domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Elezioni in Catalogna, tramonta l’indipendenza
Pubblicato il 14-12-2017


catalogna 2La decisione del governo centrale di Madrid di indire le elezioni in Catalogna e la disponibilità del fronte indipendentista a parteciparvi accettandone implicitamente il verdetto comportavano, per ambedue le parti, la rinuncia ad uno scontro frontale- in questo caso chiaramente a somma zero. Il che lasciava, oggettivamente, sul tappeto solo la prospettiva negoziale.

E però quello che si è verificato dopo- leggi la frantumazione dello stesso fronte indipendentista con la conseguente nuova articolazione dell’offerta politica di Barcellona e il relativo andamento dei sondaggi- rendono il negoziato più complesso e difficile anche per l’atteggiamento rigido dello schieramento “centralista”.

Abbiamo assistito alla rottura tra il partito di Puigdemont e quello di Junqueras: che significa separazione tra l’indipendentismo moderato del primo e quello radicale del secondo ma anche tra due forze che erano arrivate ad un accordo partendo da tradizioni del tutto diverse. In concreto Puigdemont è l’erede dell’autonomismo contrattato d Pujol e di Mas: da decenni sostenitori del governo centrale del momento in cambio della concessione di maggiori poteri a livello locale ( diciamo modello Volkspartei). Un do-ut-des che si è progressivamente rivelato impraticabile soprattutto in conseguenze del “revanscismo centralista”, con accenti autoritari praticato da Rajoy e dal suo partito negli ultimi anni. Per altro verso Junqueras e la sua “Esquerra republicana” sono gli eredi dell’indipendentismo di sinistra nella scia, almeno secondo la memoria storica coltivata dai suoi militanti, di quello che visse i suoi momenti più gloriosi e più tragici nella guerra civile del 1936/39 e nella feroce repressione dei decenni successivi ( diciamo il modello Scozia progressista contro Londra conservatrice; ma ad un livello di scontro molto più alto).

Per la cronaca, i sondaggi danno Esquerra oltre il 30% e il gruppo Puigdemont intorno al 10%. Un dato che ci chiarisce due cose: la prima è che l’era della dichiarazione di indipendenza come strumento negoziale è definitivamente tramontata anche per la mancanza del requisito de numeri. La seconda è che fermo restando il consolidamento dei due schieramenti, la posta decisiva si gioca sul terreno economico-sociale; e, come tale, coinvolge gli incerti e, in particolare quanti, provenienti da altre parti della Spagna o dall’estero, risiedono in Catalogna senza essere catalani, soprattutto per quanto riguarda l’uso della lingua.

Gente che vive soprattutto a Barcellona e nelle aree urbanizzate, turisticizzate e industrializzate lungo la costa. E che perciò ha risentito in modo particolare sia delle tensioni sociali ed economiche degli ultimissimi anni sia e soprattutto delle possibili minacce al proprio status e al proprio tenore di vita derivanti dalla separazione tra Barcellona e il resto della Spagna. Su questo gioca in particolare Ciudadanos partner di governo del Pp e ancora più intransigente di questo nel negare qualsiasi possibilità d’intesa con gli indipendentisti. Si tratta di un movimento populista di destra (e come tale acerrimo oppositore di Podemos); di un movimento che è dato a poco meno del 30% nei sondaggi; e il cui messaggio è direttamente rivolto ai non catalani della regione “in Catalogna siete destinati ad essere le prime vittime della crisi economica, anche perchè sarete considerati cittadini di serie B, sempre passibili di emarginazione se non di espulsione. Ma se chiamate in soccorso il potere spagnolo il vostro futuro sarà garantito”. È su questa linea che il partito di Rivera sarà di gran lunga la principale formazione centralista, con i popolari dati a meno del 10%

La narrazione di Esquerra repubblicana è un po’ più sofisticata; e, magari per questo, meno penetrante. Ci si presenta ai non catalani considerandoli vittime, assieme agli autoctoni, delle politiche accentratrici e antipopolari di Madrid. scommettendo, peraltro, sulla possibilità, del tutto ipotetica, che una Catalogna indipendente possa essere protagonista di una politica di sviluppo economico nell’interesse delle due comunità.

Rimangono, a questo punto, le due formazioni che potrebbero e non solo per il loro peso elettorale, (complessivamente, sempre negli ultimi sodaggi, intorno al 25%) essere protagoniste di una possibile mediazione.

Parliamo dell’alleanza tra Podemos e vari movimenti civici che ha portato all’elezione della militante di base, Anna Colau, a sindaco di Barcellona. E che oggi si colloca decisamente fuori dalla scontro Rajoy-Puidgemont o meglio centralismo-indipendentismo; proponendo una sorta di patto nazionale che assicuri alla Catalogna le risorse, sinora negare, per una grande politica di sviluppo e di sostegno ai ceti svantaggiati. E parliamo del partito socialista che, non dimentichiamolo ha condizionato il suo sostegno alle misure del Pp all’impegno di quest’ultimo per il rilancio della politica delle autonomie.

A tutt’oggi la prima stenta a far udire la sua voce in uno scontro, almeno nei toni, frontale. Il secondo, invece, stenta ancora a pronunciarsi forse perché paralizzato da permanenti divisioni interne.

Sullo sfondo, un appuntamento elettorale oramai alle porte. Anche se la nostra stampa sembra non essersene accorta…

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