martedì, 12 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pensioni, governo e sindacati verso il round finale
Pubblicato il 13-11-2017


sindacati governo pensioni

Oggi, dovrebbe essere il giorno decisivo sul confronto tra governo e sindacati sull’adeguamento delle pensioni alla speranza di vita. La scorsa settimana, il governo ha già fatto un’apertura ad alcuni correttivi da inserire nel disegno di legge di Bilancio all’esame del Senato con la possibilità di esentare dal prossimo adeguamento 15 categorie professionali di lavoratori dipendenti che svolgono mansioni particolarmente gravose (11 delle quali già all’interno del perimetro di tutela dell’Ape sociale più altre quattro: siderurgici, agricoli, marittimi e pescatori).

Invece, i sindacati premono per ampliare ulteriormente la platea e che vorrebbero congelare a quota 66 anni e 7 mesi l’età necessaria per andare in pensione. I dati comunicati dall’Istat a fine ottobre prevedono infatti un rialzo di cinque mesi dell’età pensionabile nel 2019. Pertanto, l’età di vecchiaia passerebbe da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, mentre il requisito contributivo per la pensione anticipata passerebbe dagli attuali 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi.

I sindacati insistono, ma il governo vorrebbe resistere. Per Palazzo Chigi l’offerta è già un bel passo in avanti rispetto all’attuale legislazione. Insomma, è piuttosto improbabile che ci si possa muovere dallo schema delle 15 categorie. Margini per il negoziato comunque ci sono, ma non è detto che non sia necessario un nuovo incontro tra le parti.

Del pacchetto di possibili correttivi che sarà portato al tavolo dal governo farà parte anche la revisione dal 2021 su base biennale (in media) del meccanismo di adeguamento dell’età alla speranza di vita. Sul versante delle deroghe allo stop dell’aumento dell’età pensionabile sarà confermata l’istituzione di una Commissione tecnica per studiare la possibilità di realizzare nuove stime sull’aspettativa di vita legate alle mansioni svolte. Ne farebbero parte Inps, Inail, Istat e i ministeri del Lavoro, dell’Economia e della Salute.

Nei giorni scorsi, il Pd ha proposto tre emendamenti alla manovra per estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.

E’ vero che gli italiani godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita, ma è anche vero che restano in pensione per una durata di tempo inferiore rispetto agli altri Paesi dell’UE per il ritardo di 3 anni all’accesso alla pensione rispetto alla media dell’Ue. Gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, cioè 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea. Le donne restano in pensione per 21 anni e 7 mesi, 1 anno e 7 mesi in meno rispetto alla media europea.

Praticamente, l’Italia è all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e resta molto indietro nella classifica della Ue a 28. A stigmatizzare questa fotografia è la Uil alla vigilia del doppio incontro con il governo sulle pensioni. L’occasione viene colta per argomentare la contrarietà del sindacato all’adeguamento automatico alle aspettative di vita. Il segretario Confederale, Domenico Proietti, ha ribadito: “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”.

Indubbiamente, se negli altri Paesi dell’UE (Austria, Belgio, Francia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia), a parità di speranza di vita o con una speranza di vita migliore, i lavoratori possono andare in pensione almeno due anni prima senza creare problemi al bilancio dello stato o alla tenuta dei conti previdenziali, significa che andrebbe fatta qualche riflessione sulla struttura del sistema Italia.

Salvatore Rondello

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Intanto, come si legge sulla Gazzetta di Modena, le imprese sono ufficialmente tornate a cercare personale, soprattutto nel settore dei servizi. Lo conferma il secondo record consecutivo raggiunto dalla quota dei posti di lavoro “vacanti”, ossia quelle posizioni lavorative aperte per cui le aziende invitano a candidarsi. Il tasso misurato dall’Istat per il trimestre luglio-settembre 2017 è infatti al top dal 2010, passando dallo 0,9% del secondo trimestre all’1% del terzo. L’aumento di 0,1 punti percentuali – spiega l’istituto di statistica – si riferisce al settore dei servizi (in cui la quota di posti vacanti raggiunge l’1,1%), mentre il dato dell’industria rimane stabile allo 0,8%. Le aziende cercano personale soprattutto nei campi dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza sociale, nonché delle attività artistiche. Quello dei posti vacanti può essere considerato come un indice “spia”, che dà il senso di dove si sta andando. Confindustria però ha lanciato un allarme: “Oltre un quinto delle imprese non riesce a trovare i profili professionali di cui ha bisogno”. Ad esempio, secondo l’associazione degli industriali, nei prossimi cinque anni le imprese cercheranno 200 mila superperiti con il processo innescato da Industria 4.0.

Lascia un commento