lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Stop indennità ragazzo ammalato di tumore: la precisazioni dell’Inps
Pubblicato il 02-11-2017


Stop indennità ragazzo ammalato di tumore

L’INPS SPIEGA

L’Inps ha ritenuto necessarie fornire alcune precisazioni sul caso di Steven Babbi, il giovane dipendente della ditta Siropack, da tempo affetto da una grave patologia, al quale è stato sospesa l’erogazione dell’indennità di malattia, di cui si sono occupati nelle ultime settimane numerosi organi di stampa. Lo scrive l’Inps in una nota.

L’Istituto – ha scritto l’Ente previdenziale in una nota – ha garantito tutto quello che le norme prevedono in queste situazioni, ossia la possibilità di indennizzare l’azienda per la parte di retribuzione corrisposta al ragazzo entro il limite massimo annuo, che è pari a 180 giorni. Nel caso di Steven, il limite dei 180 giorni indennizzati nel 2017 è stato raggiunto l’11 settembre scorso.

Da quella data, conseguentemente, le norme di riferimento purtroppo non consentono di riconoscere ulteriori periodi indennizzabili nel corso di questo anno solare.

Non sussiste infatti alcuna potestà discrezionale da parte dell’Istituto di decidere la durata delle prestazioni erogate, che è definita dalla legge. Il riconoscimento del periodo di titolarità dell’indennità economica in questione fino all’11 settembre 2017 è stato quindi un atto del tutto vincolato, viene sottolineato dall’Inps.

L’Istituto in ogni caso – viene espressamente precisato nella nota – manifesta la più sentita vicinanza nei confronti di un ragazzo che combatte con grande dignità una difficile battaglia e si rende totalmente disponibile a ogni forma di supporto consentito dalle leggi vigenti.

Legato a ripresa e alto costo per le imprese

STUDIO UIL SUL CALO RICHIESTE CIGS

Nonostante a settembre prosegua, in generale, il calo delle richieste di cassa integrazione (-42,2%), sono oltre 174.000 i posti di lavoro protetti dagli ammortizzatori sociali, di cui oltre 100.000 dalla cassa straordinaria. Il calo, pari al 46.7 %, in questo caso, è attribuibile sia ai timidi segnali di ripresa sia al forte aumento, per le imprese che lo richiedono, dei costi di accesso a questo ammortizzatore sociale. Ecco perché uno dei provvedimenti che potrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio dovrebbe riguardare il raddoppio dei costi di licenziamento collettivo per la gestione delle crisi aziendali. Questi proventi servirebbero così ad avviare la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione in costanza di cassa integrazione guadagni straordinaria. E’ quanto emerge dallo Studio su ammortizzatori sociali e licenziamenti realizzato dal Servizio Politiche attive e passive della Uil.

Attualmente, il “ticket licenziamento – ha spiegato Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – a seguito della riforma Fornero, che ha abolito la mobilità, è pari al 41% del massimale di riferimento della Naspi (489,95 euro annui). Precedentemente (fino al 2016) i costi per i licenziamenti collettivi erano mediamente più alti di circa il 59%, in quanto erano parametrati all’indennità mensile di mobilità. Il ticket licenziamento in vigore, in presenza di accordo sindacale, viene pagato, in un’unica soluzione, fino ad un massimo di 3 anni (da un minimo di 489,95 euro per un anno fino a un massimo di 1.469,85 euro per tre anni ) in funzione dell’anzianità del lavoratore. Senza accordo sindacale i costi sono tre volte più alti: 1.469,85 euro per un anno fino ad un massimo di 4.409,55 euro per tre anni”.

La Uil, già da tempo, ha ingaggiato con l’esecutivo, e in particolare con il Ministero del Lavoro, un confronto serrato sugli effetti di alcune delle modifiche strutturali apportate alla legislazione che regola il mercato del lavoro e in particolare i sistemi di protezione sociale, compresi i costi di licenziamento. E’ opportuno, quindi, che il Governo stesso, attraverso la manovra di bilancio 2018, innalzi il ‘ticket licenziamenti’ con un duplice obiettivo: creare un deterrente al non utilizzo della cassa integrazione, recuperare risorse da destinare all’occupabilità dei lavoratori colpiti da crisi aziendale.

“Anche grazie a queste risorse – ha commentato Guglielmo Loy – si potrebbe costruire un percorso, in forma volontaria per i lavoratori che saranno posti in cigs, i quali potranno anticipare i tempi di attivazione dell’assegno di ricollocazione e di tutte le attività, compresa un’efficace formazione, così da creare le condizioni per accedere a una nuova occupazione. La procedura dovrebbe prevedere per il lavoratore un vantaggio sia di carattere fiscale, quale l’esenzione dall’Irpef delle eventuali somme ricevute per incentivazione all’esodo, sia di carattere economico, derivante dall’erogazione del 50% del residuo di cassa integrazione spettante”.

“Vantaggi che – ha sottolineato – porterebbero nelle tasche dei lavoratori ricollocati benefici medi che vanno da un minimo di 3.585 euro (6 mesi residui di cigs), fino ad un massimo di oltre 14 mila euro (in caso di 24 mesi residui di cigs), passando per gli oltre 7 mila euro (in caso di 12 mesi di cigs residua). Il vantaggio economico sarebbe pari a 5.559 euro in 18 mesi (309 euro mensili) per le aziende che assumono con questa nuova modalità un lavoratore a tempo indeterminato (stipendio medio 24 mila euro), anche grazie al beneficio della decontribuzione del 50%”.

La misura potrebbe essere sostanzialmente finanziata con l’aumento del costo del ticket licenziamento. Un intervento, quest’ultimo, che permetterebbe di riequilibrare i costi di licenziamento in rapporto a quelli previsti prima della piena messa a regime del D.lgs. 148/2015 (Jobs Act). Con tale provvedimento, infatti, si sono innalzati in misura considerevole i costi di gestione di periodi di cassa integrazione, in particolare di quella Straordinaria, e sono invece diminuiti i costi per i licenziamenti con particolare attenzione a quelli collettivi. Tant’è che per il 2017, le aziende verseranno nelle casse dell’Inps (bilancio preventivo), per il ‘ticket licenziamento’ 441 milioni di euro a fronte dei 524 milioni versati lo scorso anno tra ticket e contributo di accesso alla mobilità. “Si tratterebbe, senza dubbio – ha avvertito Loy – di un accoglimento solo parziale delle nostre richieste, ma si confermerebbe la consapevolezza da parte del governo che la riforma del sistema di tutele in costanza di rapporto di lavoro ha bisogno di qualcosa in più di un semplice ritocco”.

Infortuni

OLTRE 470MILA DENUNCE NEI PRIMI 9 MESI DEL 2017

Nei primi nove mesi di quest’anno, le denunce d’infortunio pervenute all’Inail sono state 471.518. L’aumento di 594 casi rispetto allo stesso periodo del 2016 (+0,1%) è la sintesi della diminuzione di quelli avvenuti in occasione di lavoro (-0,5%) e dell’incremento di quelli avvenuti in itinere, nel tragitto casa-lavoro e viceversa (+3,7%). Tra gennaio e agosto si era registrato, invece, un aumento per entrambe le modalità di accadimento (+0,7% e +4,4% rispettivamente) per un incremento complessivo pari all’1,3%.

Sono alcuni dei dati disponibili nella sezione ‘Open data’ del sito Inail: dati analitici delle denunce di infortunio e malattia professionale presentate all’Istituto entro il mese di settembre. Si tratta di dati provvisori, perché per quantificare i casi accertati positivi sarà necessario attendere il consolidamento dei dati del 2017, con la conclusione dell’iter amministrativo e sanitario relativo a ogni denuncia.

All’aumento delle denunce presentate all’Inail nei primi nove mesi del 2017 ha contribuito soltanto la gestione industria e servizi con un +0,8% (nel periodo gennaio-agosto l’incremento era del 2%), mentre le gestioni agricoltura e conto Stato hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,9% e all’1,3%. In particolare, per la gestione industria e servizi si assiste nel periodo preso in esame a un incremento degli infortuni in occasione di lavoro dello 0,3% (tra gennaio e agosto era dell’1,6%) e del 3,8% per quelli in itinere (nella rilevazione al 31 agosto 2017 la percentuale era del 4,4%).

A livello territoriale, tra gennaio e settembre, le denunce di infortunio sono aumentate al Nord (oltre tremila casi in più), mentre sono diminuite al Sud (-969), al Centro (-781) e nelle Isole (-683). Gli aumenti più sensibili, sempre in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+1.794 denunce) ed Emilia Romagna (+1.238), mentre le riduzioni maggiori sono quelle rilevate in Sicilia (-903) e Puglia (-836).

Nei primi tre trimestri 2017, l’aumento infortunistico è stato pari allo 0,1% tra i lavoratori (330 casi in più) e allo 0,2% tra le lavoratrici (+264). L’analisi per classi di età evidenzia un sensibile aumento delle denunce per i lavoratori di età compresa tra i 55 e i 59 anni e di quelli tra i 60 e i 69 anni, con circa duemila casi in più per entrambe. Risultano, inoltre, in diminuzione le denunce dei lavoratori italiani (-1.600 casi) e in aumento quelle degli stranieri (+2.200).

Nel solo mese di settembre sono state rilevate 45.504 denunce, 3.767 in meno rispetto a settembre 2016 (-7,6%) e 1.900 in meno rispetto a settembre 2015 (-4,0%). Quest’anno il mese ha avuto un giorno lavorativo in meno (fine settimana e festività escluse) rispetto a settembre 2016 (21 contro i 22). Questo calo incide anche sul numero dei giorni lavorativi dell’intero periodo gennaio-settembre, che nel 2017 sono stati 189 contro i 190 del 2016.

Le denunce di infortuni sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail nei primi nove mesi di quest’anno sono state 769, con un incremento di 16 casi rispetto ai 753 dell’analogo periodo del 2016 (+2,1%) e una diminuzione di 87 rispetto agli 856 decessi denunciati tra gennaio e settembre del 2015 (-10,2%). I dati rilevati al 30 settembre del 2016 e del 2017 evidenziano un aumento di 40 casi (da 608 a 648) nella gestione industria e servizi (+6,6%), una diminuzione di nove casi (da 109 a 100) in agricoltura (-8,3%) e un calo di 15 casi (da 36 a 21) nel conto Stato (-41,7%).

Nei primi tre trimestri del 2017, si sono registrati degli incrementi sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro (+0,4%) sia di quelli occorsi in itinere (+6,9%), inferiori però rispetto a quelli dei primi otto mesi (+3,2% e +9,1% rispettivamente), nei quali era stato rilevato un aumento complessivo delle denunce mortali pari al 4,8%. Dal confronto ‘di mese’ tra il settembre 2016 e il settembre 2017 emerge, viceversa, un calo del 10,6% delle denunce in tutte e tre le gestioni, per un totale di sette decessi in meno (da 66 a 59).

L’analisi territoriale evidenzia un aumento di 33 denunce di infortuni con esito mortale nel Nord-Ovest (Liguria +15, Lombardia +14, Piemonte +4), di 11 casi al Sud (Abruzzo +19, Puglia +2, Campania -7, Basilicata -3) e di sette casi nelle Isole (Sicilia +8, Sardegna -1). Le denunce, invece, sono in diminuzione nel Nord-Est (-26 casi), dove si segnalano in particolare i dati del Veneto (-17) e dell’Emilia Romagna (-9), e al Centro, per il quale si registra un calo di nove decessi, sintesi della riduzione rilevata in Umbria (-8 casi), nelle Marche (-3) e in Toscana (-1) e dell’aumento di tre casi nel Lazio.

L’incremento rilevato nel confronto tra i primi nove mesi del 2016 e del 2017 è legato esclusivamente alla componente maschile, i cui casi mortali sono aumentati di 18 unità, da 678 a 696 (+2,7%), mentre quella femminile ha fatto registrare una diminuzione di due casi, da 75 a 73 decessi (-2,7%).

Aumentano le denunce che riguardano lavoratori italiani (+15 casi) e stranieri dell’Unione europea (+4), mentre diminuiscono quelle relative a infortuni con esito mortale occorsi a lavoratori extracomunitari (-3).

Le denunce di malattia professionale pervenute all’Inail nei primi nove mesi del 2017 e protocollate sono state 43.312, oltre 1.500 in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 (-3,4%). Dopo anni di continua crescita, il 2017 sembra dunque contraddistinguersi per il trend in diminuzione, comunque contenuto, delle tecnopatie denunciate, già rilevato anche nei mesi precedenti.

Il calo maggiore si registra in agricoltura (-1.040 casi, da 9.437 a 8.397), seguita dall’industria e servizi (-493 casi, da 34.880 a 34.387) e dal conto Stato (-14 casi, da 542 a 528). In ottica di genere, si rilevano circa mille casi in meno per i lavoratori (da 32.421 a 31.412) e oltre 500 in meno per le lavoratrici (da 12.438 a 11.900). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, continuano a rappresentare quasi l’80% del totale dei casi denunciati.

Carlo Pareto

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