subito smascherato non da un risentito conservatore ma dalla rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg che fin dal 1918 – non dunque nella tetra epoca staliniana – diede la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque è un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici».

Quanto alle influenze positive che la rivoluzione bolscevica avrebbe prodotto nella sinistra mondiale, c’è proprio in questo anniversario il parere diametralmente opposto di Michael Walzer, uno dei più apprezzati filosofi progressisti contemporanei: «La verità – afferma – è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro per la sinistra»: infatti il comunismo è sorto sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni. Ma è pur vero che poi faticosamente sul piano storico-ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, battendo il comunismo, cioè quella che il riformista Filippo Turati definì la “corrente reazionaria del socialismo”: una miscellanea di funeste e malriposte promesse demagogiche di cui si ammanta il populismo d’ogni latitudine e tempo.

Nicola Zoller

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Commenti all'articolo
  1. Egregio Compagno Zoller, è vero, la rivoluzione di febbraio non la fece certo Lenin, ma non la fece neanche Kerenski. E in un certo senso non fu una rivoluzione: una seria di scioperi operai e militari indussero lo zar, ormai impopolare, ad abdicare in favore prima del figlio, troppo giovane e non in salute, quindi del fratello. Invano. Il governo provvisorio del principe Lvov non era certo un governo progressista, tutt’altro. E Kerenski, che succedette a Lvov, sarà stato anche un socialista, ma non si comportò certo da tale. E continuò la guerra, che ormai, casta militare a parte, non voleva più nessuno, perchè sapeva che senza l’esercito non sarebbe durato. In realtà non durò comunque, e questo lo si dovette soprattutto al genio politico e strategico di Lenin, che seppe giuocare le proprie carte e bluffare al momento giusto, e all’attivismo di Trotski, oltre che alla buona sorte ( in “Lenin” V. Sebestyen racconta bene la serie, abbastanza comica, di errori e improvvisazioni che portarono alla “presa del Palazzo d’Inverno”, avvenimento simbolico che avvenne quasi per caso e che poi i sovietici mitizzarono )
    Non esiste la controprova, certo, ma che la Russia di Kerenski, se questi fosse durato, sarebbe stata più “democratica” e libera di quella di Lenin, è una teoria dalle fondamenta assai fragili.
    E poi, in fondo, era giusto che alla storia passasse Lenin, che alla rivoluzione aveva dedicato tutta la vita. Kerenski la Storia non l’avrebbe mai fatta.
    Cordiali saluti, Mario Mosca.

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