giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Caccia all’untore
Pubblicato il 21-12-2017


Immediatamente dopo la vittoria di Trump e nell’arco dell’anno successivo è partita prima di là e poi di qua dell’Atlantico e, in particolare, nel mondo anglosassone, la caccia all’untore. Leggi ai russi impegnati ad interferire o a stare per interferire in tutte le consultazioni elettorali svolte o anche solo previste.

Si potrebbe obbiettare che, a proposito, di interferenze l’Occidente e in particolare il suo paese leader non è assolutamente in condizione di lanciare la prima pietra. Trattandosi di una prassi consolidata e normalizzata ai tempi della guerra e sviluppata ulteriormente dalla caduta dell’Urss in poi prima per l’affermazione dei valori dell’occidente e poi in una guerra di tutti contro tutti con tutti i mezzi possibili escluso, almeno per ora, il ricorso a nuove guerre mondiali.

Ciò posto e accantonati processi e indignazioni fuori luogo, emergono da questa vicenda due elementi importanti. Il primo è che, a sostanziare il pericolo russo manca qualsiasi elemento di prova. Non lo confermano i responsabili massimi della sicurezza americana che nel loro rapporto annulla sullo stato del mondo, riprendono sì, con toni da guerra fredda, l’immagine di una Cina e di una Russia tutte protese a recar danno agli Stati Uniti e al mondo libero ma non fanno il minimo riferimento a supporto delle loro tesi all’interferenza nelle elezioni americane; così come non lo fanno quando tirati in ballo nella polemica interna. Il secondo è che queste stesse pistole quando evocate da una stampa totalmente allineata si rivelano delle bufale immani: nel caso, già noto ai nostri lettori, dei famosi 30000 dollari ma anche in molti altri. Mentre le stesse “rivelazioni”sui contatti con personalità russe, istituzionali o di altro tipo possono essere considerate rilevanti considerando ufficialmente i russi come rappresentanti del Nemico.

Pure, nonostante tutto questo, la caccia all’untore continua. Senza timore del ridicolo. E con toni sempre più accesi. Perché ?

Secondo me, l’attuale febbre russofoba nasce dalla combinazione di tre elementi e a tre livelli.

Negli Stati uniti, l’iniziativa parte dall’establishment clintoniano ed è portata avanti dai grandi giornali “liberal”della East Coast, New York Times e Washington Post. A determinarla è il rifiuto, viscerale ancor più che politico dell’esito “deplorevole” (cfr Hillary) delle elezioni. Un esito che non si può rimettere in discussione; mentre si può e si deve delegittimarne il vincitore. Un’operazione che non si può fondare sulla contestazione radicale delle sue scelte politiche: una cosa che sta già avvenendo ma che porta l’antagonista repubblicano a “fare blocco”con il presidente. Ma che invece può fondarsi sui suoi comportamenti; e, in particolare, sul ruolo che i russi hanno avuto, con il suo informato consenso, nel sostenere la sua candidatura. Su questa linea Hillary e i suoi possono contare sull’appoggio del complesso militare-industriale (ritrovare l’antico nemico giova agli affari) e di buona parte della destra repubblicana; quest’ultima certamente non disponibile a concorrere all’impeachment del suo presidente ma certamente disposta a limitare al massimo le sue tendenze eterodosse.

Se poi i partner europei – in particolare ma non solo la Gran Bretagna – hanno parzialmente fatto eco a queste polemiche è perché le nostre èlites hanno dei problemi con il suffragio universale. In particolare da quando il tema dell’Europa, nei decenni precedenti sostanzialmente “super partes”, è diventato materia centrale dello scontro politico. Con degli effetti – vedi referendum e successi elettorali dei cosiddetti “populisti” – potenzialmente dirompenti. Ma, a questo punto, le risposte dei nostri gruppi dirigenti sono state varie. Anche se con un punto in comune: la delegittimazione dell’Avversario; perché nemico dell’Europa, perché incapace di governare, per i suoi discutibili referenti politici. Uno schema in cui l’orso russo calzava a pennello. E che, infatti, è stato ampiamente tirato in ballo: ma attenzione, con un’intensità decrescente in funzione della distanza dall’epicentro anglosassone. Interventi striduli della May in Inghilterra, silenzio in Italia (a parte “La Stampa”), con ridimensionamento radicale del fenomeno e della sua importanza da parte delle autorità e toni di aperta irrisione da parte dei giornali.

Un altro aspetto delll’anomalia italiana ? Non direi. Semmai il rifiuto di accettare l’interpretazione che degli eventi di questi ultimi trent’anni hanno dato Washington e Londra. Tutti noi abbiamo salutato la caduta del muro di Berlino come vittoria totale della democrazia liberale e dell’Occidente. Ma, dopo la grande ubriacatura degli anni novanta ci siamo progressivamente divisi sulle modalità della sua gestione. Da una parte quelli che, in nome della propria superiorità morale, si sentivano autorizzati ad esportare i suoi valori in tutto il mondo, bollando come reprobi da combattere quelli che, per ragioni diverse o anche solo nei loro regimi interni non intendevano allinearsi. Che sono poi quelli che rifiutano di misurarsi con le ragioni della geopolitica invocate dallo zar Vladimiro, considerate come pretesto di una politica di aggressione. Dall’altra molti altri; compresa l’Italia, un paese, tra l’altro, in cui la russofobia non ha mai fatto breccia.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Sappiamo che in politica gli scontri sono all’ordine del giorno, talora anche con toni molto aspri e duri, ma in democrazia, come almeno ci hanno insegnato, non si dovrebbe mai arrivare alla delegittimazione dell’avversario, mentre questo invece succede, e dunque ha fatto bene a mio avviso l’Autore a farne menzione, così come per la “superiorità morale”, anche questa ben conosciuta dai socialisti di un tempo visto che ne sono stati bersaglio e ne hanno “fatto le spese”, in maniera piuttosto pesante..

    Noi non possiamo ovviamente impedire o evitare che nel panorama politico vi sia chi segue semmai la via di “delegittimare l’avversario”, o perlomeno vi tenti, oppure cerchi di magnificare la “propria superiorità morale” al punto da bollare come “reprobi” i non allineati, e farli apparire tali all’occhio degli elettori, ma resta francamente inspiegabile il fatto che chi resta vittima di dette tattiche o strategie politiche possa poi “infatuarsi” politicamente di chi le ha messe in atto.

    Paolo B. 25.12.2017

  2. Sappiamo che in politica gli scontri sono all’ordine del giorno, talora anche con toni molto aspri e duri, ma in democrazia, come almeno ci hanno insegnato, non si dovrebbe mai arrivare alla delegittimazione dell’avversario, mentre questo invece succede, e dunque ha fatto bene a mio avviso l’Autore a farne menzione, così come per la “superiorità morale”, anche questa ben conosciuta dai socialisti di un tempo visto che ne sono stati bersaglio e ne hanno “fatto le spese”, in maniera piuttosto pesante..

    Noi non possiamo ovviamente impedire o evitare che nel panorama politico vi sia chi segue semmai la via di “delegittimare l’avversario”, o perlomeno vi tenti, oppure cerchi di magnificare la “propria superiorità morale” al punto da bollare come “reprobi” i non allineati, e farli apparire tali all’occhio degli elettori, ma resta francamente inspiegabile il fatto che chi resta vittima di dette tattiche o strategie politiche possa poi “infatuarsi” politicamente di chi le ha messe in atto.

    Paolo B. 25.12.2017

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