mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il 1789, punto di partenza per studiare l’evoluzione del socialismo moderno
Pubblicato il 04-12-2017


Alphonse_de_Lamartine

Comunemente gli storici assumono la data del 1789 come punto di partenza per studiare l’evoluzione del socialismo moderno. Non già che il termine sia sconosciuto al linguaggio politico dell’età precedente, ma diventa tema di discussione solo in seguito alla Rivoluzione francese per indicare ogni forma di mutamento politico e sociale. Anticipazioni della dottrina socialista possono essere colte nei philosophes dell’illuminismo settecentesco oppure nelle opere di Morelly, di Diderot, di Mably o di Rousseau; ma si può dire che solo negli anni immediatamente successivi alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo si affermano movimenti politici che precorrono le moderne idee socialiste.

La genesi del moderno socialismo si ricollega ai movimenti sociali scaturiti dalla Rivoluzione francese, ma affonda le sue radici nel clima culturale diffusosi con la pubblicazione del Contratto sociale (1762) di Rousseau o dell’Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano (1795) di Condorcet. Con la loro appassionata denuncia dei mali sociali e con le loro proposte di riforma sociale si apre il dibattito nell’epoca successiva.

Ma di «socialisti» si comincia a parlare in Italia sin dal 1765, quando un anonimo pubblica un volumetto intitolato Note ed osservazioni sul libro intitolato «Dei delitti e delle pene», diretto a confutare le tesi espresse da Cesare Beccaria nel suo famoso libro. L’anonimo ritiene che le teorie filantropiche di Beccaria provengano da una fiducia (rousseauiana) nella bontà della natura umana. Nella sua disquisizione contro il Beccaria l’anonimo muove un’acerba critica ai fautori di Rousseau e agli assertori del nuovo credo sociale: cioè ai «socialisti».

In un libro intitolato L’antisocialismo confutato e pubblicato nel 1805, Giacomo Giuliani – docente di diritto penale all’Università di Padova – si riferisce ai termini «socialismo» e «antisocialismo» per svolgere una serrata polemica contro il giusnaturalismo e le dottrine di Rousseau. In diverse parti dell’opera, Giuliani critica il pensatore ginevrino di professare idee collettivistiche e di predicare l’abolizione della proprietà.

Da quasi due secoli, sin dall’apparizione del termine «socialismo», si perpetua una confusione tra la concezione collettivista – che più tardi sarà denominata comunismo – e quella socialista. Che entrambe queste concezioni siano sorte per designare un indirizzo politico all’individualismo è vero, ma non si può negare che esse propongono due modelli di riorganizzazione sociale completamente distinti. Tra il 1800 e il 1820, mentre Giuliani discute le teorie di Rousseau, comincia a diffondersi in Europa l’ideale socialista in un’accezione diversa da quella discussa negli ultimi lustri del XVIII secolo. Dietro l’impulso della Rivoluzione francese, il termine «socialismo» assume un preciso significato come trasformazione graduale d’una società in contrapposizione ad un radicale rovesciamento dell’ordine costituito.

In questo senso è utilizzato da Robert Owen in Inghilterra, dove il termine «socialismo» compare in un manifesto del 1820 con il preciso intento di convincere la classe lavoratrice ad accogliere il cooperativismo come rimedio fondamentale ai mali della società capitalistica. Owen e i suoi seguaci (John Gray, William Trompson) indicano nel socialismo un sistema cooperativistico, diretto a modificare gradualmente l’amministrazione dello Stato. La proposta cooperativistica e la riforma degli istituti politici pongono le basi del socialismo riformista attraverso la partecipazione elettorale estesa a tutti i cittadini.

Le vicende del socialismo assumono un aspetto riformatore anche in Francia, dove Gustave d’Eichtal mette in circolazione il termine «socialismo» attraverso il periodico “Le Producteur”, sul quale diffonde gli scritti di Owen e dei suoi seguaci. Il nucleo del suo pensiero consiste nel propugnare una trasformazione sociale da attuarsi con pacifiche riforme governative e non già con violente insurrezioni popolari, che si rivelano sempre inutili e dannose. Ricollegandosi a Saint-Simon, Eichtal si pone unicamente obiettivi di salvaguardia dei diritti acquisiti in una concezione riformistica, inserita però in una visione di trasformazione totale con elementi avanzati come l’esaltazione del lavoro e la parità dei sessi.

Nella scuola sansimoniana il merito della diffusione del termine «socialismo» deve essere attribuito a Pierre Leroux, che sin dal 1833 lo contrappone al termine «individualismo». Ma a differenza di altri sansimoniani, egli è il solo socialista democratico che accoglie il sistema rappresentativo, consapevole dei pericoli che in una situazione di impreparazione culturale del popolo presenta la democrazia. Accanto a Leroux, alcuni anni dopo anche Lamartine utilizza il termine «socialismo» per indicare il processo di emancipazione umana della classe più numerosa, «inascoltata nei regimi teocratici, dispotici e aristocratici». Il bersaglio principale è, ancora una volta, l’«odioso» individualismo, responsabile di frenare la conquista dei diritti civili e di soffocare ogni anelito alla convivenza civile.

La paternità del termine è rivendicata anche da Reybaud, il quale si attribuisce il merito d’averlo introdotto in un saggio del 1835 per indicare le varie scuole (owenismo, sansimonismo, fourierismo). Solo più tardi il termine «socialismo» perde il significato originario per assumere quello più generale di un movimento composito ed eterogeneo, che via via assume il significato di «partito dei socialisti» o altre volte «patito socialista». Mentre la prima espressione si ritrova nel 1841 in un’opera di Ferdinand Durand, la seconda è usata da Proudhon in una lettera di tre anni dopo. Ma solo grazie ai saggi di Reybaud la voce «socialismo» acquista il significato moderno di riformismo, mentre «socialisti» sono designati coloro che accettano le riforme parziali per una trasformazione complessiva dell’ordine sociale.

L’originario comune denominatore della varie scuole – il socialismo come utopia sociale – comincia diluirsi sino a confondersi con il termine «comunismo», la cui diffusione si deve al «Manifesto del partito comunista» (1848) di Marx e di Engels. Se i caratteri originari del socialismo, dal punto di vista dottrinale e linguistico, si rivolgono ad una conquista di emancipazione umana, con Marx ed Engels il significato si capovolge. La loro influenza diventa determinante in molti scritti coevi, che adoperano i termini «socialismo» e «comunismo» in un significato univoco, preferendo quest’ultimo per indicare un atteggiamento più violento e aggressivo.

D’altra parte gli stessi fondatori del comunismo non sono molto originali nella scelta del termine, se è vero che riprendono questo termine dalle opere di Moses Hess e di Lorenz Von Stein. Il termine «comunismo», sebbene sia presente nelle loro opere e provenga dalla linea Babeuf-Buonarroti, si ritrova nelle società rivoluzionarie segrete di Parigi negli anni 1835-40. Lo stesso Engels, che lo adotta prima di Marx, afferma a più riprese l’insufficienza delle riforme politiche, dichiarando che solo una rivoluzione sociale può portare alla proprietà collettiva. Con il Manifesto comincia una confusione concettuale tra «socialismo» e «comunismo» che si protrae per quasi tutto il secolo XIX.

Nunzio Dell’Erba

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