lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pensionati, la maggioranza sono donne. Ma oltre la metà sotto i mille euro
Pubblicato il 30-11-2017


Aspettativa di vita
ITALIA TRA I PAESI LEADER
L’Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015: è quanto afferma l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017. Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Ad esempio, precisa, l’Italia ha il “secondo più alto tasso di demenza” tra i Paesi presi in esame, al 2,3% della popolazione nel 2017 e dovrebbe raggiungere il 3,4% entro il 2037. Il sistema sanitario in Italia offre una “copertura universale” e i costi sono generalmente “bassi” rispetto ad altri Paesi Ocse: è quanto afferma l’organismo per la cooperazione e lo sviluppo economico nel Panorama Salute 2017. Secondo l’Ocse, un numero “relativamente basso di italiani ha rinunciato ad una consultazione medica a causa del costo” (4,8%), mentre “i tempi di attesa per la chirurgia della cataratta sono più brevi rispetto alla maggior parte degli altri paesi equivalenti dell’Ocse”. Quanto all’assistenza sanitaria di base è “generalmente di alta qualità”. L’Italia realizza buoni risultati anche in termini di sopravvivenza al cancro e agli attacchi cardiaci acuti. La spesa sanitaria è pari a 3391 dollari a persona, leggermente inferiore alla media Ocse. Mentre il taglio del numero di posti letto negli ospedali è in “coerenza con una tendenza generale nell’insieme dei paesi Ocse”. Male, invece, il rapporto nel numero medici-infermieri: 1,4 infermieri per medico
In Italia “le disuguaglianze regionali destano ancora grande preoccupazione”: è quanto scrive l’Ocse nel Panorama Salute 2017. In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria – continua l’Ocse -l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una “preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati”. “Malgrado la copertura universale – avverte l’Ocse – le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale”. Il che contribuisce ad un “ampliamento delle disparità”.

Pensioni
PER GLI ITALIANI L’ASSEGNO DURA MENO DELLA MEDIA UE
Lieve apertura del Governo sulla possibilità di bloccare l’incremento dell’età pensionabile nel 2019 per chi svolge lavori gravosi: nell’ultimo incontro tecnico tra Governo e sindacati – hanno spiegato fonti sindacali – l’Esecutivo ha proposto di fissare il requisito contributivo per mantenere l’età di vecchiaia a 66 anni e sette mesi per 15 attività gravose (evitando quindi il passaggio a 67 anni) a 30 anni. In precedenza si era parlato invece dei requisiti per l’Ape (36 anni). Il lavoro gravoso per evitare l’aumento dell’età pensionabile deve essere stato svolto almeno in sette anni negli ultimi dieci prima dell’accesso alla pensione.
Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie previste con l’aggiunta di lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici, “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa. Sono questi gli elementi che il governo dovrebbe ha messo sul tavolo della trattativa sulle pensioni con i sindacati. Elementi, già in parte emersi nei giorni scorsi e che indicherebbero un margine stretto per la trattativa. Come è noto infatti le richieste dei sindacati comprendevano interventi più ampi. Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento era stato proposto nei giorni scorsi dal Pd con tre emendamenti alla manovra e prevedeva tra l’altro di estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.
Gli italiani per fortuna godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita ma, visto il ritardo di 3 anni del momento di andare in quiescenza rispetto alla media europea, restano di fatto in pensione per una durata di tempo inferiore in confronto agli altri paesi Ue: gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno in confronto alla media europea.
Siamo praticamente all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro il generale nella classifica della Ue a 28. A stilare la fotografia è stata la Uil alla vigilia del doppio incontro sul governo sulle pensioni: un’occasione per ribadire la contrarietà del sindacato all’ adeguamento automatico alle aspettative di vita. “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”, ha ribadito il segretario confederale Domenico Proietti.

L’esperto
WELFARE AZIENDALE RISPOSTE A INEFFICIENZE SOCIALI
“Il welfare ‘privato’ è la risposta ad alcune inefficienze sociali dello Stato, tanto è vero che il governo ha previsto espressamente delle agevolazioni contributive e fiscali per chi introduce (aziende) e utilizza (i dipendenti) forma di welfare aziendali anziché retribuzione”. Lo ha recentemente affermato Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing, che ha avvertito: “Come sempre in Italia, queste politiche funzionano per aziende strutturate, ma non sono una risposta semplice o di facile applicazione per aziende di dimensioni modeste, che però rappresentano il 90% del tessuto economico”.
“Il freno – ha ammesso – è anche culturale: se infatti alcune forme di welfare sono di competenza esclusiva delle aziende, si vedano le forme di assistenza sanitaria obbligatoria prevista dai contratti nazionali, poca cultura esiste per quanto riguarda le opportunità di spesa relative a istruzione, cultura o servizi di integrazione sociale. Inoltre, definire politiche di welfare per le aziende significa introdurre premi o mettere a disposizione dei dipendenti importi che vanno oltre le normali retribuzioni. Si tratta di un incentivo fondamentale per i lavoratori poiché i premi di produttività sono in diminuzione, spesso sono definiti ad personam e difficilmente, nelle aziende meno strutturate, i dipendenti hanno incrementi di stipendio nel corso della propria carriera oltre quelli previsti dai contratti nazionali”, ha sottolineato.
“Sostanzialmente possiamo affermare che i vantaggi sia per il dipendente che per le aziende che attivano il welfare aziendale sono molteplici: l’aumento della retribuzione reale del dipendente, che riceve il 100% del lordo, senza incidere sul costo del lavoro, con conseguente incremento della capacità d’acquisto; 100 euro di credito Welfare corrispondono a 100 euro di beni e servizi, per intenderci”, ha precisato Colombo. “A livello aziendale, i vantaggi più evidenti sono l’ottimizzazione dell’impatto fiscale, grazie alla possibilità di concedere ai dipendenti beni e servizi defiscalizzati, l’incremento della produttività dell’azienda stessa, la riduzione del turn over e l’incremento della capacità di attrarre e trattenere talenti, oltre a un miglioramento della reputazione interna e sul territorio”, ha concluso.

Ma la metà sotto i mille euro
MOLTE LE DONNE IN PENSIONE
Nel 2016 le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7% pari a 8,5 milioni) ma percepiscono in media un importo mensile notevolmente inferiore a quello degli uomini: 1.137 contro 1.592 euro. Quasi la metà di loro (47,6%) beneficia di redditi pensionistici inferiori a mille euro, contro una quota che tra gli uomini non arriva ad un terzo (29,6%). E’ quanto si legge nel testo del Presidente Istat, Giorgio Alleva dal titolo Indagine conoscitiva sulle politiche in materia ,di parità tra donne e uomini depositato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Gli importi medi delle pensioni di titolarità maschile invece, si legge ancora, superano del 59,2% (15.523 euro contro 9.749) quelli destinati alle pensionate. Il vantaggio maschile scende al 40% (20.697 contro 14.780) se il confronto viene effettuato sul reddito pensionistico, ottenuto cioè, cumulando i più trattamenti di cui un pensionato può beneficiare.

Carlo Pareto

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