giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Gerusalemme capitale Israele. l’Onu dice no
Pubblicato il 21-12-2017


onuDuro colpo dell’Onu al presidente Donald Trump. Infatti con una nettissima maggioranza, come era scontato, l’Assemblea Generale Onu ha votato contro lo strappo voluto dal presidente Usa , che il 6 dicembre ha riconosciuto Gerusalemme capitale “una ed indivisibile” di Israele. Contro la risoluzione Usa – che hanno esplicitamente minacciato di rappresaglia i Paesi che si sarebbero espressi contro di loro – si sono espressi in 128, tra cui l’Italia, mentre in 9 hanno votato a favore e 35 si sono astenuti. Il voto dell’Assemblea Generale, a differenza di quelli del Consiglio di Sicurezza non è in alcun modo vincolante ma ha una forte impatto politico.

I nove Paesi schierati con Trump sui Gerusalemme capitale dello Stato ‘ebraico’ all’Assemblea Onu sono: Guatemala, Honduras, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Palau, Togo e ovviamente Israele e Stati Uniti. Contro tutti i principali Paesi Ue, a partire da Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna. Tra i 35 astenuti: Australia, Canada, Argentina, Polonia, Romania, Filippine e Colombia.

Un voto che gli Usa non hanno preso affatto bene. Anzi sono passati alle minacce. “L’America sposterà la sua ambasciata a Gerusalemme, ed è questa la cosa giusta da fare. Nessun voto farà cambiare questo proposito. Ma questo è un voto che gli Stati Uniti terranno a mente”: queste parole minacciose con cui l’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, ha espresso tutto il disappunto dell’amministrazione Trump. E ancora: “Gli Stati Uniti ricorderanno questo giorno. Lo ricorderemo quando, ancora una volta, ci chiederanno di dare il maggior contributo” all’organizzazione ha aggiunto l’ambasciatrice Nikki Haley minacciando di tagliare i fondi alle Nazioni Unite. “Gli Stati Uniti sono ampiamente il maggior contribuente delleNazioni Unite. Quando contribuiamo così generosamente, ci aspettiamo anche legittimamente che la nostra volontà sia riconosciuta e rispettata”. Gli Stati Uniti non vogliono pagare “per il dubbio privilegio di non essere rispettati”.

Ancora più prezzanti le parole dell’ambasciatore israeliano all’Onu: “Questo voto finirà nel secchio della spazzatura della storia”. L’ambasciatore ha poi precisato che il suo Paese “non verrà mai cacciato da Gerusalemme”. Durissimo il commento di Amnesty che parla di tattiche da bulli. “Il presidente Trump sta raddoppiando le sue politiche sconsiderate costringendo altri paesi ad accettare la sua decisione di riconoscere l’annessione illegale di Gerusalemme est da parte di Israele. Le tattiche da bulli dell’amministrazione Trump serviranno solo a isolare ulteriormente gli Usa dalla scena globale. Piuttosto che minacciare coloro che dipendono dagli aiuti statunitensi, l’amministrazione Trump dovrebbe rispettare i propri obblighi legali di non riconoscere una situazione illegale e di invertire la rotta su Gerusalemme” ha detto Raed Jarrar, direttore advocacy e relazioni istituzionali per il Medio Oriente di Amnesty International Usa.

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Commenti all'articolo
  1. Mi fa piacere che per una volta l’Onu non si sia piegata al volere degli Usa. La reazione della signora Haley dimostra fino a che punto gli americani si fossero abituati alla consuetudine di un’assemblea delle Nazioni Unite compiacente, una specie di cortile di casa in cui fare ciò che si vuole. Era ora che aprissero gli occhi, il mondo non è solo gli Usa e certe decisioni non le prende una nazione sola. Trovo vergognosa invece la reazione israeliana. Con un commento breve, sprezzante, arrogante, Israele liquida il voto della larga maggioranza di un consesso democratico, anzi del più alto consesso democratico mondiale. Quel commento offende l’Onu, cui Israele deve tanto, e offende Israele stesso che ha sempre menato vanto, giustamente, del suo essere nazione democratica in contesto, quello mediorientale in cui la democrazia rappresenta un’eccezione. Che pena.

  2. “Una decisione che ci ha spezzato il cuore”.
    Con queste letterali parole la Israel Cycling Academy ha comunicato, nel tardo pomeriggio di ieri, la risoluzione del contratto con il corridore turco Ahmet Orken.
    Ad interrompersi è un sodalizio davvero speciale, che prometteva di andare ben oltre la dimensione agonistica. Un atleta turco (e musulmano) ingaggiato dalla prima squadra professionistica israeliana, alla vigilia dell’anno che porterà il Giro d’Italia a Gerusalemme (e con la Academy in lizza per una wild card, che molto probabilmente otterrà). In un Medio Oriente sempre più in frantumi, un messaggio in controtendenza che aveva avuto un forte impatto sull’opinione pubblica.
    La richiesta di risoluzione è arrivata da Orken ed è stata motivata, così ha sostenuto l’atleta, “dall’effetto che i recenti eventi hanno avuto su di me e sulla mia famiglia”. Dove per “recenti eventi”, spiega la Academy in una nota, va inteso lo scenario di crisi che si è aperto dopo l’annuncio di Trump su Gerusalemme delle scorse settimane. Tra i paesi più apertamente ostili proprio la Turchia, con il presidente Erdogan che si è lasciato andare a dichiarazioni di estrema gravità guidando tra l’altro il fronte che ieri alle Nazioni Unite ha fatto sì che l’iniziativa fosse rigettata dall’assemblea (con il sì dell’Italia, insieme ai principali paesi europei). Non a caso, senza entrare troppo nel dettaglio ma lasciando intendere scenari particolarmente inquietanti, Orken ha riferito di “situazioni terribili” che hanno riguardato la madre e il fratello (che vivono in una città dell’Anatolia, Konya).
    Ci ha provato in tutti i modi, la Academy, a fargli cambiare idea. Addirittura inviando il proprio general manager Ran Margaliot a casa Orken, dove ha avuto luogo un confronto con i familiari. “La decisione ci rattrista, naturalmente – commenta Margaliot – ma le porte della Academy rimarranno sempre aperte in caso di un suo ripensamento. La nostra sfida andrà comunque avanti, e così il messaggio di dialogo e coesistenza che vogliamo promuovere attraverso lo sport”.
    Proprio Orken era stato uno dei protagonisti della cerimonia al Centro Peres per la Pace di Tel Aviv nel corso della quale, lo scorso novembre, i corridori della Academy (tra cui l’italiano Kristian Sbaragli) erano stati insigniti del titolo di “ambasciatore per la pace”. Il volto sorridente e disteso. La voglia di lanciare messaggi di normalità. “Entrare a far parte di una squadra israeliana non l’ho mai visto come un problema. Al contrario tutti intorno a me hanno sostenuto questa decisione con entusiasmo” ci raccontava Orken. Aggiungeva poi: “Aspettavo da tempo la possibilità di gareggiare con un team in crescita e con delle ambizioni. La più grande motivazione che mi ha spinto qui è stata quella di aggiudicarmi delle corse, ma sono anche consapevole dell’importanza di questa iniziativa su un altro piano: lanciare un segnale di pace e fratellanza”.
    I suoi occhi parlavano chiaramente. Era una sfida che sentiva, non uno slogan privo di contenuti. Cercava l’abbraccio dei compagni, e i compagni cercavano lui.
    Una bella storia, ora drammaticamente interrotta. E una triste pagina per tutti gli appassionati di ciclismo.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  3. Un attacco dinamitardo il giorno di Natale nel cuore del porto turistico di San Francisco, seguito dall’assalto a mano armata con due armi automatiche tra la folla in preda al panico. Il ventiseienne aspirante terrorista Everitt Aaron Jameson – si legge sulla newsletter Pagine Ebraiche – aveva studiato il piano in tutti i particolari, racconta il Messaggero. L’uomo, arrestato dal’Fbi, aveva intenzione di compiere la strage in segno di vedetta contro Trump per aver riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele: “Avete permesso a Donald J. Trump di consegnare Al Quds agli ebrei” aveva scritto nella sua lettera-testamento l’aspirante terrorista.

  4. Duecentottantacinque milioni di dollari in meno nel budget delle Nazioni Unite per il 2018 e il 2019. Annunciata dall’ambasciatrice Nikki Haley, ecco che arriva la risposta dell’amministrazione Trump al voto contrario dell’assemblea generale dell’Onu su Gerusalemme. La Stampa, tra gli altri, parla di avversione ideologica della Casa Bianca nei confronti dell’Onu per almeno tre motivi. “Primo, la sua dottrina sovranista non accetta l’idea di organizzazioni multilaterali che possano imporre la loro volontà sul governo americano, anche se questo nel caso del Palazzo di Vetro è impossibile, perché avendo il potere di veto gli Usa possono bloccare qualunque risoluzione legalmente vincolante del Consiglio di Sicurezza che non condividono; secondo, le Nazioni Unite sono percepite come nemiche di Israele; terzo, l’organizzazione è fondamentalmente progressista e liberal, promuove principi come la salute riproduttiva o la lotta ai cambiamenti climatici, e quindi ha un’agenda generalmente avversa, se non opposta, aquella del governo Usa in carica”.
    Scrive invece il Sole 24 Ore: “Potrebbe apparire solo una rappresaglia, ma somiglia anche a un pretesto per mettere in pratica un piano preparato da tempo. Il taglio di parte dei finanziamenti americani destinati alle Nazioni Unite, annunciato dalla Casa Bianca, rischia di esacerbare le già non idilliache relazioni tra Washington e i Paesi europei”. Alcuni paesi dell’Europa Est, tra cui Romania, Slovenia e Repubblica Ceca, si appresterebbero intanto a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme. Secondo Fiamma Nirenstein, che ne parla sul Giornale, “una piena sconfessione di quanto vaticinato dalla Mogherini, che si era detta sicura che la Ue avrebbe isolato gli Usa”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  5. Con il finire del 2017 si conclude il primo anno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Repubblica, secondo cui il gradimento negli Usa per Trump è ai minimi storici (sotto del 35 per cento) ricorda alcune tappe salienti di questi primi 365 giorni tra cui la riforma fiscale (primo vero successo politico interno per l’amministrazione Trump) e il riconoscimento di Gerusalemme come Capitale d’Israele. Su questa decisione – come sulla questione ucraina -, Paolo Mieli denuncia una certa ipocrisia europea e parla di “un non meditato linciaggio”. “Sarebbe stato quantomeno degno di interesse – scrive Mieli – ricostruire come andò nel 1995 quando, presidente Bill Clinton, una legge approvata dal Congresso stabilì che gli Stati Uniti dovessero per l’appunto spostare la propria ambasciata da Tel Aviv alla città delle tre religioni. Certo, successivamente, per ben ventidue anni, la presa d’atto di quel voto era stata sempre rinviata. Ma un rinvio non dovrebbe comportare il venir meno delle ragioni di fondo di una decisione del Congresso”. Intanto, da Israele il ministro dei Trasporti Israel Katz ha annunciato l’intenzione di dedicare a Donald Trump la stazione ferroviaria che progetta di costruire vicino al Muro Occidentale, a Gerusalemme. Negli Stati Uniti invece, racconta Repubblica, le contestazioni al presidente Trump hanno assunto diverse forme: Jeff Bergman, 39 anni, mercante d’arte, ad esempio legge pubblicamente libri davanti alla Trump Tower, a New York. “Vengo alla Trump Tower da un anno: sì, anche durante le feste. Non mi ero mai considerato un attivista. – racconta Bergman a Repubblica – Ma quando The Donald fu eletto sentii il bisogno di fare qualcosa. Venni qui e iniziai a leggere ad alta voce un libro che, come ebreo, mi è molto caro: Notte di Elie Wiesel. Ricordo che molti si avvicinarono arrabbiati: “Trump farà grandi cose per Israele”. Come se potesse bastare. Da allora di libri ne ho letti almeno duecento. A volte solo. A volte con chi ha scelto di unirsi”.
    (Fonte Pagine Ebraiche).

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