Piemonte, dieci borse di studio in più per specializzandi in Medicina

obiettori_medici-abortisti-ginecologiDieci borse di studio supplementari per gli specializzandi in medicina delle università piemontesi. Lo prevede la delibera presentata dall’assessore regionale alla Sanità Antonio Saitta e approvata nei giorni scorsi dalla Giunta regionale. In questo modo la Regione Piemonte mette a disposizione uno stanziamento di 1 milione e 254mila euro, che va a integrare le risorse del Ministero dell’Istruzione, per finanziare l’attivazione dei posti aggiuntivi e coprire integralmente i costi per tutta la durata del ciclo formativo.

“Abbiamo mantenuto l’impegno che avevamo preso nei mesi scorsi: per la prima volta la Regione stanzia risorse per finanziare borse di studio per gli specializzandi in medicina – sottolinea l’assessore Saitta –. Abbiamo cercato di concentrarci sulle situazioni che presentano le maggiori carenze, ma è evidente come il fabbisogno del Piemonte sia decisamente più elevato. Occorre che il Miur incrementi il proprio stanziamento”.

“Senza un adeguamento dell’offerta formativa ai reali bisogni – continua l’assessore Saitta – si rischia nei prossimi anni di creare un’emergenza all’interno del sistema sanitario. Alla nostra sanità servono più medici: per questo motivo, anche in qualità di coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, continuerò a sollevare il tema e a chiedere al Miur un aumento delle risorse impiegate”.

Le 10 borse di studio supplementari saranno così destinate alle scuole di specializzazione:

– Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva e del dolore – 1 posto aggiuntivo all’Università degli Studi di Torino;

– Malattie dell’Apparato digerente – 1 posto aggiuntivo all’Università degli Studi di Torino;

– Medicina d’emergenza-urgenza – 3 posti aggiuntivi, 2 all’Università degli Studi di Torino e 1 all’Università degli Studi del Piemonte Orientale;

– Medicina Interna – 2 posti aggiuntivi, 1 all’Università degli Studi di Torino e 1 all’Università degli Studi del Piemonte Orientale;

– Pediatria – 3 posti aggiuntivi, 2 all’Università degli Studi di Torino e 1 all’Università degli Studi del Piemonte Orientale.

Al Trieste Film Festival il Sindacato Critici premia i migliori film del 2017

aciambra3Prosegue la collaborazione tra il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) e il Trieste Film Festival, in programma dal 19 al 28 gennaio 2018, ancora una volta uniti per premiare all’inizio dell’anno nuovo i migliori titoli usciti nelle sale italiane nell’anno appena trascorso.

Due i riconoscimenti, al miglior film italiano e al miglior film internazionale, che saranno assegnati domenica 21 gennaio.

Tra gli italiani, a “imporsi” – dopo il successo al Festival di Cannes – è stato A Ciambra di Jonas Carpignano: il film è infatti risultato il più votato nel referendum promosso dal Sindacato tra tutti i propri soci.

Elle di Paul Verhoeven è invece il il miglior film in assoluto fra tutti quelli distribuiti in sala nel nostro Paese nel corso del 2017. In questo caso a votare è stata la commissione incaricata di segnalare i Film della Critica, composta da Enrico Azzano, Massimo Causo, Adriano De Grandis, Piera Detassis, Francesco Di Pace, Nicola Falcinella, Fabio Ferzetti, Beatrice Fiorentino, Federico Gironi, Roberto Manassero, Raffaele Meale, Paolo Mereghetti, Franco Montini, Giona A. Nazzaro, Federico Pontiggia e Giulio Sangiorgio.

Nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino (l’edizione “zero” è datata 1987), il Trieste Film Festival – diretto da Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo – è il primo e più importante appuntamento italiano dedicato al cinema dell’Europa centro-orientale, che continua a essere da trent’anni un osservatorio privilegiato su cinematografie e autori spesso poco noti – se non addirittura sconosciuti – al pubblico italiano, e più in generale a quello “occidentale”. Più che un festival, un ponte che mette in contatto le diverse latitudini dell’Europa del cinema, scoprendo in anticipo nomi e tendenze destinate ad imporsi nel panorama internazionale.

Scenari elettorali

È ufficiale, si vota il 4 marzo. Nonostante la certezza della data, gli scenari politici rimangono però molto incerti. Ad oggi, le uniche cose sicure sono la crisi del Pd e la rinnovata centralità di Berlusconi nel sistema politico.

Il leader di Forza Italia è praticamente rinato dopo la disfatta del 2011 che lo aveva costretto alle dimissioni. Alla luce delle difficoltà del Pd, e a fronte dell’inesperienza grillina, l’ex Cavaliere sembra essere diventato il dominus della politica nostrana.

Dopo il 4 dicembre, infatti, il Pd renziano è entrato in una grave crisi strategica, non trovando una via d’uscita. La sconfitta nelle diverse tornate di amministrative, la scissione di Mdp (poi confluito in Liberi ed Uguali) e il caso Boschi sono emblematici.

Anche l’avvio della campagna elettorale non sembra essere stato dei più esaltanti. L’iniziativa del Treno “Destinazione Italia” per ascoltare il Paese non ha sortito gli effetti sperati. Per non parlare della commissione d’inchiesta sulle banche, che si è rivelata un grave boomerang per il Partito democratico. Questa situazione è stata fotografata anche dagli ultimi sondaggi, secondo i quali il partito di Renzi si attesterebbe intorno al 24%. Sembra che il segretario del Pd abbia perso contatto con il Paese, e che tutti i tentativi per recuperarlo stiano allargando tale frattura.

Queste difficoltà si rispecchiano anche nell’impossibilità di stringere alleanze con le varie forze politiche che potrebbero dar vita ad un centrosinistra largo, in primis Liberi e Uguali. Ad oggi l’unica alleanza siglata dal Pd è con Insieme, la federazione di stampo ulivista che unisce Psi, Verdi e Area Civica.

Per le caratteristiche del Rosatellum, una legge elettorale mista (64% proporzionale, 36% maggioritario) che non garantisce facilmente la governabilità, la condizione del Partito democratico risulta particolarmente infelice. Non riuscendo a costruire delle coalizioni ampie, il partito guidato da Renzi sembra essere in difficoltà nei collegi uninominali, in cui le forze coalizzate, sommando i rispettivi voti, possono sostenere un singolo candidato.

Al contrario, il centrodestra sembra essere favorito, Berlusconi in modo particolare. L’ex Cavaliere può infatti cercare di arrivare al 40%, forte di tutta la coalizione del centrodestra, composta da Fi, Lega, FdI, Energie PER l’Italia, Noi con l’Italia, Udc e Rinascimento. Se il centrodestra non dovesse raggiungere questa percentuale, Berlusconi potrebbe comunque ergersi a uomo di Stato, facendosi garante di un governo di larghe intese con il Pd dopo il voto. Non a caso, il leader di Fi ha identificato nel M5s il nemico da battere, e non ha mai attaccato frontalmente il Pd, anche perché una débâcle dei Dem limiterebbe gravemente la sua strategia.

Queste opzioni prefigurano una rinnovata centralità berlusconiana, basata sul suo potere coalittivo che gli permette di stringere alleanze sia con il centrodestra che con il centrosinistra, utili per tagliare fuori il Movimento 5 stelle.

Questo potere è ulteriormente rafforzato dalla natura del M5s. In effetti, tutti i partiti stanno attaccando i grillini e temono la possibilità di un eventuale governo targato 5 stelle. Berlusconi, per la sua posizione, dovrebbe essere il perno su cui si fonda questa conventio ad excludendum 2.0.

Ad oggi, infatti, sembrano poco praticabili le possibili alleanze elettorali del M5s: sia con la Lega, ben radicata nel centrodestra; sia con LeU. Quest’ultima non sembra del tutto impossibile, anche se smentirebbe la storia del movimento fondato da Grillo…

Sanità, nuove assunzioni in ASL Roma 1

Medici-sanitàLa fine dell’anno si chiude con una buona notizia sul fronte lavoro. Venerdì pomeriggio nel Salone del Commendatore della ASL Roma 1 ad essere firmati, alla presenza della Direzione Aziendale della ASL, sono stati 43 contratti che segnano un nuovo inizio per altrettanto personale sanitario. Si tratta di un momento importante per tutti i professionisti coinvolti, tra assunzioni e stabilizzazioni. Scendendo nel dettaglio sono 24 infermieri, 10 tecnici (neurofisiopatologia e radiologia) e di 9 dirigenti medici impegnati in attività diverse: si passa dalla veterinaria alla medicina interna, farmacia, gastroenterologia, ostetricia e ginecologia, ortopedia e traumatologia, psichiatria. Il processo di stabilizzazione arriva dopo un lungo periodo di stasi, parliamo di 10 anni, caratterizzati dal blocco del turnover legato alle difficoltà economiche che il Lazio ha attraversato negli anni passati. Un aspetto, questo, sottolineato anche in una lettera del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, consegnata ai dipendenti. “Si conclude una lunga fase di incertezza e sacrifici – scrive il Governatore -. Finalmente dopo anni poniamo fine ad una condizione inaccettabile di lavoro precariato, grazie ad un contratto a tempo indeterminato che restituisce ad ognuno di voi meritate prospettive di serenità”, continua. “La vostra stabilizzazione, attraverso la procedura concorsuale, non è soltanto il riconoscimento di un diritto, ma anche una condizione fondamentale per far funzionare meglio l’organismo della sanità regionale – e conclude -. La diffusione del lavoro precario ha ostacolato lo sviluppo della sanità del Lazio, ha spinto altrove tantissimi operatori, ha disgregato équipe sanitarie e mortificato competenze. Ora quella stagione si chiude”.

Trump anno uno: poche luci, molte ombre

Donald Trump nomination 1Citando la Fox News Donald Trump in un tweet ha detto che è impossibile “verificare le affermazioni di collusione Trump/Russia” e che la “Fbi è corrotta”. Sembra un messaggio di campagna elettorale ma il 45esimo presidente lo ha mandato qualche giorno fa dopo avere completato il primo anno alla Casa Bianca.

L’inaspettata vittoria nel 2016 continua a dominare i dubbi sulla legittimità del 45esimo presidente specialmente considerando l’ombra del Russiagate. Ciononostante Trump ha nel male e nel bene completato un anno da presidente. Tirando le somme il Paese si trova economicamente bene, ma sotto molti altri aspetti non si vedono che ombre.

L’economia ha continuato a migliorare soprattutto guardando i risultati di Wall Street con un 25 percento di aumento della Dow Jones. La disoccupazione è scesa dal 4,8 al 4,1 percento. Si tratta di numeri che dovrebbero fare piacere al presidente il quale li potrebbe citare ad nauseam per dimostrare che siamo sulla strada giusta. Trump dice molte cose contraddittorie ma per potere vendere la sua riforma fiscale con tagli alle tasse delle corporation e dei benestanti non ha spinto molto sul tasto positivo dell’economia. La riforma fiscale è stata venduta come sprone all’economia e quindi bisogna giustificarla come necessaria per migliorarla. Il fatto che le corporation e i benestanti continuano a possedere montagne di soldi non quadra con la necessità di ridurre le tasse. La parte dell’economia che richiede attenzione verte sulla diseguaglianza che a Trump interessa poco.

C’è poi l’aspetto politico della riforma fiscale. Con la maggioranza di ambedue le Camere e il controllo del potere esecutivo i repubblicani dovevano dimostrare di potere governare ed avevano bisogno di una vittoria. Dopo avere fallito clamorosamente con la revoca dell’Obamacare, silurata al Senato da tre repubblicani, la riduzione delle tasse era il facile gol da segnare dato che i tagli alle imposte fanno piacere a tutti i repubblicani.

La riforma fiscale è però poco popolare con gli americani. L’approvazione si aggira sul 25-30 percento secondo parecchi sondaggi. In effetti, l’americano medio la vede per quello che è, un regalo ai benestanti.

Queste cifre di popolarità si avvicinano a quelle sull’operato di Trump (32-35 percento), numeri bassissimi specialmente se si considera lo stato dell’economia. In linee generali, quando l’economia va bene il presidente riceve il credito anche se il suo impatto potrà essere stato poco influente. Trump infatti ha ricevuto una situazione economica dal predecessore Barack Obama in buono stato. Il 44esimo presidente, invece, aveva ricevuto un’economia a brandelli da George W. Bush. Dopo otto anni di Obama l’economia si trova sulla strada giusta e Trump merita credito per non averla rovinata.

Trump però ha fatto parecchio dal punto di vista sociale a spingere in una direzione negativa. Quando un presidente viene eletto cerca subito di sotterrare la campagna politica e cerca di unificare il Paese sorridendo non solo a quelli che lo hanno votato ma anche a quelli che hanno scelto il suo avversario. Trump non ha dato segnali in questa direzione. Infatti, i suoi continui tweet e i suoi comportamenti spesso poco presidenziali ci ricordano gli atteggiamenti della campagna elettorale. I suoi fedelissimi continuano ad approvare il suo operato ma non è riuscito ad ampliare il suo supporto con gli indipendenti per non parlare dei democratici.

Trump merita credito per avere mantenuto alcune delle sue promesse come ci confermano le sue nomine di giudici. Spicca in questo senso la conferma di Neil Gorsuch alla Corte Suprema che si sta dimostrando conservatore, poco diverso dal suo predecessore Antonin Scalia.

In politica estera il 45esimo presidente ha poco da additare come successi. L’abbandono dell’accordo di Parigi sul riscaldamento globale e quello del TPP, Trans-Pacific Partnership, e la sua spavalderia nella situazione con la Nord Corea faranno sorridere i suoi fedelissimi ma non rassicurano affatto gli alleati americani. La politica estera di Trump ha seguito la sua linea isolazionista di “America First” basata sul concetto che gli altri Paesi si sono approfittati degli Stati Uniti. Il 45esimo presidente sembra non capire che gli Stati Uniti sono il potere globale e come tale non si possono permettere di abbandonare gli alleati anche perché crea spazio ai nostri avversari come la Russia e la Cina a occupare il vuoto politico internazionale.

Nessuna luce per la pace nel Medio Oriente il cui compito era stato dato a Jared Kushner, genero di Trump. La situazione è peggiorata infatti con la dichiarazione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Le Nazioni Unite hanno condannato l’annuncio e Trump ha reagito tagliando i contributi americani all’organizzazione internazionale, confermando i suoi atteggiamenti di leader immaturo.

In sintesi, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca, il Paese e il mondo sono meno sicuri per la volubilità del 45esimo presidente. Il pericolo maggiore però rimane nell’incapacità di Trump di accettare la realtà obiettiva e di interpretare gli eventi con il suo filtro di narcisista. Tutto ruota intorno a lui. Se qualcosa non gli va bene lui addossa la responsabilità ad altri spesso attaccando le istituzioni del Paese come la Fbi, la Cia, il potere giudiziario, e spesso anche i leader del suo partito. L’unica eccezione è Vladimir Putin. Il leader russo ha detto più d’una volta a Trump che il suo Paese non ha interferito sull’elezione americana. Trump lo crede dimenticando che Putin è un ex agente della KGB. È strano che il presidente abbia più fiducia in un ex agente della KGB invece delle autorità americane che lavorano per il Paese. È possibile dunque credere Trump?

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Quel Capodanno di 49 anni fa…

Si è fatto un gran parlare della visita in Sardegna del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che lo scorso 22 dicembre si è recato nello stabilimento Alcoa di Portovesme per la firma di un accordo di programma che prefigura la riapertura della storica fabbrica di alluminio del Sulcis Inglesiente in vista della sua acquisizione da parte di una multinazionale americana. Il ministro ha dichiarato di essere venuto personalmente per firmare il contratto quale “atto di rispetto verso questi lavoratori, che loro stessi si definiscono testardi, che non hanno mai perso la speranza”. Sono infatti più di cinque anni che i lavoratori dell’Alcoa lottano per difendere il loro posto di lavoro. Il ministro Calenda ha concluso la sua visita mangiando un trancio di pizza con gli operai, come aveva loro promesso nel corso di un incontro al ministero. Ci uniamo ovviamente all’augurio che la situazione dei lavoratori dell’Alcoa possa finalmente risolversi positivamente con la ripresa del lavoro e dell’occupazione.

La notizia è stata debitamente ripresa da tutti i media e il programma “Propaganda Live” su La7 ha effettuato un collegamento ad hoc con gli operai dell’Alcoa elogianti il ministro.

In quest’occasione mi è tornato alla mente un altro episodio, che fu accolto con molto minore clamore mediatico e che è oggi quasi del tutto dimenticato.

La notte di San Silvestro di 49 anni fa, il 31 dicembre 1968, un altro ministro della Repubblica trascorse la fine d’anno per strada, in Via Veneto a Roma, assieme al presidio di lotta dei lavoratori di una fabbrica occupata, la tipografia Apollon, i cui operai avevano deciso di manifestare le loro ragioni proprio nel cuore della Roma del lusso e del bel mondo.

Era il ministro del lavoro socialista Giacomo Brodolini, che, scandalizzando i “benpensanti” dell’epoca, portò la sua solidarietà ai lavoratori in lotta, con una dichiarazione che divenne famosa, perché un ministro socialista “sta da una parte sola, quella degli operai”, annunciando la prossima presentazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

L’ Apollon, che sorgeva fino agli anni settanta nell’area industriale della Tiburtina, era una delle principali aziende tipografiche della capitale, con commesse nazionali e oltre 350 operai. La loro lotta contro la chiusura dello stabilimento, da loro occupato, fu lunga: tredici mesi, tra il giugno 1968 e il luglio 1969, quando la proprietà, che aveva deciso di chiudere la fabbrica per venderne l’area ai costruttori immobiliari, fu costretta a riaprire l’attività, che proseguì ancora per alcuni anni.

Nello stesso luglio 1969, l’11, moriva a Zurigo Giacomo Brodolini, che preso dall’impegno di portare a compimento i disegni di legge da lui patrocinati (l’eliminazione delle gabbie salariali, l’introduzione della pensione sociale, l’emanazione dello Statuto), aveva tralasciato di curare tempestivamente il tumore che l’avrebbe condotto alla morte.

Della storica partecipazione di Brodolini al presidio di capodanno degli operai dell’Apollon non esistono in rete documentazioni fotografiche.

Sono solo riuscito ad estrarre un fotogramma dal film-documentario Apollon, una fabbrica occupata, realizzato all’epoca da un gruppo di attori e tecnici militanti diretti da Ugo Gregoretti, che mostra un Brodolini già provato dalla malattia, ma determinato a portare il proprio sostegno ai lavoratori in lotta. L’intero filmato è visibile nel sito dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.

Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat conferì a Brodolini la Medaglia d’Oro al Valor Civile, con la seguente motivazione: «Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni sua energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione. Luglio 1969».

Alfonso Maria Capriolo

Insieme, gazebo per fare gli auguri all’Italia

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Sabato 30 dicembre “la lista di ispirazione ulivista “Insieme” organizzerà nelle città italiane iniziative nei centri cittadini per fare gli Auguri all’Italia. Saranno allestiti tavoli e gazebo dalle 10 alle 13 dove si distribuiranno pacchi di lenticchie dell’Alta Val Nerina a sostegno delle imprese che si trovano nelle zone colpite dal sisma. Presenti ai gazebo i promotori della lista: Giulio Santagata a Bologna (Piazza Maggiore angolo via IV novembre), Angelo Bonelli a Roma (Largo Goldoni) e Riccardo Nencini a Firenze (Piazza Gino Bartali).

L’iniziativa – si legge in una nota – si svolgerà contemporaneamente in molte città italiane, tra cui Milano, Napoli, Ancona, Palermo, Salerno, Perugia, Potenza, Cosenza, Foggia, Venezia e Rieti. A Milano il tavolo sarà allestito al mercato di Viale Papiniano, all’angolo con Piazza Sant’Agostino. Saranno presenti alcuni rappresentanti dei Socialisti e dei Verdi: i co-portavoce dei Verdi Regionali, Elisabetta Patelli e Aldo Guastafierro e quelli dei Verdi Cittadini, Mariolina De Luca ed Enrico Fedrighini, Elena Grandi e Natale Ripamonti, membri dell’Esecutivo Nazionale dei Verdi; il Segretario Regionale del PSI, Lorenzo Cinquepalmi, il Vicesegretario Regionale del PSI, Massimo Parlato, il Segretario Cittadino del PSI, Mauro Broi”.

Una compagine politica “piccola ma coesa” rispetto al vecchio Ulivo prodiano, come tale capace di trovare quel consenso elettorale utile a decretare una buona performance “del centrosinistra rispetto al centrodestra” perché, al di là del “contesto tripolare con il M5S” alla fine nelle prossime elezioni politiche “lo scontro sarà tra il centrodestra e il centrosinistra”. Questa, in sintesi, la riflessione di Riccardo Nencini che a Napoli oggi ha preso parte all’Assemblea costituente di “Insieme per l’Italia Area Progressista”, la nuovo formazione in cui sono confluiti esponenti del Pd, Verdi, esponenti di campo progressista e officina delle Idee, socialisti.
“Insieme per l’Italia riunisce storia e esperienze che hanno sconfitto due volte Berlusconi, nel 1996 e n del 2006 e, come si suol dire, non c’è due senza tre!”. In vista della campagna elettorale, annuncia Nencini, “è pronto un pacchetto di proposte di sostenibilità ambientale e sociale perché ci sono troppe diseguaglianze. Bisogna intervenire. A livello Costituzionale. Penso che la prossima legislatura debba essere costituente”.

 Quando gli si fa notare che la compagine che ha sconfitto due volte Berlusconi era molto più ampia dell’attuale Insieme per l’Italia, Nencini ammette: “Sì, anche troppo, al punto che alla vittoria elettorale del 2006 è seguita la sconfitta politica del 2008. C’erano troppi partiti e troppe conflittualità. Oggi Questa compagine è piccola ma coesa”.
Vero, ammette ancora Nencini, che ora i fronti sono tre, se si contano i pentastellati, ma è altrettanto vero che, “come dimostrano le recenti elezioni in altri paesi d’Europa, alla fine gli estremisti/populismi non vengono premiati dai cittadini”.
Quanto al raggruppamento politico che fa capo a Piero Grasso, l’opinione è precisa: “Rappresentano una finestra aperta. La sinistra si è sempre distinta tra quella riformista è quella massimalista. Molte volte quella massimalista è contenta se la riformista perde!…..”.

SIPARIO SULLE CAMERE

cameraCala il sipario sulla legislatura numero diciassette. Dopo aver ricevuto al Quirinale il premier Gentiloni e i presidenti di Camera e Senato, Sergio Mattarella ha sciolto le Camere. È l’atto finale che porta alle elezioni: gli italiani saranno chiamati alle urne domenica 4 marzo, poi le nuove Camere si riuniranno il 23 dello stesso mese per eleggere i presidenti. Da oggi l’Italia è in campagna elettorale. Da qui al voto resta a Palazzo Chigi Gentiloni: il suo governo non si è dimesso, i poteri non sono limitati all’ordinaria amministrazione. Insomma, le Camere chiudono i battenti, ma il governo non va in vacanza. “L’Italia non si mette in pausa, il governo non tira i remi in barca, continuerà a governare”, ha spiegato il premier nella conferenza stampa di fine anno che ha preceduto di qualche ora l’epilogo della legislatura.

Alle elezioni del 4 marzo verranno premiate le coalizioni e, ha sottolineato il segretario del Psi Riccardo Nencini “non i populisti”. “L’Italia – ha detto ancora intervenendo a Napoli alla all’assemblea di Area progressista – è divisa in tre poli, ma lo scontro elettorale sarà tra centrodestra e centrosinistra. Ci sono buone possibilità che alla fine vinca un centrosinistra rinnovato, coeso, che presenta un programma forte, legato ad un patto concretissimo con gli italiani”. “Con questa legge elettorale – ha spiegato Nencini – verranno premiate le coalizioni. E poi, come avvenuto già a livello europeo, gli italiani non premiano populismi ed estremismi che possano governarli, fanno scelte diverse”. Nencini ha poi aggiunto: “Ci sono tre punti che qualificano la nostra presenza innanzitutto il prossimo Parlamento noi crediamo debba essere un’Assemblea costituente; riforma della Costituzione con inserimento della sostenibilità ambientale e sociale perché c’è troppa diseguaglianza in Italia. Il secondo punto riguarda i migranti: chi vive in Italia deve vivere secondo diritto, secondo responsabilità, godere dei nostri diritti, vivere all’interno di un mondo dove le conquiste legate alla parità tra uomo e donna devono essere protette e salvaguardate sempre. Terzo, ci sarà un’attenzione molto forte sui temi che riguardano il mondo del lavoro con delle proposte che sono state già presentate”. Sulle divisioni nella sinistra Nencini ha detto che “l’Italia ha sempre avuto una sinistra riformista e una massimalista e molte volte la sinistra massimalista gode se la sinistra riformista perde. Spero proprio che questo non avvenga nel corso della prossima campagna elettorale, spero che gli italiani facciano una scelta di cuore e di ragione allo stesso tempo”. La lista di Area Progressita, ha infine aggiunto Nencini, “completa un percorso importante perché associamo un pezzo del mondo che era legato all’ex sindaco di Milano, Pisapia, che ora con noi costruisce la lista Insieme”.

Dietro la scelta di Gentiloni, condivisa con Mattarella, la quasi certezza che le elezioni non avranno un vincitore e che servirà tempo per formare un nuovo governo. Anche Gentiloni lo ha dato per scontato: il premier non ha voluto dire se gli italiani lo ritroveranno a Palazzo Chigi come premier di un governo di larghe intese, ma ha sostenuto che anche senza un vincitore la situazione “potrà essere gestita” con “senso della misura e senso della responsabilita’”, come del resto è successo in Germania, Gran Bretagna e Spagna. “Spero che il Pd abbia un buon risultato e possa essere la forza centrale del prossimo governo”, ha detto ancora il presidente del consiglio. Alla sinistra di governo, stando alle parole di Gentiloni, non dovrebbe essere impossibile dialogare con la sinistra-sinistra di Bersani. Il bilancio che Gentiloni traccia di questo ultimo anno ha varie luci (“oggi l’Italia è fuori dalla più grave crisi dal dopoguerra”, ha detto) e una sola ombra: quella di aver lasciato “incompiuto” il capitolo delle leggi sui diritti, arenatasi sullo ius soli per un solo motivo: “Non avevamo i voti”. Ma complessivamente il voto che si assegna è positivo: “Il mio governo non ha tirato a campare”. Qualche distinguo da Renzi, il premier lo ha fatto : su Visco e Bankitalia (“il Pd aveva preso una posizione, io ho deciso diversamente”) e anche sulla commissione banche (“ho accolto con sollievo la conclusione delle sue audizioni, perché non sono state utilissime”). Ma ha difeso Maria Elena Boschi e ha detto di aver insistito perché “restasse al suo posto”. Ora comincia la campagna elettorale; anche Gentiloni vi prenderà parte (“i governi non sono super partes”) e punterà a far percepire il Pd come “forza tranquilla di governo” per cercare di recuperare i voti degli scontenti e dei disillusi.

Partito un anno fa in sordina, Gentiloni ora miete consensi. Anche Berlusconi ne fa l’elogio (“è una persona gentile e moderata”) e evita di attaccare il Pd: la sua campagna elettorale è tutta contro i cinque stelle , “che sono un vero pericolo per la democrazia” ha sostenuto il leader di Forza Italia. Un fair play, quello di Berlusconi verso il Pd, non ricambiato da Matteo Renzi: per il segretario del Nazareno le promesse elettorali di Berlusconi (pensioni minime a 1000 euro, reddito di dignità, riduzione delle tasse) costerebbero 157 miliardi, quelle dei cinque stelle “solo” 84: insomma “un disastro” o, in alternativa “una presa in giro degli italiani”. Di Maio scrolla le spalle: “Renzi da’ i numeri. Comunque noi possiamo arrivare al 40 per cento e governare da soli”.

Intanto dal collasso di AP di Alfano nasce Civica Popolare. Una lista lista centrista . Ap, Centristi per l’Europa, Democrazia Solidale, Italiapopolare e Idv, si legge in una nota, danno vita alla lista “Civica Popolare” che sosterrà “l’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura”. La lista, si legge ancora, “sarà guidata da Beatrice Lorenzin e avrà nel simbolo una margherita” ed è “il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del Paese”. “Quella varata fra ieri sera e oggi – afferma Fabrizio Cicchitto – è un’operazione politica di notevole spessore che mette assieme forze politiche e culturali che aggregate insieme costituiscono un centro davvero autonomo, distinto dal Pd e nettamente contrapposto sia al centro-destra di Forza Italia e Lega, sia al Movimento 5 Stelle. Si tratta di ben altro che una lista civetta”

Sciolte le Camere, per il PSI una nuova avventura

bandiera-psiDi sinistra, progressisti e coerenti, i socialisti in Parlamento, nei limiti del consenso concesso dagli italiani alle scorse elezioni, hanno lavorato in maniera infaticabile per costruire quanto di buono è stato fatto dal Governo ed anche per limitare quanto lasciava perplessi.
Ora il PSI inizia la sua campagna elettorale per far si che nella prossima legislatura sia possibile rendere più efficace la propria azione.
Socialisti, Verdi e prodiani, INSIEME, chiederanno agli italiani quel consenso necessario affinchè gli ideali di giustizia sociale, ambientalismo e solidarietà, possano agire in maniera efficace nella prossima legislatura. E’ inoltre necessario ostacolare la peggior destra e il peggior populismo che negli ultimi anni si sono nutriti dello scontento di una società disgregata e sempre più lontana dai valori della nostra Costituzione.
E’ altresì necessario che le iniziative politiche, le strategie vengano condivise dai territori, veri protagonisti di quella “miracolosa” vivacità che fa si che in Italia il PSI resti l’unico partito tradizionale efficacemente radicato nei territori.
Una nuova avventura, difficile. Difficile poiché nessuno ci regalerà nulla.
Difficile ma da affrontare a viso aperto, mettendo in campo tutte le risorse utile. A partire dai molti dirigenti di Partito che sul territorio, ogni giorno si spendono per dare visibilità e consistenza all’azione del PSI.
In molti collegi uninominali il centrosinistra è dato perdente, quasi dappertutto al nord, ma questo non deve spaventarci, anzi. Si tratta dell’occasione migliore per poter proporre candidati socialisti nei collegi uninominali dove altri, per timore, non lo faranno. Non saranno eletti? Forse, ma quale occasione migliore per aprire la strada ad una generazione di compagni iscritti che il partito potrebbe utilizzare nelle prossime elezioni amministrative?
Compagni iscritti, poiché candidare dei tecnici o persone esterne al partito, non sarebbe di alcuna utilità politica. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, dobbiamo solo farci riconoscere per ciò che siamo.
Molti allora saranno i collegi uninominali da coprire e molti i listini da riempire. Spazi elettorali che, oltre ai compagni che sinora hanno ricoperto con dignità ed efficacia il ruolo di parlamentari, il partito deve poter coprire con i propri dirigenti regionali, provinciali e con quelle amministratrici ed amministratori che tanto efficacemente hanno operato ed operano.
Quadri dirigenti, Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali del PSI, proposti agli italiani come finora non è stato possibile fare.
E’ chiaro che in questo percorso l’autonomia del partito nei territori è fondamentale. Dal territorio arrivino le proposte programmatiche e i nomi da poter utilizzare a vantaggio del PSI.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI del Veneto