mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Giappone, due nuove esecuzioni. 4 nel 2017
Pubblicato il 19-12-2017


Giappone-morteIl Giappone ha messo a morte questa mattina due condannati per omicidio, Teruhiko Seki (44 anni) e Kiyoshi Matsui (69 anni). Due esecuzioni che fanno salire a 4 il triste bilancio del 2017 e a ben 21 da quando il primo ministro conservatore Shinzo Abe è tornato al potere alla fine del 2012. Entrambi i condannati avevano chiesto di essere di nuovo processati. “Si trattava di casi estremamente crudeli”, ha commentato la Ministra della Giustizia Yoko Kamikawa. “Ho ordinato le esecuzioni – ha aggiunto – dopo un’accuratissima analisi”.

Sta di fatto che ogni esecuzione in Giappone lascia sempre abbastanza sgomenti, sia perchè stiamo parlando di una grande democrazia che, alla pari degli Stati Uniti, va a braccetto nella lista dei Paesi-boia con regimi illiberali se non ispotici e autoritari. A questo si aggiunge il fatto che in Giappone ogni esecuzione è avvolta da una spessa coltre di segretezza: i detenuti vengono avvisati appena poche ore prime di essere uccisi, alcuni di loro non vengono avvisati affatto, mentre le loro  famiglie e gli avvocati sono informati spesso solo a esecuzione avvenuta.

Appena pochi giorni fa, il Segretario generale aggiunto dell’Onu per i diritti umani, Andrew Gilmour, aveva sottolineato la necessità di garantire maggiore trasparenza da parte dei Paesi che fanno ancora ricorso alla pena di morte, poiché questo è vitale per le famiglie che hanno il diritto di conoscere il destino dei loro cari.

Delle ultime esecuzioni colpisce la storia di Teruhiko Seki, condannato per l’uccisione di quattro persone a Chiba, a sudest di Tokyo, avvenute nel 1992, quando aveva 19 anni. Si tratta della prima esecuzione di un minorenne all’epoca del reato dal 1997, hanno riferito i media nippponici, ricordandosi che in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni.

Sebbene i sondaggi, per lo più governativi, indicano una percentuale sempre molto alta di giapponesi favorevoli al mantenimento dello status quo, dalla società civile comincia ad arrivare qualche segnale positivo. Lo scorso anno, la Federazione giapponese delle associazioni degli avvocati ha rilasciato una dichiarazione con cui afferma la propria opposizione alla pena capitale e chiede alle autorità di abolirla entro il 2020. Una dichiarazione arrivata sull’onda di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 46 anni, molti dei quali nel braccio della morte, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte tanto che il suo assai poco invidiabile “primato” è stato registrato anche nel Guinness World Records. L’uomo è stato scarcerato nel marzo 2014 e la sua storia è diventata anche un film-documentario dal titolo “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, dove si racconta la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell’adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento.

Sulla base dei dati più recenti del ministero della Giustizia in Giappone ci sono 124 prigionieri detenuti nel braccio della morte, gran parte dei quali con sentenza definitiva, senza possibilità di ulteriore appello.

Massimo Persotti

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