martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Bitcoin, dopo l’euforia arriva il crollo
Pubblicato il 22-12-2017


BitcoinPer primo, Riccardo Nencini, Segretario del PSI ed anche Viceministro alle Infrastrutture, si è preoccupato della pericolosità del Bitcoin. Nencini ha affermato: “Bitcoin è una criptomoneta che comincia a mietere vittime in alberghi e negozi. Prima che accadano situazioni incresciose non dissimili da quelle vissute da molti risparmiatori conviene fissare regole certe. Meglio subito”.

Dopo la febbre da cripto valute è già arrivato il primo crollo. Il Bitcoin è sceso sotto quota 13mila dollari, arrivando a perdere fino al 21% del valore come ha riferito l’agenzia Bloomberg. Nessuna sorpresa per i lettori dell’Avanti che sono già stati avvisati della rischiosità dei Bitcoin con gli articoli pubblicati recentemente (23/10 – 11/12 e 18/12). Si è sostenuto l’illegalità del Bitcoin persino come possibile moneta complementare . Invece, nelle diverse forme di pubblicità fatte sui siti web per i creduloni, i Bitcoin sono stati presentati illusoriamente come la moneta su cui potere investire per raggiungere facili e cospicui guadagni o come mezzo di pagamento migliore delle valute a corso legale.

A pesare sono stati i dubbi sul reale valore di questi asset virtuali. Pochi giorni fa, Ubs ha definito il Bitcoin la più grande bolla speculativa della storia, analogamente a quanto già sostenuto da questo giornale. I sostenitori della cripto moneta, invece, la propagandavano con la certezza che fosse un punto di svolta per il mondo della finanza.

I colossi internazionali e le autorità di emissione ne parlano poco e, quando lo fanno, tendono a sconsigliarlo. Il Bitcoin resta un tabù per le banche italiane e straniere, allineate sulla cautela quando si parla di una criptovaluta esplosa fino a sfiorare una quotazione di 20mila dollari e una capitalizzazione di mercato di oltre 280 miliardi. La premessa, tecnica, è che gli istituti bancari non possono investire su una moneta che sfugge a qualsiasi parametro di regolamentazione, perché equivarrebbe a esporre i propri clienti a un prodotto senza garanzie. Ma lo scetticismo ufficiale non ha impedito di entrare nel fenomeno per altre vie, a partire dall’acquisto per conto terzi di strumenti che usano Bitcoin e altre criptovalute come sottostante. È il caso di alcuni  exchange traded fund, (fondi di investimento che replicano il valore di un indice sottostante) e, più di recente, di futures sbarcati su piazze globali come il Chicago mercantile exchange. In Italia, Unicredit non commenta e Intesa Sanpaolo propenderebbe per una chiara regolamentazione.

Già a settembre scorso, Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JPMorgan, era finito nel mirino di stampa e blog specializzati per la contraddizione fra l’aperta ostilità ai bitcoin (ha affermato: «Sono una frode») e gli investimenti del suo istituto su strumenti connessi alla cripto valuta. Grossi gruppi bancari come Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Barclays e Credit Suisse Securities compaiono in contemporanea fra i maggiori acquirenti e rivenditori di Bitcoin Xbt, un Etn (Exchange traded note, un fondo simile agli Etf, vedi sopra) scambiato sulla sede di Stoccolma del Nasdaq. Il Bitcoin Xbt è denominato in corone svedesi e fa dipendere il suo valore dall’andamento del bitcoin in rapporto al dollaro, la valuta usata come valore di riferimento. Nei giorni scorsi il suo valore è viaggiato intorno alle 700 corone svedesi, oscillando tra picchi superiori alle 800 corone e minimi di 680 dopo il boom della moneta “gemella” Bitcoin cash. Tra gli istituti in prima linea sugli acquisti ci sono Credit Suisse Securities, Citigroup Global Markets, Deutsche Bank AG, la stessa JP Morgan Securities. Fra le società più attive sul fronte delle vendite emergono invece Morgan Stanley, ancora Credit Suisse Securities e Goldman Sachs.

Quando sono intervenuti sull’argomento, le società hanno offerto la stessa spiegazione: la compravendita dell’Etn sul Nasdaq non equivale a investire soldi propri ma a mediare attività dei clienti, oltretutto su uno strumento soggetto alla regolamentazione finanziaria internazionale. Pazienza se il valore di quel fondo dipende proprio dal bitcoin, come nel caso dei  futures  scambiati a Chicago. Interpellati da giornali economici, Goldman Sachs, JP Morgan e Morgan Stanley non hanno fornito commenti in merito.

Non va escluso che gli intermediari finanziari hanno acquistato per conto di loro clienti i Bitcoin come un qualsiasi titolo quotato in borsa lucrando con le commissioni di compravendita.

Un altro problema incombente è l’assenza di regole capaci di disciplinare il fenomeno. L’opinione standard è che le valute digitali siano sospese in un ‘vuoto normativo’ perché si propongono come un fenomeno inedito, impossibile da imbrigliare nei vecchi schemi legislativi. Gli addetti ai lavori fanno notare invece che molte delle più di 1.300 cripto valute conteggiate presentano i tratti di prodotti finanziari tradizionali. E dovrebbero essere regolate come tali. Rischiamo di svegliarci un giorno e scoprire che le cripto valute sono prodotti finanziari come altri, e in quanto tali andrebbero disciplinati. Questa tesi la sostiene Andrea Conso, avvocato dello studio Annunziata-Conso. Un esempio è quello delle cosiddette Ico, sigla di ‘Initial Coin Offering’:  un procedimento simile alle Ipo che consente alle cripto valute nascenti di raccogliere fondi per un’iniziativa. Conso si chiede: “Come in una qualsiasi offerta pubblica iniziale, appunto: si sta parlando di operazioni strutturate in maniera simile alle Ipo. Ma allora, perché non valgono le stesse regole? Magari, dietro alle cripto valute, ci sono prodotti tradizionali chiamati in altro modo”.

Pochi giorni fa, Peter Smith, l’amministratore delegato della piattaforma di cripto valute  Blockchain  (omonima della tecnologia dietro le valute digitali), si è spinto a prevedere che nel 2018 le banche centrali inizieranno a detenere monete digitali nei propri bilanci. In altre parole, nel giro di un anno istituti come  la BCE  o Bank of England potrebbero accumulare nelle proprie riserve bitcoin o Ether, la criptovaluta dei contratti smart, a fianco di oro e valute internazionali. Quello di Smith potrebbe suonare come un’ipotesi surreale, ma rientra in un trend definito: “L’industria che cambia e si apre alle cripto valute, quando sono regolamentate”.  Conso ribatte: “Mi sembra improbabile, e non ho notizie di banche che abbiano già investito nel concreto. Quel che è certo è che la finanza sta cambiando, e anche le regole dovranno cambiare”.

Dunque, i sostenitori delle cripto valute lasciano immaginare che anche gli Istituti di emissione li possano acquistare per le riserve monetarie. In realtà è una bugia poliedrica. Gli Istituti di Emissione non comprano per le loro riserve nulla che non sia stato già codificato. Non c’è nessuna relazione concreta tra il valore di un bene reale come l’oro o le valute a corso legale ed il valore attribuibile ad un titolo creato digitalmente con caratteristiche altamente evanescenti.

Di certo, chi ha speso ventimila dollari per un Bitcoin, oggi ne ricaverebbe soltanto tredicimila. Domani potrebbe aver perso tutto. Ma qualcuno ha intascato ventimila dollari buoni, sonanti e spendibili.

Salvatore Rondello

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