mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Piccolo è bello”. Separatismo: tra ragioni economiche e “invenzioni”
Pubblicato il 17-11-2017


espana-catalunya-665In questo periodo l’indipendentismo ha ripreso vigore e slancio; ciò non deve meravigliare perché l’ultima “parola d’ordine” del neoliberismo e della globalizzazione, della quale esso è l’ispiratore, afferma che “il piccolo è bello”; questa volta, però, lo slogan, tanto in voga nei decenni passati, non è riferito alla dimensione d’impresa, ma alle dimensioni degli Stati. Al riguardo, di recente è giunto in libreria il libro del politologo indiano Parag Khanna, dal titolo che più eloquente non potrebbe essere: “La rinascita delle città-Stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”.

Nel suo libro, Khanna non si limita ad auspicare una trasformazione “ab imis” della forma di governo democratico, ma estende l’auspicio anche alle dimensioni prevalenti degli Stati. Secondo lui, la ricerca della “forma ideale dello Stato più adatta ai tempi non è un astratto esercizio filosofico, ma una necessità ricorrente”, imposta dal fatto che le dimensioni degli Stati e i regimi democratici non sarebbero più strumenti idonei a consentire ai governi nazionali di risolvere i problemi del mondo attuale, essendo caratterizzati più dall’incapacità di governare l’emergenza che di reagire al manifestarsi degli effetti negativi del ciclo economico.

Considerando più attentamente il fenomeno dell’indipendentismo, inclusa la sua manifestazione più recente, culminata con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna dello Stato nazionale spagnolo, si coglie come gli indipendentisti siano soliti giustificare le loro pretese sulla base di ragioni storiche, con cui vengono rese latenti quelle effettive, ovvero le ragioni economiche. Facendo appello alle ragioni storiche, gli indipendentisti di solito “coagulano” il consenso intorno al loro movimento avvalendosi di un decentramento istituzionale che, pur senza configurarsi come una effettiva realtà federale, non è molto distante da essa. Nell’esperienza di alcuni Paesi europei, dove il fenomeno dell’indipendentismo è presente, le comunità autonome dispongono, infatti, di ampie facoltà di autogoverno, a volte rinforzate da condizioni di “specialità”, delle quali si avvalgono dal punto di vista economico-finanziario, ma anche da quello culturale; in tal modo, l’autogoverno consente agli indipendentisti di sostenere di voler “fare i conti” distaccandosi dallo Stato per i torti subiti sul piano strettamente storico.

Cosicché, alcune regioni, come ora la Catalogna o, in prospettiva, la Sardegna, ricorrono alle facoltà autonomistiche, non già in favore del resto dei loro Paesi di appartenenza, o per migliorare il funzionamento del loro Stato nazionale, ma per staccarsi dall’unità nazionale.

Commentando la situazione catalana dopo la dichiarazione d’indipendenza, in “L’indipendentismo è un’invenzione” (Limes 10/2017), il noto filosofo democratico Fernando Savater, in un’intervista concessa a Fabrizio Maronta, afferma che la responsabilità del conservarsi delle propensioni separatiste ricade certamente sugli Stati nazionali, i quali hanno sempre trascurato ciò che sul piano politologico viene da tempo evidenziato, cioè che “l’indipendentismo è figlio del nazionalismo”. Di fronte a queste propensioni, però, anziché pensare di ricercare una più adeguata forma di organizzazione istituzionale su basi federali, secondo Savater, si è fatta dell’”ironia, parodiando l’indipendentismo trattandolo come mero folklore”, senza considerarlo come problema destinato a creare crisi istituzionali, se lasciato irrisolto, come è accaduto nel caso della Spagna o potrebbe accadere nel caso dell’Italia.

In mancanza di risposta istituzionale all’espandersi delle “pulsioni nazionalistiche”, il manifestarsi di situazioni di crisi come quella della Catalogna potrebbe configurare una responsabilità degli Stati nazionali, i quali, trascurando di soddisfare le istanze nazionalistiche per ragioni strettamente ideologiche, mancano di valutarne il tratto umano, che induce le singole comunità regionali di uno Stato a identificarsi, in modo convinto e irrinunciabile, in un determinato ed esclusivo “sistema valoriale.

Con ciò, i singoli Stati nazionali trascurano il fatto che – afferma Savater – si può essere “nazionalisti politicamente e culturalmente”, senza che si neghi necessariamente “un’unità superiore”, nel senso che i nazionalisti-indipendentisti potrebbero “vivere dialetticamente con essa, confrontandosi con lo Stato centrale” e con gli altri nazionalisti-indipendentisti, quando fossero messi nella condizione di potersi avvalere di una libertà appropriata conferitagli dall’esistenza di un ordinamento democratico.

Questo, a parere di Savater, è un punto dirimente, che fa cadere la responsabilità delle crisi istituzionali sugli indipendentisti, allorché essi, sulla base di decisioni unilaterali e nel mancato rispetto delle procedure democraticamente condivise e costituzionalmente sancite, causano un crisi che investe, non solo l’unità nazionale, ma anche quella del “contesto democratico e della pacifica convivenza su cui questa si fonda”.

Posto il diverso grado di responsabilità del “centro” e delle “periferie”, riguardo al manifestarsi delle crisi istituzionali che investono o possono investire l’unità degli Stati nazionali, e assodato che le ragioni storiche sono solo un pretesto, viene spontaneo chiedersi quali siano allora le ragioni economiche che stanno a monte delle “spinte indipendentiste”. In “Regionalismi e austerità: la posta tedesca nella crisi catalana” (Limes, 19/2017), Heribert Dieter, ricercatore presso il “German Institute for International Political and Security Affairs” di Berlino, sostiene che le ragioni economiche più immediate sono almeno due, strettamente legate tra loro.

La prima ragione consisterebbe nel fatto che la globalizzazione, riducendo i “costi di transazione ha aumentato la redditività delle piccole economie nazionali”; mentre nel XIX secolo, l’esistenza di molti Stati comportava normalmente un ostacolo alla crescita economica, nel XXI secolo questo vincolo, cessando di sussistere, consentirebbe a numerose piccole economie nazionali di affrancarsi dai costi burocratici dovuti all’esistenza delle numerose barriere doganali, potendo così raggiungere alti tassi di crescita economica e di benessere. Oggi, secondo Dieter, sarebbero le grandi economie nazionali a dover affrontare i “gravi problemi di sviluppo”, in quanto il loro mercato interno rappresenterebbe “più uno svantaggio che un vantaggio”, per via del fatto che molti loro settori tradizionali si trovano in gravi condizioni di stagnazione, il cui rilancio richiede costose politiche economiche per reinserirli positivamente nel mercato, allo scopo di contrastare principalmente il fenomeno della disoccupazione persistente.

La seconda ragione che giustificherebbe il fenomeno dell’indipendentismo, strettamente connessa almeno in parte alla prima, sarebbe riconducibile al fatto che le grandi economie nazionali richiedono il finanziamento di politiche sociali, con una distribuzione del carico fiscale che le regioni più ricche rispetto alla media nazionale non sarebbero più propense a tollerare, in quanto non più disponibili a sopportare gli esiti di “trasferimenti fiscali dettati da principi di perequazione e solidarietà nei confronti delle regioni più deboli”.

Se così stanno le cose, la propensione all’indipendentismo appare come un riflesso dell’incerto e spesso differenziato rapporto esistente tra le regioni e lo Stato centrale, come nel caso della Spagna e dell’Italia. L’incertezza del rapporto potrebbe essere superata attraverso una organizzazione istituzionale in senso federato degli Stati che maggiormente risentono del fenomeno indipendentista; solo su queste basi possono essere stabilite “norme estremamente dettagliate e valide per tutti”, per definire con precisione gli ambiti di competenza delle singoli comunità regionali federate.

Dal punto di vista di alcuni Stati unitari europei, tra i quali l’Italia, la eventuale separazione della Catalogna dalla Spagna rappresenterebbe un rischio, in quanto altre regioni potrebbero seguirne l’esempio e mettere così in crisi non solo i singoli Paesi che “soffrono” del fenomeno dell’indipendentismo, ma anche la prospettiva di una prossima ripresa del processo d’integrazione politica dell’Europa. A livello europeo, però, questo pericolo sembra preoccupare, più per la possibile perdita della stabilità economica, che non per i processi democratici necessari per migliorare l’organizzazione istituzionale dei singoli Stati membri dell’Unione Europea.

Se la Catalogna riuscisse a staccarsi dalla Spagna – afferma Dieter – “anche in altri Paesi europei si farebbe più concreto il rischio di una disgregazione nazionale”. Lo Stato francese sarebbe quello meno esposto a questo pericolo (fatta eccezione per il problema corso); i più a rischio di possibili scissioni sarebbero sicuramente la Germania e l’Italia. Anche in Germania sono le regioni economicamente più ricche ad avere interesse a separarsi dallo Stato nazionale; a differenza della Catalogna, nel caso della Germania, se l’indipendentismo dovesse diffondersi e approfondirsi, si assisterebbe alla creazione di una nuova unità statuale, che segnerebbe un ritorno – sottolinea Dieter – alla condizione di indipendenza di regioni ora federate, come la Baviera prima del 1871.

A differenza di quanto può accadere in Germania, in Italia, stranamente, quasi a smentire che siano le condizioni economiche a causare la separazione delle comunità regionali dallo Stato nazionale, l’obiettivo dell’indipendenza trova numerosi sostenitori in Sardegna, una delle regioni meno dotate economicamente rispetto alla media nazionale; a parere di Franciscu Sedda, segretario nazionale del Partito dei Sardi, in “La Sardegna può diventare indipendente anche grazie alla Catalogna” (intervista concessa ad Alessandro Aresu, in Limes 10/2017) mostra di non avere dubbi e incertezze sul perché il suo partito persegue l’indipendenza dell’Isola dal resto dell’Italia.

Le sue argomentazioni, però, non hanno fondamento credibile, in quanto prive del supporto di un progetto politico, economico e sociale che possa plausibilmente giustificare le aspirazioni del suo partito; Sedda considera solo importante il fatto che il Partito dei Sardi, il governo e il parlamento della Regione Sardegna abbiano dato, sin da subito, ”una solidarietà praticamente unanime alle istituzioni catalane”; a sua parere, si è trattato di una “caso unico in Europa”, che, però, non vale a giustificare l’azione del suo movimento.

L’unica argomentazione avanzata da Sedda, a supporto dell’indipendenza della Sardegna, è che il pensarsi “attraverso gli altri è sempre fruttuoso”, in considerazione del fatto che l’indipendentismo catalano esercita sicuramente un grande fascino su quello sardo, “per la dimensione popolare e nonviolenta, per il modello di società al tempo stesso accogliente della diversità e capace di dare dignità alla propria storia, cultura lingua; per il progressismo diffuso e la capacità di generare prosperità attraverso la piccola e media impresa”. Sedda dimentica che la prosperità della Catalogna è garantita, non solo dalla presenza operosa ed efficiente di un sistema di piccole e medie imprese, ma anche da attività produttive di ben altra dimensione e capacità di creare nuove ricchezza; piccole, medie e grandi imprese, che in Sardegna non abbondano, per cui le condizioni di vita della comunità regionale sarda dipendono ancora in modo consistente dalla solidarietà nazionale.

Di tutto questo Sedda sembra non preoccuparsi, avvalendosi solo della certezza che “grazie agli stimoli che arrivano dalla Catalogna si può aprire una breccia che condurrà un giorno al nostro referendum” e consolandosi del fatto che il Partito dei Sardi, pur essendo nato nel 2013, aggregando esperienze personali e politiche diverse, ha eletto cinque rappresentanti in seno al Consiglio regionale, diventando la terza forza dietro il Partito Democratico e Forza Italia. Peccato che Sedda dimentichi le condizioni rese favorevoli al suo partito dalla particolare legge elettorale in base alla quale si sono svolte le ultime consultazioni politiche regionale; condizioni, che molto probabilmente sono destinate presto a cambiare.

Ad ogni buon conto, per Sedda, il Partito dei Sardi, in considerazione della sua “forza” attuale, “vuole costruire uno Stato sardo indipendente in Europa. Una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente giusta”. Dunque, una Sardegna indipendente senza se e senza ma; tuttavia, a differenza di altri partiti regionali, quello dei sardi, “non esclude la gradualità e la possibilità di allearsi anche con chi non è (ancora) indipendentista”.

Se così, c’è solo da augurare a Sedda di riuscire ad intessere rapporti con chi è ancora portatore dello spirito del tradizionale azioniamo sardo di origine risorgimentale, per accedere all’idea di contribuire, con il suo partito, a dare forza politica a quanti in Sardegna e nell’intero Paese auspicano, per prevenire crisi istituzionali e “fughe in avanti”, per ragioni egoistiche, delle regioni economicamente più dotate, una riorganizzazione istituzionale dell’Italia su basi federaliste. In questo caso, l’indipendentismo sardo non avrebbe motivo di trarre ispirazione da quello catalano, ma di porsi semmai come esempio nei confronti della Catalogna del come, all’interno degli Stati nazionali, possono essere democraticamente corretti i rapporti insoddisfacenti esistenti tra lo Stato centrale e le comunità regionali periferiche.

Gianfranco Sabattini

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