martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sorelle Materassi, il popolaresco ottimismo di Palazzeschi al Quirino
Pubblicato il 22-11-2017


lucia poli milena vukotic marilù pratiAmbientato nei primi anni del XX secolo nel sobborgo di Firenze Coverciano, “Sorelle Materassi” è un romanzo di Palazzeschi, pubblicato nel 1934, in cui si narra la vicenda di quattro donne che vivono una vita tranquilla e isolata. Tre di esse – Teresa, Carolina e Giselda – sono sorelle: le prime due sono nubili, la terza è stata da loro accolta essendo stata respinta dal marito. Teresa e Carolina sono abilissime sarte e ricamatrici e vivono cucendo corredi da sposa e biancheria di lusso per la benestante borghesia fiorentina. Giselda, delusa dalla vita, tende all’isolamento e si lascia tormentare da un rabbioso risentimento. Una dose di popolaresco ottimismo e di serena saggezza è introdotta nella vita familiare dalla fedele domestica Niobe che tranquillamente invecchia insieme alle padrone.

Tutto sembra scorrere su tranquilli binari quando nella casa giunge Remo, il giovane figlio di una quarta sorella morta ad Ancona. Bello, pieno di vita, spiritoso, il giovane attira subito le attenzioni e le cure delle donne i cui sentimenti parevano addormentati in un susseguirsi di scadenze sempre uguali. Istintivamente Remo si rende conto di essere l’oggetto di una predilezione venata di inconsapevole sensualità e approfitta della situazione ottenendo immediata soddisfazione a tutti i suoi desideri e a tutti i suoi capricci. Il sereno benessere della vita familiare comincia ad incrinarsi: Remo spende più di quanto le zie guadagnino con il loro lavoro e le sue pretese non hanno mai fine. Giselda è l’unica a rendersi conto della situazione ma i suoi avvertimenti rimangono inascoltati. A poco a poco Teresa e Carolina spendono tutti i loro risparmi per soddisfare le crescenti esigenze del nipote, poi iniziano a indebitarsi e infine sono costrette a mettere in vendita la casa e i terreni che avevano ereditato dal padre.

Al Teatro Quirino di Roma è in questi giorni rappresentato l’adattamento teatrale originale di Ugo Chiti, uno dei più importanti drammaturghi italiani, con la regia di Geppy Gleijeses e l’interpretazione di tre splendide attrici e beniamine del pubblico come Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati, che impersonano le tre sorelle. Lucia Poli alterna toni duri ed abbandoni, Milena Vukotic distilla deliqui, smancerie e piccole ribellioni con il raro dono della grazia, Marilù Prati porta da par suo una ventata rivoluzionaria da povera pasionaria violata covercianese. Nel complesso su buoni livelli la recitazione di tutti e sette gli attori presenti sul palco che ben riescono a trasmettere allo spettatore le atmosfere ed i sentimenti dei primi anni del secolo scorso.

Come infatti sottolinea il regista Geppy Gleijeses “in un trionfo di motori rombanti alla Boccioni-Balla, di giovani ‘fassisti’, massaie prolifiche, edilizia monumentale e altre amenità dominanti, ci ritroviamo tra beghine sole, un po’ disperate e fisicamente aride come “catini di zinco”, avarizie sordide di vecchi bottegai, esistenze inutili che sfioriscono e appassiscono nei retrobottega senza monumenti e senza vetrine”.

Tutto questo fin quando nelle esistenze delle tre sorelle arriva il bel nipote Remo. E questo personaggio, che in un primo tempo ha unicamente connotati negativi, caratterizzandosi soprattutto per il fatto di essere un approfittatore, svela maggiormente la sua natura, in fondo non cattiva, verso il finale dell’opera, quando si fidanza e sposa una bella ereditiera americana. E quando Palazzeschi dedica un capitolo alle nozze provinciali e grandiose di Remo e Peggy è grande come solo Tomasi di Lampedusa nel ricevimento del “Gattopardo”.

Al contrario, le due sorelle Teresa e Giselda, che in un primo momento sembrano essere unicamente vittime di un nipote che le ha in pugno e a cui tutto si perdona per la sua bellezza, rivelano nel finale aspetti quasi morbosi della loro personalità, seppur ancora venati di una certa naturalità.

L’allestimento del Quirino vede una scenografia ben costruita in cui lo spettatore si ritrova nella sala della bella villa di campagna delle tre sorelle, luci e costumi sono molto gradevoli i cui toni, caldi e moderati, tendono ad esaltare il carattere familiare ed in fondo rassicurante di tutta la narrazione. Le musiche di Mario Incudine intermezzano le numerose scene in cui si svolge la rappresentazione portando una ventata di melanconia.

Uno spettacolo da non perdere di cui ricorderemo soprattutto la massima di Remo: “bisogna lasciare un po’ di spazio nella vita alle cose imprevedibili”. Grande presenza di pubblico alla prima, lo spettacolo sarà replicato al Quirino di Roma fino al 3 dicembre.

Al. Sia.

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