lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

QUESTIONE CULTURALE
Pubblicato il 24-11-2017


violenza donneSette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito forme di violenza fisica o sessuale. Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o ex partner: ne sono state vittime 2 milioni e 800mila donne. Lo affermano i dati dell’Istat, resi noti giovedì dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ai quali si aggiungono quelli del quarto studio Eures sul numero dei femminicidi: 114 nel 2017. Numeri drammaticamente stabili che confermano, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quanto ancora ci sia da fare soprattutto sul fronte della prevenzione. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, che ha incentrato gran parte della sua attività politica nella difesa dei diritti delle donne e nelle battaglie per la parità di genere.

Nonostante l’enorme attenzione degli ultimi anni sul tema e le iniziative messe in campo dal Governo e dal Parlamento i numeri sulla violenza contro le donne restano costanti. Al di là dei dati cosa ci dicono queste statistiche?

I dati resi noti ieri, che in parte già conoscevamo, ci confermano che gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i mariti, i fidanzati o gli ex compagni delle vittime. E ci dicono anche che molte donne vittime di femminicidio avevano già denunciato o segnalato i loro aggressori. Per affrontare il fenomeno in maniera corretta bisogna partire da queste due costatazioni. Bisogna essere consapevoli che il femminicidio è solo l’ultimo atto di una serie di violenze che vanno bloccate sul nascere. Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza che giovedì è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo.

Le forze dell’ordine spesso però non danno sufficientemente peso alle denunce delle donne.

È da loro che bisogna partire con massicce campagne di sensibilizzazione e di formazione. Non è un lavoro né facile, perché in molti casi si tratta di sradicare una cultura diffusa che porta a ritenere le violenze in famiglia bisticci tra coniugi o litigi tra fidanzati, né breve. Nell’immediato io credo però che se in ogni commissariato o stazione dei carabinieri ci fosse una donna ad accogliere e ascoltare le denunce di una donna che ha subito violenze l’attenzione darebbe diversa.

La massiccia rilevanza mediatica sul tema della violenza e le azioni messe in atto dal Governo e dal Parlamento hanno portato a qualche risultato?

Ci conforta il fatto che sia aumentata la consapevolezza femminile, che molte più donne trovino il coraggio di denunciare le violenze subite e gli episodi di stalking, che ci sia più fiducia nelle forze dell’ordine. Un passo avanti dovuto senza dubbio al preziosissimo lavoro compiuto dalle associazioni sul territorio, ma anche a questo Parlamento che si è dimostrato sin dall’inizio della legislatura particolarmente sensibile al tema, approvando la legge che ratifica la Convenzione di Istanbul e subito dopo quella contro il femminicidio.

Molto spesso però la denuncia arriva troppo tardi o a volte non arriva…

Tutto questo, infatti, non basta perché aiuta solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre, soprattutto per le giovani e le giovanissime, è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme.

C’è chi invoca altre leggi e pene più severe. Pensi che possa essere una soluzione?

Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa soprattutto sugli uomini e sui ragazzi, che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista.

Giovedì Governo, Comuni, Province e Regioni, in modo unitario, hanno approvato il nuovo Piano antiviolenza per il prossimo triennio. Qual è il tuo giudizio?

Non ho letto il piano nei dettagli, ma mi sembra che contenga elementi positivi, ed è positiva l’approvazione delle linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio sanitaria alle donne vittime di violenza.‎ Ci sono dei passi avanti per quanto riguarda lo stanziamento dei fondi o il fatto che non ci sia nessun obbligo di denuncia nei Pronto soccorso senza il consenso della donna. Aspetto di approfondirne i contenuti e soprattutto il parere delle donne che lavorano nei centri antiviolenza che sono le vere esperte sul tema.

Domani ci saranno una serie di manifestazioni in tutta Italia per dire basta alle violenze. Tu a quale parteciperai?

La mattina sarò alla Camera per l’evento “#InQuantoDonna, organizzato dalla Presidente Laura Boldrini: per la prima volta l’Aula di Montecitorio sarà aperta solo alle donne alle vittime di violenza e a chi le sostiene. Sono attese più di 1300 donne, invitate una per una, provenienti da tutta Italia. Nel pomeriggio parteciperò alla manifestazione di Roma promossa da “Non una di meno” che partirà alle 14 da Piazza della Repubblica. Ci saranno tantissime donne, ma mi auguro che ci siano anche tantissimi uomini, perché è da loro che deve partire il cambiamento.

Cecilia Sanmarco

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Commenti all'articolo
  1. Ottantaquattro vittime tra gennaio e settembre. Mentre 8480, nello stesso periodo, sono state le denunce per stalking; 9618 i maltrattamenti in famiglia; 3059 le violenze sessuali. Una lievissima flessione complessiva rispetto al 2016, ma i numeri mostrano ancora con evidenza la gravità di un fenomeno che non smette di essere d’attualità. E così nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne l’Italia si è confrontata in diverse forme su questo tema drammatico. L’ha fatto in molteplici forme, con le testimonianze nelle più alte sede istituzionali. Ma anche attraverso iniziative simboliche, per lanciare un chiaro messaggio all’opinione pubblica. Significativa l’adesione della Comunità ebraica romana, che (con il supporto di Acea) ha fatto illuminare la facciata del Tempio maggiore di arancione. Una decisione che è stata presa, ha sottolineato tra gli altri la presidente Ruth Dureghello, per portare attenzione sulla necessità “di un impegno concreto contro questo fenomeno”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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