martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Responsabilità individuale e cliché
Pubblicato il 10-11-2017


In Italia il pensiero diventa sempre più “lineare”, ed ogni ragionamento trova sempre meno spazio nella complessità. Si assottigliano i tempi di reazione tra premesse e conclusioni, perché quei passaggi che rendono la concettualizzazione più precisa, lenta e, per questo dubbiosa, sono visti come orpelli inutili. Ed impatterebbero con conclusioni facili, e per questo sempre più crudeli.
Gli assunti, secondo i quali abbiamo il politico come ladro (o amico dei ladri). Il giornalista come corrotto e amico del potere, il sindacalista come commensale del padrone, l’immigrato ladro e usurpatore di lavoro, sono ormai un cliché.
Secondo questa logica, due più due fa sempre quattro. Nessuna sfumatura o dubbio. Ma, neanche alcuna responsabilità individuale. Perché la colpa è sempre degli “altri”, che non ti fanno mai essere quello che veramente vuoi o ritieni di essere. Ed allora, meglio il fascio-grillismo, l’odio liberatore e deresponsabilizzante, il disprezzo che dà la croce sempre al “vicino che passa”. E viva il camorrista, che da una testata al giornalista. Perché il coraggio, quello vero, lo si riserva alla casta, non alla mafia.
Gobetti diceva che il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia. E che sia vero, lo constatiamo ancora oggi, quando vediamo tante persone mettersi in fila dietro il “solito” sacerdote che latra contro la democrazia e le regole della rappresentanza.
Che i problemi economico-sociali esitano, nessuno lo mette in dubbio. Che, volendo fare un discorso “macro”, ci siano anche forti squilibri redistributivi, è altrettanto vero. E nessuno può realmente negare che la partitocrazia abbia forti responsabilità, non solo per l’andamento economico, ma anche per le condizioni in cui versa una democrazia come la nostra. In cui non si è fatto nulla per dargli quella linfa che solo lo scambio di idee, e non le baggianate da talk show, può garantire.
Ma, sempre utilizzando Gobetti, “il contrasto vero […] non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità: il vizio storico della formazione politica consisterebbe nell’incapacità di pesare le sfumature e di conservare nelle posizioni contraddittorie un’onesta intransigenza suggerita dal senso che le antitesi sono necessarie”. Oggi, le “sfumature” sono esiliate dal dibattito. Pericolosamente, per la salute della nostra democrazia.
Tra gli elementi della “struttura della personalità dell’elettore”, Berelson individua:” interesse agli affari pubblici, possesso di informazioni e conoscenze; stabili principi politici o regole morali; capacità di attenta osservazione; impegno nella comunicazione e nella discussione; comportamento razionale; considerazione degli interessi della comunità”. In questa elencazione “virtuosa” si legge in controluce anche l’assoluta esigenza di responsabilità individuale delle persone. Senza di essa non può esserci possibilità alcuna di mantenere in piedi un edificio democratico.
Eppure, ancora una volta, pare di assistere all’ammasso dei cervelli astretti in folle latranti verso i soliti “noti”, mentre dal pulpito moderno del web, qualcuno lancia poche, chiare e terrificanti parole d’ordine.
Il rischio di veder seppellita anche la libertà c’è. Soprattutto se i continuano a legittimare certe parole, che stanno diventando pratiche politiche.

Raffaele Tedesco

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