martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Da Tonya Harding a Bebe Vio. Da figure sportive a icone mediatiche
Pubblicato il 12-12-2017


I campioni sportivi sono delle star, ma diventano veri e propri eroi se si tratta di atleti paralimpici, soprattutto se conquistano medaglie o trofei, oppure se hanno dietro sé storie struggenti di riscatto, di rinascita. Spesso, infatti, le vicende di protagonisti sportivi diventano veri e propri casi mediatici, pronti a esplodere e invadere le scene televisive per molto tempo, come esempi forti e longevi nella memoria collettiva. Le loro pratiche diventano filosofia di vita per tutti gli appassionati che li seguono.

tonya hardingBebe Vio. Di recente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale (alla presenza del presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli, del presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò, e del ministro dello Sport, Luca Lotti) la nazionale italiana di scherma paralimpica che ha partecipato ai campionati del mondo, tenutisi a Roma dal 7 al 12 novembre scorsi. Icona per eccellenza ne è diventata la giovane, energetica, carismatica, solare, briosa e grintosa Bebe Vio; in diverse occasioni. Nel 2012 fu tra i tedofori ai Giochi paralimpici di Londra; ad Expo 2015 Vio è stata testimonial della Regione Veneto (sua terra d’origine natìa); l’anno successivo, il 18 settembre 2016, è stata portabandiera dell’Italia alle Paralimpiadi di Rio, durante la cerimonia di chiusura della XV^ edizione; dopo aver posato quell’anno per Anne Geddes per la promozione di una campagna a sostegno della vaccinazione contro la meningite (che l’ha colpita a 11 anni, causandole un’infezione che ha portato a necrosi di mani e piedi, che le hanno dovuto amputare); dopo aver partecipato, il 18 ottobre 2016, alla cena di Stato alla Casa Bianca con la delegazione italiana (alla presenza del Presidente Barack Obama); quest’anno, nel 2017, ha condotto -infine-, il programma “La vita è una figata”. Nel 2015, poi, era uscito -circa un paio d’anni fa dunque- anche il suo libro: “Mi hanno regalato un sogno” (edito Rizzoli). Non è solo la sua tenacia di combattente a farne un’icona, ma anche la sua positività nonostante tutto e la sua sensibilità. Ricordiamo, infatti, che nel 2009 ha fondato con la sua famiglia “art4sport”, una onlus a favore dell’integrazione sociale, attraverso lo sport per l’appunto, dei bimbi che hanno subìto amputazioni.

“Stronger” & Jeff Bauman. Spesso vicende così “forti” e “struggenti” diventano casi mediatici. Viene in mente “Stronger”, per la regia di David Gordon Green; protagonista è Jeff Bauman, di cui si racconta la storia realmente accaduta. Presentato all’ultima edizione della Festa del cinema di Roma, Bauman stesso ha partecipato ed è intervenuto alla manifestazione, portando la sua testimonianza personale diretta, molto emozionante per tutti. Jeff (di cui veste magnificamente i panni l’attore Jake Gyllenhaal) era fidanzato con Erin (interpretata da Tatiana Maslany); per riconquistarla, dopo una dura lite, andò a seguirla in prima fila (con un cartellone) alla maratona di Boston del 2013, dove lei correva. Ma vi fu un attentato: una bomba esplose colpendolo in pieno e provocandogli l’amputazione degli arti inferiori. Senza gambe non voleva neppure più vivere; ma diventò un eroe perché vide in faccia il terrorista che causò la tragedia e lo seppe riconoscere e identificare (poi fu preso anche il secondo terrorista). Curioso come vi sia, in questa vicenda, una duplicità – su cui tutto il film si muove -. La gente che lo osannava da una parte, creando il gruppo di sostenitori “Boston strong”; e dall’altra lui che brancolava sempre più nella sofferenza: “sono un eroe? Per cosa? Per aver perso due gambe?”, rispondeva. Da un lato la madre che voleva facesse interviste, andasse in televisione, perché “voleva far vedere al mondo quanto fosse meraviglioso il figlio”; dall’altro la fidanzata che cercava di proteggerlo, perché lui voleva solo dimenticare quel giorno: non riusciva a superare il trauma che lo faceva sobbalzare e gridare di notte, all’improvviso. E, infine, se da un lato l’aiuto gli venne da una persona che aveva avuto un vissuto simile al suo, la scena finale lo vede entrare in un campo da baseball per il tiro simbolico d’avvio della partita. Lui voleva poter tornare a camminare sulle sue gambe, come la città di Boston voleva riprendersi dall’angoscia di quell’attentato. E lui fu l’immagine simbolica e icona di Boston per molto tempo; la gente accorreva da ogni dove a portargli sostegno, gli inviava regali, gli sponsor lo cercavano.
Eppure, altra coincidenza assurda, a distanza di pochi giorni dalla presentazione alla Festa del cinema di Roma del film, un 29enne Uzbeko (Sayfullo Saipov) si è fatto esplodere lungo la pista ciclabile di Manhattan; era arrivato negli Usa nel 2010, si era sposato, aveva avuto due figli, aveva lavorato come autista di Uber e aveva ottenuto una “green card”. Eppure ha ucciso otto persone (di cui cinque argentini) e ferito altre 15 a New York e forse dietro c’era la mano dell’Isis. Da un lato è vero che molte persone imitano -pericolosamente- ciò che vedono in tv, dall’altro è molto preoccupante quanto episodi così violenti -come quelli terroristici- siano purtroppo ancora fortemente radicati nella società moderna; i fautori degli stessi sono persone che facilmente si confondono tra la gente della comunità in cui vivono.

Chi era Tonya Harding. Eppure è altrettanto stupefacente il fascino che vicende dolorose hanno sull’opinione pubblica, innescando un’adulazione che sa di idolatria, provocando una forte immedesimazione. Eventi sportivi così diventano eventi mediatici in un attimo. La stampa vuole immortalare, sapere, conoscere, ad ogni costo. Vuole la verità e, se non la ha, è pronta a costruirci sopra chissà quali altre storie verosimili. A discapito della dignità individuale e del rispetto della persona umana (pensiamo anche al caso di Oscar Pistorius). Un po’ il caso della pattinatrice Tonya Harding, raccontato nel film “I, Tonya”. Per la regia di Craig Gillespie, è un altro film della selezione ufficiale alla 12^ edizione della Festa del cinema di Roma. Raccontato un po’ alla “Houdse of cards”, con interviste sue, della madre e del marito Jeff Gillooly, con un tono e un’ironia a tratti sarcastici e taglienti, molto pungenti e incisivi. Spesso l’interesse che regnò su di lei, fu per gli scandali che la videro coinvolta, più che per le sue capacità e doti atletiche, per il suo talento. Molti ricorderanno sempre che è stata un’ex campionessa statunitense di pattinaggio artistico sul ghiaccio; e la seconda, dopo la giapponese Midori Itō, ad eseguire un triplo axel (ai Campionati nazionali statunitensi del 1991). E la sua valenza sembrava dipendere proprio da questo; quasi che valesse solo per il fatto di aver saputo fare un triplo axel, un vero miracolo certo, ma che non poteva essere la sua unica prerogativa e qualità. Pochi si interessarono alla sua persona, se non per le forti critiche che gli piovvero addosso dopo due eventi che la videro protagonista. Più volte nel film lei disse che desiderava solo essere amata, mentre conobbe solo violenza, la stessa che mise nel pattinaggio. Una durezza che sconfinò anche nell’autolesionismo, in una relazione difficile e tormentata con un uomo altrettanto violento (come la madre, che verso di lei usava parole dure e mai dolci; per rafforzarla, ma così facendo anche arrecandole dolore e delusione).
I giornalisti e fotografi la seguirono, pronti a paparazzarla senza sosta, quando fu accusata di essere responsabile dell’aggressione della rivale Nancy Kerrigan del 1994: uno scandalo che divenne mondiale, planetario. Ma spesso non si considerano con la dovuta attenzione la fatica, i sacrifici che hanno dovuto patire, quelli che oggi sono dei campioni, per diventarlo. Tutto ha un prezzo da pagare e la vita è strada proprio la loro palestra migliore. Ad ogni colpo duro che si riceve, colpire più duro, reagire, rialzarsi sempre, non piangere e resistere, andare avanti e cercare di riscattarsi il doppio di ciò che si è sofferto.

“A prayer before dawn”. Una disciplina dura che insegna a non “piegarsi” mai al dolore. A mostrarlo in maniera ancora più forte, nuda, cruda e drammatica (rispetto a “I, Tonya”) è stato, alla Festa del cinema, un altro film ‘in concorso’: “A prayer before dawn”. Il film, per la regia di Jean-Stéphane Sauvaire, vanta la straordinaria interpretazione di Joe Coel; l’attore veste i panni del protagonista, Billy Moore. La storia è quella vera di questo pugile inglese rinchiuso in una nota prigione della Thailandia per tre anni, che cerca il suo riscatto. E riporta in auge il pugilato, uno sport spesso “oscurato”. Mentre all’Auditorium Parco della Musica (in Sala Petrassi), veniva proiettato il film, poco distante (al PalaBoxe Santoro di via Ventumno a Roma) si sfidavano per il campionato d’Italia di pesi massimi leggeri (detti anche cruiser) Simone Federici e Marco Scafi (sfida trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook della Federazione pugilistica italiana).
Devastato e sopraffatto dalla violenza del carcere, in cui imperversano brutalità e droga, Billy Moore capisce che il pugilato può diventare la sua arma di rinascita. Decide di combattere “per essere migliore”, per migliorarsi e perché “a volte è tutto quello che ti resta”: la speranza è riposta solo nello sport e nel pugilato in questo caso. “Io sono un pugile” si ripete, “non un assassino” – sembra voler continuare la frase, quasi a dirsi che non è quell’”animale” come lo vedono o descrivono; se ci è diventato è stato costretto-. Lì in prigione c’è gente senza cuore; se una possibilità viene, viene dal pugilato. E parte la musica di “Fame” a fare da colonna sonora. I carcerati fanno tutto insieme eppure non hanno rispetto l’uno dell’altro, non hanno il minimo senso del gruppo. “Questa è una prigione per uomini non per cani” –si dice a un certo punto-. Lui vuole sfuggire a tutto questo e chiede di essere trasferito nella sezione dei pugili, dove avrà più privilegi. Ma ha solo due mesi per allenarsi per partecipare ai campionati per rappresentare la sua prigione; ma la legge per la sopravvivenza è più forte e accetta la sfida – innanzitutto con se stesso-; per il cambiamento.
Tra l’altro la Thailandia è legata (per le migrazioni) anche ad altre aree del sud-est asiatico, come Cina e Corea del Sud. Proprio quest’ultimo Stato ha visto arrivare la fiaccola olimpica (nei giorni della kermesse cinematografica), quando mancavano cento giorni all’avvio dei Giochi invernali di PyeongChang. La cerimonia d’apertura ci sarà, infatti, il 9 febbraio prossimo. In attesa del 2019, una settimana prima dell’arrivo in Corea del Sud, la fiaccola era stata accesa in Grecia, ad Olimpia. Ma “A prayer before dawn” ci insegna che prima di tutto c’è un’olimpiade della vita, quella che canta anche Tiziano Ferro: rischiare tutto, anche di perire, per non soccombere definitivamente per sempre.
E forse è per questo che anche una manifestazione cinematografica come la Festa del cinema di Roma abbia dato così tanto spazio a film sullo e di sport, che però vanno oltre diventando metafora emblematica della vita.

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