mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Rivoluzione russa: il tradimento dei bolscevichi
Pubblicato il 08-11-2017


La nostra Ernesta Bittanti – l’indomita socialista compagna di Cesare Battisti – lo definì un delirio della «barbarie russa». Parliamo del pronunciamento politico-militare bolscevico che esattamente tra il 7 e 8 novembre di cento anni fa (ma la vulgata storica ha tramandato le date del 25 e il 26 ottobre 1917 riferendosi al calendario “giuliano” allora vigente in Russia) rovesciò il governo del socialista Aleksandr Kerenskij instaurando la dittatura leninista. Mente la Bittanti e tanti altri democratici si dolevano di quei fatti, in Occidente gli estremisti massimalisti e comunisti si infiammarono al grido di voler fare «come la Russia». Magari fosse stato un riferimento alla Rivoluzione di Febbraio, quando – sempre nel 1917 – una sollevazione spontanea di operai, donne e militari di Pietrogrado provocò la caduta dello zar! In previsione dell’elezione dell’Assemblea Costituente, venne varato un governo rappresentativo delle forze che appoggiavano la rivoluzione: esponenti parlamentari della Duma, Costituzionalisti democratici, Socialisti rivoluzionari e menscevichi. Sottaciuto è il fatto che mentre si metteva fine all’autocrazia zarista, i leader bolscevichi fossero estranei e assenti ai fatti: Lenin era a Zurigo, Trotskij a New York, Stalin lontano in Siberia. Partecipe attivo fu invece il fiero avvocato antizarista Kerenskij, difensore di tanti perseguitati politici e vicepresidente del soviet di Pietrogrado: dapprima membro del governo, ne divenne presidente dal luglio 1917; lo fece cadere il colpo di mano dei capi bolscevichi dell’autunno 1917, i quali – tornati in Russia – infiammarono le folle con grandissime ‘promesse’ di pane, pace, terre ai contadini, controllo operaio delle fabbriche, potere democratico alla Assemblea Costituente.

Spiega lo storico Geoffrey Hosking che invece di pane «affamarono il popolo a un livello che non si era visto da tre secoli»; invece di terra  «i contadini vennero privati a forza dei frutti di quella terra»; invece di controllo operaio e potere ai soviet «instaurarono la dittatura di un partito unico»; concessero una pace sbrigativa agli Imperi centrali alleati contro le democrazie occidentali, ma gettarono il loro popolo «in una nuova terrificante guerra civile» che tra il 1917 e il 1922 porterà a circa 9 milioni di morti. Avevano promesso di accettare il trasferimento dei poteri alla nuova Assemblea Costituente, ma appena fu eletta la sciolsero: e anche qui viene sottaciuto che a questa elezione nel novembre 1917 oltre il 40 per cento dei suffragi andò ai Socialisti rivoluzionari – che avevano un forte radicamento nelle campagne – mentre i bolscevichi ottennero circa il 25 per cento; il resto finì ripartito tra menscevichi, costituzionali democratici e liste di minoranze nazionali. L’affossamento della Costituente, instaurò la dittatura. E non sarà un risentito conservatore ma la socialdemocratica rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg a dare fin dal 1918 la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici»

Ora, in questa ricorrenza del 2017 è stato Michael Walzer a fare un bilancio risoluto, tanto più importante perché formulato da uno dei massimi filosofi progressisti contemporanei: «La verità è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro: per il popolo russo, per l’Europa, per la sinistra». Sono verità negate «per troppo tempo» dalla sinistra occidentale pro-sovietica, che per lunghi decenni ha osannato il potere comunista costituitosi sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni.  Walzer lo scrive meritoriamente a cento anni di distanza, ma riconoscenza maggiore va ai militanti e pensatori che intravidero presto la gravità del sopruso bolscevico. Dalla citata Luxemburg allo scrittore Joseph Roth che descrivendo nel 1926 il suo Viaggio in Russia dichiarò tutto il suo sconforto: «sono partito bolscevico e ritornato monarchico»; a Bertrand Russel che fin dal 1920 era stato categorico: il fanatismo del nuovo regime era destinato «a portare nel mondo oscurità e inutile violenza»; all’anarchico Alexander Berkman che nel 1921 aveva tirato conclusioni analoghe: «Ho visto la lotta di classe diventare una guerra di vendetta e di sterminio. Ho visto gli ideali di ieri traditi, il senso della rivoluzione invertito, la sua essenza capovolta in reazione. Ho visto gli operai sottomessi, l’intero paese zittito dalla dittatura del partito e dalla sua brutalità organizzata».

Sono pensatori libertari, che si affiancano ai socialisti democratici nella contestazione del nuovo potere. Va menzionato il caso italiano dove, di fronte agli estremisti che volevano «fare come in Russia», si levarono i socialisti riformisti di Matteotti, Treves e Turati, con quest’ultimo tempestivo nel considerare la fazione comunista che si staccò dal Psi nel gennaio 1921 come «la corrente reazionaria del socialismo»: definizione di una pregnanza senza tempo.

Resta da spiegare come grandi partiti e una schiera di intellettuali delle società civili occidentali abbiano guardato con entusiasmo alle vicende sovietiche. Ad esempio per il segretario del Pci Enrico Berlinguer la «spinta propulsiva» della rivoluzione bolscevica andò avanti per almeno 60 anni, fin quando nel 1981 si dovette constatare «la fine» di tale slancio. Ma quando la spinta era ancora “propulsiva” – oltre alle vittime della guerra civile 1917/1922 in cui «Lenin fu maestro di Stalin nella pratica del terrore» – ci furono altri 50 milioni di vittime delle purghe staliniane, cifre tratte dalla ricerca della storica A. Salomoni, La Rivoluzione russa : parlando a Rovereto il recente 4 novembre il prof. L. Canfora ha biasimato la tendenza a inserire in questi elenchi – come avrebbe fatto il Libro nero del comunismo – anche i milioni di morti russi della Seconda guerra mondiale: a scanso di equivoci la ricerca di Salomoni precisa che dai citati 50 milioni sono escluse le morti «dovute alla Seconda guerra mondiale»!

Incredibile la devozione riservata ai sovietici, tanto che ancora nel 1977 – altro fatto assi silenziato – “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento abbia fatto la propaganda pro-sovietica della “corrente reazionaria del socialismo”, il comunismo. Sul piano storico ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, benché in Russia allora sia stata sopraffatta: sarebbe «politicamente utile» – sostiene ora M. Walzer – scrivere una storia su come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra se questa corrente avesse vinto nella Russia del 1917. Costituirebbe un buon allenamento per pensare alle sfide della politica democratica di fronte alle ‘promesse’ di populismi ora rimontanti, non lorde di sangue ma tanto demagogiche e false quanto lo furono allora quelle bolsceviche.

Nicola Zoller

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