martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La velocità del cambiamento ha messo il mondo fuori controllo
Pubblicato il 10-11-2017


Thomas_Hylland_Eriksen01_3032In “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato”, Thomas Hylland Eriksen, antropologo norvegese, sostiene che l’alta velocità con cui il mondo sta cambiando mette capo ad una modernità che non ha bisogno di essere spiegata,; ciò perché è essa stessa “a includere il cambiamento”, sebbene quest’ultimo per molti decenni sia stato “sinonimo di progresso” e la narrazione che di esso veniva fatta facesse “propri gli elementi del miglioramento e dello sviluppo”. Quando ciò accadeva, la storia aveva un verso certo, che però negli ultimi decenni è diventato un’incognita; per cui l’”entusiasmo per lo sviluppo si è smorzato”, facendo riemergere delle piaghe, quali la povertà e le disuguaglianze distributive che si pensava fossero sul punto d’essere definitivamente rimosse.
La guerra e i conflitti sociali dominano oggi i rapporti tra i gruppi sociali esistenti all’interno dei singoli Paesi e tra i Paesi stessi, mentre le ideologie che li giustificano dominano la scena politica e quella culturale, inducendo l’opinione pubblica a pensare che le previsioni ottimistiche di molti economisti sia il risultato dell’impiego di una disciplina, la loro, divenuta in fatto di previsioni priva di credibilità scientifica. Inoltre, nonostante molti dei Paesi che maggiormente stanno sperimentando il cambiamento ad alta velocità siano retti da regimi democratici, gran parte dei loro cittadini – sostiene Eriksen – avverte che alcune trasformazioni, determinate da provvedimenti governativi, si sono verificate senza alcuna consultazione.
Molti mutamenti, che nel passato hanno concorso a migliorare le nostre condizioni di vita, si sono rivelati, a lungo andare, delle “armi a doppio taglio”, nel senso che essi, dopo essere stati recepiti positivamente, si sono poi rivelati causa di disagi esistenziali crescenti; a conferma di quanto ciò sia vero, basta pensare, come esempio paradigmatico, che l’energia a basso costo, resa accessibile nel recente passato dal progresso tecnologico, dopo aver favorito lo sviluppo delle industrie automobilistiche e migliorato la mobilità dei cittadini, si è trasformata, oggi, in causa dell’inquinamento ambientale e del cambiamento climatico.
Le vecchie idee sul progresso economico e sociale, che un tempo costituivano le principali ideologie di ogni orientamento politico, hanno perso la loro attualità; in particolare l’ideologia della sinistra, che storicamente ha sempre fatto proprie le istanze di riscatto dal bisogno e di equità distributiva, oggi si trova a dconfrontarsi con altre istanze delle quali è portatrice la modernizzazione del mondo contemporaneo, per via del fatto che, nella complessità dei moderni sistemi economici avanzati, un provvedimento assunto per fare fronte a una situazione non più desiderabile ha spesso – afferma Eriksen – “conseguenze impreviste più rilevanti” dei risultati attesi.
Tutto ciò rende difficile l’attività di governo volta a regolare le dinamiche economiche e sociali, anche perché chi si trova a ricoprire uno status ruolo di responsabilità pubblica può con una sua decisione “cambiare la vita di migliaia di persone con un tratto di penna”; ciò però significa che se chi decide tenesse conto del punto di vista di chi ne subisce le conseguenze, probabilmente la consultazione varrebbe a cambiare la decisone stessa. In altri termini, a parere di Eriksen, nel mondo contemporaneo, a causa della sua complessità, le decisioni prese “su piccola scala” (a livello dei cittadini) sono costantemente in conflitto con le decisioni di “scala più ampia” (quella del decisore pubblico), nel senso che ciò che può rappresentare un bene da un punto di vita globale, o astratto, può non esserlo da un punto di vista locale, o particolare.
Il contrasto tra le scale di riferimento è causato, in modo generalizzato, dalla globalizzazione, la cui governance sacrifica eccessivamente gli stati di bisogno locali; ciò, con riferimento ai molti problemi dell’umanità (quali il clima, le migrazioni, le disuguaglianze distributive e la crescita), è fonte di molti conflitti, a causa appunto dell’impatto che la soluzione globale dei problemi ha sulla percezione dei risultati a livello locale.
A parere di Eriksen, la responsabilità della mancata conciliazione tra le esigenze avvertite a livello delle due scale, quella globale e quella locale, è imputabile al regime ideologico del neoliberismo, “attualmente in auge, egemonico e globale”, il quale sostiene che tutte le questioni dell’esistenza, per essere affrontate razionalmente, devono essere tradotte “in questioni economiche e gestionali”; ciò, al fine di evitare “il dibattito sui problemi “sensibili”, quali quelli connessi con la giustizia sociale e le condizioni necessarie al benessere duraturo dell’umanità, considerata in tutte le sue articolazioni culturali.
In tal modo, il neoliberismo si caratterizza oggi per essere l’ideologia che ha causato la diffusione nel mondo di problemi connessi a “processi fuori controllo”, all’interno di aggregati umani diversi, ma interconnessi tra loro; ciò significa – afferma Eriksen – che la dinamica economica avviene in assenza di automatismi che “ne stabiliscano il limite massimo”. L’esempio più chiaro di processo fuori controllo è offerto, secondo Eriksen, dalla finanziarizzazione dei mercati, la cui “natura di commercio di beni fittizi […], unita all’irregolare ma frequente scoppio di bolle, assicura la costante instabilità del sistema a livello globale”.
La spinta a gestire la soluzione dei problemi a livello di scale superiori è intrinseca alla globalizzazione, i cui critici privilegiano invece soluzioni realizzate a livello di scale inferiori. Per Eiksen, la maggior parte dei “conflitti di scala” del mondo attuale avvengono quando le comunità locali avvertono d’essere “prevaricate da interessi di larga scala, quando le urgenze quotidiane di breve periodo hanno priorità rispetto alla sopravvivenza di lungo periodo, o quando le creazione di impiego a livello locale conta più della sostenibilità ambientale”.
Per spiegare il frequente “scoppio” di conflitti tra portatori di istanze globali e portatori di istanze locali, il termine “scontro di civiltà”, secondo Eriksen, non è adeguato, perché manca di descrivere esattamente i motivi dei conflitti più frequenti del mondo contemporaneo; l’assunto dello scontro di civiltà considera le differenze culturali come la forza scatenante e la causa primaria dei conflitti che esplodono lungo le “linee di faglia” che separano le civiltà, mentre pochi, “per non dire nessuno dei conflitti di cui siamo spettatori oggi si sviluppano lungo queste linee di faglia”.
Se è vero che molti conflitti coinvolgono comunità caratterizzate da culture diverse, è altrettanto vero che una parte dei conflitti avviene all’interno di comunità omogenee sul piano culturale; è, questa, la ragion per cui, per Eriksen, “il concetto di scontro tra ordini di grandezza” risulta più chiaro, versatile e utile nel decifrare le frizioni e le tensioni provocate dal neoliberismo globale.
Affrontare i problemi nella prospettiva di una scala più alta significa risolvere in termini ottimali i problemi del mondo; è, questo, un altro assunto sul quale è basato il successo dell’ideologia neoliberista, condivisa dalle oligarchie mondiali, che rinvengono la “bontà” della globalizzazione nella sua capacità di “rendere congruenti la scala politica e quella cognitiva, attraverso l’identificazione delle comunità nazionali in un una comunità globale”, plasmata questa in modo conforme agli interessi delle stesse oligarchie.
Le oligarchie sostengono perciò che salire di scala per la soluzione dei problemi economici sia sempre conveniente per tutti, senza considerare che ciò che può essere valutato conveniente a livello di scala superiore, può non esserlo a livello delle economie locali che ne subiscono le conseguenze. Il sacrificio delle economie periferiche, provocando la percezione da parte delle popolazioni locali d’essere prevaricate, si traduce in sicura fonte di reazione, che conduce inevitabilmente alla proposizione di alternative a livello locale.
La conseguenza dei conflitti, riconducibili alla diversa valutazione degli effetti della soluzione dei problemi economici a scale diverse, è che i portatori di interessi locali sono costretti ad effettuare una scelta e ogni qualvolta ciò accade – afferma l’antropologo Eriksen – la maggior parte degli individui “sceglie di fidarsi della propria esperienza piuttosto che degli eminenti dati degli esperti”, per poi determinare colpe e responsabilità.
In ogni caso, osserva Eriksen, se è vero che nelle società contemporanee complesse la conoscenza dei problemi da risolvere è spesso oggetto di contestazione, a seconda che essi siano affrontati a livello globale o a livello locale, non è meno vero che la contestazione è frequente anche a un medesimo livello di scala. Da ciò deriva che trovare colpe e responsabilità di quanto accade a un qualsiasi livello di scala non sia mai facile.
In ogni caso, al di là della ricerca del livello di scala più conveniente per la soluzione dei problemi, resta il fatto che l’esperienza evidenzia come la storia della modernità realizzata ad alta velocità sia “storia della dominazione e della prevaricazione della piccola scala da parte della grande scala”. Se si vogliono eliminare i conflitti, piuttosto che indugiare nella ricerca di quale sia la scala più conveniente per la soluzione dei problemi continuamente creati dalla dinamica della società complessa, occorre accettare – afferma Eriksen – la presenza di “universi culturali in conflitto, che cambiano a velocità diverse, e che riescono solo raramente a sincronizzarsi” e prendere coscienza di ciò che la storia degli ultimi decenni ha evidenziato: “ciò che giova a livello locale può rivelarsi catastrofico se proiettato a livello globale, e ciò che ha senso globalmente potrebbe rivelarsi catastrofico localmente”.
Oggi, ciò di cui si avverte il bisogno nella governance della economia integrata globalmente, conclude Eriksen, è che le risposte a tutti i problemi siano il risultato di un “processo continuo di ibridazione o creolizzazione culturale”; è, questa, una prospettiva radicalmente diversa da quella di stampo neoliberista, che vorrebbe gli esseri umani di tutto il mondo sempre più simili gli uni agli altri; occorre contrastarla una tale prospettiva, partendo dal presupposto che la globalizzazione non crea necessariamente delle “persone globali” e non produce esiti univoci, così come vorrebbero far credere i neoliberisti; cioè, non si tratta di un fenomeno che standardizza la percezione degli stati di bisogno degli uomini, rendendoli sensibili solo a prescrizioni preconfezionate; ragione, questa, che non esclude che, a livello locale, possano esistere esseri umani dotati di “una fibra culturale propria, unica e complessa”.
Per realizzare una governance globale dei problemi del mondo, realmente alternativa a quella sinora imposta dall’ideologia neoliberista, Eriksen si limita a suggerire la maturazione di un’”etica cosmopolita”, che orienti gli uomini di “buona volontà” a maturare la “capacità di ascoltare” la periferia; risorsa, questa, che sinora ha scarseggiato nel mondo contemporaneo.
L’auspicio dell’antropologo norvegese è senza alcun dubbio condivisibile; rimane però il convincimento che, nei confronti delle oligarchie neoliberiste, la sola “etica cosmopolita” non sia una risorsa sufficiente a ricondurre le soluzioni dei problemi complessi del mondo contemporaneo sotto la diretta responsabilità politica degli uomini, al pari di quanto accadeva prima che la velocità del cambiamento portasse il mondo, a causa dell’ideologia neoliberista, fuori da ogni possibile controllo.

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