martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Riad, Teheran e Damasco stritolano il Libano
Pubblicato il 22-11-2017


haririPer metà il mistero è risolto, per l’altra metà resta il giallo. Saad Hariri, dopo una breve sosta effettuata ieri al Cairo per un colloquio con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, torna oggi in Libano per festeggiare l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia. Il primo ministro dimissionario libanese non è più “ospite” dell’Arabia Saudita da quattro giorni, sabato ha lasciato Riad ed è andato a Parigi, assieme alla moglie Lara, invitato dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.
Il soggiorno nel regno saudita, non si sa quanto forzato, è durato quasi due settimane: dal 3 al 18 novembre. A Beirut oggi potrebbe anche ritirare le dimissioni o rilanciare cercando di formare un nuovo governo. Prima di lasciare l’Arabia Saudita, si era incontrato con il principe ereditario Mohammad ben Salman in grande ascesa. Aveva assicurato: «Dire che sono trattenuto in Arabia Saudita e che mi è vietato lasciare il Paese è una menzogna».
Uno strano viaggio e soggiorno quello nel regno saudita. Saad Hariri il 4 novembre, da Riad, si era addirittura dimesso da capo del governo senza tornare in patria. Hariri continuava a ripetere: «Sto bene, molto bene. Se Dio vuole torno nel Libano come vi ho promesso. Vedrete!».
Il presidente della Repubblica libanese, in un primo tempo era cauto nei giudizi. Michel Aoun aveva congelato le dimissioni del premier, aspettando il suo rientro in patria. Poi aveva rotto le prudenze diplomatiche: «Il Libano considera Hariri detenuto in Arabia Saudita» e «nulla giustifica il suo mancato ritorno a Beirut».
Hariri, filo saudita, e Aoun, filo iraniano, costituiscono due importanti pilastri del difficile equilibrio politico sul quale si regge il paese dei Cedri. Il Libano è insidiato da tre bombe ad orologeria. 1) Rischia lo spappolamento per lo scontro tra le due potenze regionali del Medio Oriente: l’Arabia Saudita e l’Iran, tra la potenza musulmana sunnita e quella sciita. 2) Rischia di disintegrarsi per le infiltrazioni dei terroristi islamici dell’Isis battuti e in fuga dall’Iraq e dalla Siria. 3) Rischia di frantumarsi per un eventuale intervento armato israeliano contro un possibile insediamento dell’Isis ai suoi confini settentrionali.
Riad ce l’ha soprattutto con Hezbollah, la formazione sciita libanese, al governo con Hariri, accusata di essere agli ordini di Teheran. Alla monarchia sunnita non piace soprattutto la presenza di miliziani sciiti Hezbollah in Siria e in Yemen. La situazione è incandescente. Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah, aveva accusato Riad di aver “trattenuto” Saad Hariri contro la sua volontà.
L’esplosivo contenzioso apertosi tra Beirut e Riad è seguito con attenzione e prudenza dai paesi occidentali. Stati Uniti e Francia hanno espresso il loro «sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità» del Libano. Anche l’Italia è sulla stessa linea. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha lanciato un appello «a tutte le parti» perché vengano scongiurati conflitti e tensioni. La Russia, alleata di Teheran e di Damasco, presente militarmente in Siria, tace.
Hariri a Riad, in un clima di confusione e d’incertezza, aveva incontrato il re saudita Salman bin Abdulaziz e il potente principe ereditario Mohammad ben Salman. Aveva sempre ripetuto di essere libero e di stare bene e di avere come nemici la Siria, l’Isis e Al Qaeda. Aveva fatto capire di temere per la propria vita. Saad Hariri, figlio di Rafiq, il premier libanese assassinato nel 2005 a Beirut assieme ad altre 22 persone in uno spaventoso attentato da molti attribuito ai servizi segreti siriani, ha sempre avuto una vita difficilissima, sul filo del rasoio. Nello scorso dicembre ha assunto la presidenza di un governo di unità nazionale che avuto una vita travagliatissima.
Il piccolo Libano, un delicato equilibrio di etnie e religioni diverse (cristiani, musulmani e drusi), ha dovuto e deve affrontare non solo l’ingombrante presenza di potenti vicini in conflitto tra loro, ma ha dovuto anche fronteggiare il terrorismo islamico e gli effetti della guerra civile in corso dal 2011 in Siria: ben 1 milione e mezzo di profughi siriani (tra regolari e irregolari) si sono rifugiati in Libano su una popolazione di 4 milioni di persone. Una pressione sociale, economica, politica difficilmente sopportabile da una nazione già semidistrutta da invasioni e da 15 anni di guerra civile che ha causato oltre 150 mila morti.

Leo Sansone
SfogliaRoma

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Commenti all'articolo
  1. “L’abbraccio tra Putin e Assad ridisegna il Medio Oriente” scrive La Stampa a proposito dell’incontro tra i due leader a Sochi. Un evento che, si legge, “potrebbe essere una solenne conferma del ruolo fondamentale svolto da Mosca nelle trattative per plasmare il futuro ancora incerto del paese levantino”. La Stampa parla di approccio pragmatico da parte del Cremlino, con Putin che continua a tenere attivo il filo delle comunicazioni anche con Donald Trump e il re saudita Salman, con i quali ieri ha discusso al telefono. Un confronto ha avuto luogo anche col premier israeliano Netanyahu, che – si legge – teme l’influenza iraniana nel Paese, accresciuta dal corridoio sciita fra Baghdad e Damasco, ed è interessato a una zona di de-escalation a sud, vicino al confine con la Giordania.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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