martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pietro Grasso, Giuliano Pisapia e… “disastro prossimo”
Pubblicato il 13-11-2017


Non ho alcuna propensione critica “a priori” nei confronti dell’attuale presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso. Lo considero un magistrato che ha fatto il suo dovere in un contesto ambientale difficile e anche gravido di pericoli. Non dimentico però i miei molti anni a Palazzo Madama con i Presidenti di alta caratura. Voglio ricordarli con affetto e riconoscenza: Amintore Fanfani, Francesco Cossiga, Giovanni Malagodi, Giovanni Spadolini. Sorge, incoercibile, la famosa allocuzione: O gran bontà dei cavalieri antichi. Ciascuno di loro era totus politicus. La presidenza Grasso è dunque una anomalia.

Quando la classe politica decide di fare un passo indietro per affidare la seconda carica dello Stato a un neofita certifica il proprio declino: conclamato anche dalla decisione di affidare anche la Presidenza della Camera dei Deputati ad una “Papessa straniera”.

Mi pare che l’ex giudice Pietro Grasso se la sia cavata discretamente nel corso della tormentata legislatura che volge al termine. E non sono cattivo se aggiungo che si è sicuramente giovato dell’ausilio dei funzionari del Senato, come sempre di alto profilo professionale. Pare tuttavia difficile definire iconoclasta la vignetta de IL FOGLIO, che lo ha incoronato come “metà magistrato, metà politico, metà 5 stelle”. Sta di fatto che Pietro Grasso, giunto quasi alla fine del suo mandato, si fa oggi totus politicus: si propone come nuovo leader, dimettendosi dal maggior partito, il PD, cui deve la sua elezione, conservando peraltro l’incarico di Presidente.

E’ specchio dei tempi bui in cui viviamo il silenzio su queste anomalie reiterate.

Resta da capire se l’ex magistrato si propone come protagonista alla guida di una qualche scheggia della diaspora del PD. Grande è la confusione nelle viscere del centro-sinistra, clamorosamente conclamata anche dalle elezioni siciliane. Non se ne abbia a male il Presidente Grasso, ma la leadership non si improvvisa: e non è consustanziale alla sua onorata esperienza in magistratura. Ha ragione Emanuele Macaluso quando constata, sconsolato, che la classe dirigente del PD non ha saputo produrre una propria condivisa cultura di governo. Questa lacuna è ad un tempo causa ed effetto della inesistenza degli “incubatoi” di idee (think tank, li chiamano negli USA). Nella vituperata Prima Repubblica non mancavano le riviste di elaborazione e confronto ed i giornali di partito, o fiancheggiatori, con funzione divulgativa.

Questo quasi-vuoto non è stato colmato dalle adunate alla Leopolda, né dalla adesione del PD all’Unione dei partiti del socialismo europeo, peraltro anch’essi in sofferenza. Non è un caso che finora il PD non si è mai fatto promotore di conferenze programmatiche con la partecipazione dei leaders dei partiti del socialismo europeo.

Purtroppo – e inoltre – non pare, almeno a tutt’oggi, che questo “propellente” progettuale, necessario come l’ossigeno, possa entrare nel campo arido del centro-sinistra al seguito di Giuliano Pisapia. L’ex sindaco di Milano, persona perbene che ha fatto bene il sindaco di Milano, avvocato eccellente di un primario studio legale ambrosiano (ho incrociato in passato la mia toga con quella di suo padre in un processo davanti al Tribunale di Reggio nell’Emilia) non sembra, almeno finora, il deus ex machina, in grado di sopperire alla povertà di “nutrimento ideale” che ha impedito al PD di operare come perno propulsivo del sistema politico italiano.

Su questo terreno infertile irrompono ora , in tutta la loro mediocrità, le nuove e vecchie formazioni populiste, che comprendono la Lega non più nordica, fondata a suo tempo, sulla base di non effimere motivazioni territoriali, da Umberto Bossi ed ora dominata da Matteo Salvini, fantasioso mutatore di felpe. Ed è – questo scenario, fatto di mediocrità e di faide intestine – il terreno di cultura della reincarnazione del berlusconismo.

E’ davvero difficile dar torto ad Enrico Cisnetto quando, su “TERZA REPUBBKICA”, titola così la sua esegesi critica, dopo le elezioni siciliane: “Il voto senza elettori priva la politica di rappresentatività reale. Attenzione, disastro prossimo”.

Così stando le cose, è gran tempo che quel che resta, o sta nascendo in Italia, nel solco della cultura socialista, radicale, ambientalista ed europeista “si faccia partito nuovo” : certo una minoranza, ma anche una coraggiosa riserva della Repubblica, capace di concorrere a far uscire la Nazione dal pantano in cui è oggi immersa. Le avanguardie, enfatizzava Fernando Santi, sono il sale della terra.

Fabio Fabbri

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