venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Azionisti di banca privati
anche della dignità
Pubblicato il 12-12-2017


Le banche sono quasi imbattibili, ma i banchieri una volta accerchiati si possono catturare. Allora ci poniamo una domanda: se il cliente ha ragione ed è stato palesemente imbrogliato, come è successo ai tanti azionisti in generale e a quelli veneti in particolare, non è possibile fare nulla per riscattare i loro risparmi? Certamente, tanto per cominciare, ci vuole un buon avvocato, sporgere denuncia e fare una causa, ma per l’esito ci vuole tempo, denaro e il rischio concreto di mangiarsi il fegato; mentre i banchieri se la godono perché possono permettersi lunghe e costose cause utilizzando proprio i soldi dei risparmiatori.

Allora, come è possibile difendersi ed avere giustizia? Beh, l’idea è che ogni gruppo di persone che ha sottoscritto l’acquisto di azioni in una determinata filiale di banca dovrebbe denunciare per false informazioni i funzionari che gli hanno venduto carta straccia; l’effetto domino sarebbe imbarazzante per l’istituto di credito di riferimento, il quale dovrebbe correre ai ripari e scendere a patti per trattare almeno una parte di risarcimento!

In parole povere, la banca vince perché con la sua potenza economica aggredisce un azionista debitore per volta, lo butta a terra e gli sequestra la bottega che era stata chiesta a garanzia in cambio del prestito per comperare le azioni. Se invece a parti invertite un gruppo di azionisti “truffati” sporge denuncia contro ogni singolo funzionario responsabile di aver venduto le azioni in mala fede, la Procura non può rifiutare la querela; ovvio, salvo poi dimostrare di aver ragione.

Però, vorrei proprio vedere, per esempio, se i 207.000 azionisti delle banche venete querelassero singolarmente i rispettivi direttori di filiale che hanno imposto la vendita di azioni, pena la revoca dei fidi, i giudici come potrebbero non tenere in considerazione le ragioni degli azionisti ingannati?!
L’idea è quella di una rivoluzione gandhiana contro l’arroganza del potere bancario.

La metafora è che per catturare il leone l’unica possibilità è allontanarlo dal branco e dal suo regno, la foresta; altrimenti ogni lotta è perduta in partenza e l’azionista “turlupinato” è destinato ad essere sbranato una seconda volta.

La riflessione ha dei fondamenti che vale la pena approfondire, in quanto sarebbe sufficiente che un migliaio di azionisti, meglio se iscritti ad una sola associazione, sporgessero querela contro i direttori di filiale in malafede per far saltare i nervi alle banche. Qualcuno azzarda anche l’ipotesi che, i funzionari chiamati a rispondere della responsabilità di aver venduto le azioni “truffaldine”, sarebbero disponibili a rinunciare perfino all’arroganza.

Con questa azione si potrebbe attirare il banchiere/leone fuori dalla foresta bancaria e dare una svolta allo scontro, che vedrebbe l’azionista gabbato battersi ad armi pari; mentre attualmente il comportamento dei bancari è vigliacco, in quanto pur sapendo di avere torto, ma forti dei soldi che non sono i loro, si rivolgono ai Tribunali per pignorare la casa che era stata chiesta in garanzia per finanziare l’acquisto di azioni “fantasma”.
Prima di arrendersi varrebbe la pena combattere “uniti” e determinati un’ultima volta per recuperare i risparmi, altrimenti non rimane che cedere ai “malfattori” anche la dignità e stremati rinunciare ad ogni azione.

Angelo Santoro

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