martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Gli opposti estremismi che puntano solo sul futuro
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 11-12-2017


Frequento Gerusalemme, i dirigenti israeliani e quelli palestinesi da cinquant’anni: tutto è cambiato, ma tutto può ancora cambiare. Non vedete – si dice oggi – che Trump sta aiutando gli estremisti dell’una e dell’altra parte? Vero. Ma quelli che erano estremisti ieri hanno conquistato oggi la centralità e la maggioranza. Perché nella storia e in politica tutto si muove (non sempre nella stessa direzione e in quella giusta). Gli estremisti (o ex estremisti) si trovano avvantaggiati nei loro interessi immediati, ma anche nelle loro strategie a lungo termine, che non sono affatto irragionevoli.

Il premier israeliano Netanyahu si trovava investito dagli scandali e da un’inchiesta per corruzione potenzialmente devastante. Con i morti per le strade e i razzi lanciati da Gaza, il Paese sarà costretto a fare quadrato intorno a lui. Gli estremisti palestinesi di Hamas e tutti quelli del mondo arabo possono tirare un sospiro di sollievo e gridare che i moderati filo occidentali sono degli illusi ingenui, o dei traditori, o entrambe le cose.
Gli opposti muri di intransigenza, mentre si rafforzano nel presente, possono coltivare le rispettive strategie per il futuro di lungo termine.
I palestinesi sono fiduciosi. Pensano che gli israeliani faranno nella loro stessa patria attuale la fine dei razzisti afrikaner (di origine olandese) in Sudafrica: diventeranno una minoranza, perché hanno inglobato troppi territori palestinesi, con una natalità troppo più alta della loro. Diventati minoranza, o negheranno in eterno il diritto di voto e la libertà ai palestinesi, o perderanno il potere. Stato autoritario israeliano come quello degli afrikaner oppure resa alla maggioranza democratica espressa dai palestinesi (come quella avvenuta a Città del Capo di fronte ai neri e a Mandela): ecco il dilemma del futuro. Passeranno decenni, ma il tempo non giocherà a favore degli israeliani. L’Olocausto e il conseguente senso di colpa occidentale diventerà un ricordo sbiadito. Il gap economico, tecnico e culturale tra Israele e mondo arabo sarà ridotto. Il loro grande alleato, gli Stati Uniti, avrà un ruolo mondiale ridimensionato e non soltanto gli ebrei, ma i bianchi in generale, a cominciare dalla California, saranno sommersi dalla marea montante dei cittadini di origine ispanica.

Anche gli estremisti israeliani sono fiduciosi. Pensano che il mondo arabo continui a esprimere solidarietà per i palestinesi soltanto a parole e ipocritamente. Perché l’agenda della regione è cambiata: più della piccola Palestina, contano il conflitto tra sciti e sunniti, l’Isis, la sfida geopolitica tra Iran e Arabia Saudita, le stragi in Yemen, Siria e Iraq. La risoluzione Onu del 1967, che impone a Israele la restituzione dei territori occupati attraverso guerre successive, diventerà archeologia politica. I rapporti di forza sono e resteranno a favore di Israele e il fatto compiuto diventerà definitivo. Gli stessi egiziani e sauditi, d’altronde, abbaiano ma non mordono: anzi, sono di fatto, sotto sotto, alleati del governo israeliano. Più i palestinesi saranno ignorati nelle loro rivendicazioni, più diventeranno fanatici. Più diventeranno fanatici e più si troveranno isolati nella comunità internazionale.

Non si sa chi tra gli opposti estremisti abbia ragione, ma è certo che concordano su un punto: non vogliono trattative di pace, non vogliono concedere nulla oggi perché pensano di ottenere tutto domani. Si può temere che si sbaglino e che il domani riservi una catastrofe dalle conseguenze mondiali. Per chi punta al dialogo, il pessimismo più nero può sembrare giustificato. Ma non necessariamente. Perché l’esperienza ci dice che quanto oggi appare scontato, in passato non lo era affatto. E in futuro potrebbe non esserlo più.

Gerusalemme sembra avere un valore religioso che la rende intoccabile sia per gli israeliani che per i palestinesi. Ma non è sempre stato così. I padri fondatori dello Stato israeliano erano di religione ebraica come un comunista degli anni ‘60 era di religione cattolica.  Ci portavano a vedere i quartieri di Gerusalemme abitati dagli ebrei ortodossi con le lunghe barbe come si fa con per le zone folcloristiche e le riserve indiane. Li guardavano con disprezzo, perché non perdonavano loro di essere stati contrari all’ideale sionista e allo Stato israeliano stesso. E il disprezzo veniva ricambiato. “Attenti -dicevano- non li guardate troppo da vicino perché vi tirano le pietre “. Oggi i discendenti di quegli ebrei ortodossi sono al governo, dopo aver costruito gli insediamenti abusivi nei territori palestinesi occupati. Ma il vento può cambiare. I padri fondatori amavano i campi e i kibbutz, perché pensavano che lavorare la terra formasse l’identità nazionale. Erano degli europei metropolitani e si trovavano a disagio nelle viuzze di Gerusalemme, da suck orientale. “A Haifa si lavora- ripetevano- a Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega”. Ma si capiva che la preghiera non era in cima alle loro aspirazioni.

I padri fondatori palestinesi erano altrettanto laici. Arafat a sera tardi ti chiedeva di salire nella sua suite di albergo per fare quattro chiacchere e bere  un whisky. Il figlio di un suo stretto collaboratore e amico, Nehmer Hammad, gestisce un ristorante a Roma, a Campo dei Fiori. Adesso le distanze sembrano incolmabili, ma non è sempre stato così. I socialisti norvegesi  chiusero segretamente nel 1993 per mesi in un appartamento alla periferia di Oslo i negoziatori israeliani e palestinesi. È l’intesa fu trovata. Ricordo come un flash il congresso dell’Internazionale socialista, non per caso a Oslo, dove Arafat e il futuro presidente della Repubblica israeliana Shimon Peres si abbracciarono sul palco (freschi di premio Nobel per la pace) mentre li sommergeva l’ovazione dei delegati, con gli occhi lucidi, provenienti da tutto il mondo.

Anche le vicende personali di personaggi che-loro e le loro famiglie-hanno fatto la storia ci dicono che tutto può cambiare. Adnan Hussein, ministro per gli affari di Gerusalemme della Autorità Palestinese, è appena andato dal Papa per coltivare il dialogo interreligioso e lavorare per la pace. Ma il suo antenato, il Gran Muftì di Gerusalemme, era così amico di Hitler da viaggiare su una Mercedes bianca corazzata che il fuhrer gli aveva regalato e ha costituito una brigata palestinese per combattere in Africa del nord contro gli inglesi a fianco del generale Rommel.

Ricordate il mitico film Exodus, nel quale Paul Newman impersona il capitano israeliano che conduce i profughi ebrei provenienti dai campi di sterminio tedeschi nel porto di Hifa, dove gli inglesi li bombardano per non farli attraccare? Il capitano Yitzhak Ahronovitch è diventato comandante della marina israeliana e dei servizi segreti. Si è trasformato in uomo di affari cosmopolita, sua figlia ha sposato prima il futuro Primo Ministro britannico Gordon Brown e poi un banchiere della City. Quando ho scoperto che era ancora vivo e che la Exodus partì nel 1947 da La Spezia, l’ho invitato a una grande festa in un teatro cittadino. A molto più di 80 anni, è arrivato a Pisa con un aereo personale, ha abbracciato i vecchi operai che lo avevano aiutato a riassestare la Exodus e ha fatto dal palco un grande discorso da sionista, ma per la pace. Come a Oslo, chi applaudiva aveva gli occhi lucidi. Il presente ci dice che erano tutti degli illusi. Il futuro chissà.

Ugo Intini

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