mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Govoni, adulatore di Mussolini per denaro
Pubblicato il 04-12-2017


Govoni

Corrado Govoni (1884-1965) è stato autore prolifico di libri di poesie che hanno segnato la storia letteraria del primo Novecento, nonché di romanzi, prose liricheggianti e testi teatrali.Da ragazzo Govoni studia nella vicina Ferrara, nel collegio dei Salesiani, fino alla quinta ginnasiale. Qui, a dispetto della “deprimente claustrazione” procuratagli dal severo collegio, la lettura dei Promessi sposi e l’incontro con alcuni testi del Leopardi servono ad aprirgli il germe del gusto artistico latente. Discendente da un’agiata famiglia di mugnai e di agricoltori, Govoni nella giovinezza si dedica alle sue campagne. In seguito, però, desideroso di “correre dietro agli illusori e ingannevoli miraggi della poesia”, prima abbandona le sue “bellissime terre”, poi è costretto a venderle “per un piatto di lenticchie”. Da quel momento inizia per Govoni la disperata ricerca di una stabile sistemazione economica, che durerà per oltre cinquant’anni. Ora l’impellente esigenza di denaro costringe Govoni ad esercitare diversi mestieri: venditore di giocattoli, avicoltore, impiegato allo Stato civile, poi all’Archivio Comunale di Ferrara. Dopo il primo conflitto mondiale, Govoni, collaboratore di riviste e periodici e autore delle importanti raccolte poetiche Le fiale, Armonie in grigio et in silenzio, Fuochi d’artifizio, Gli aborti e Poesie elettriche, si stabilisce a Roma. Qui il poeta diventa vicedirettore della sezione del libro della Siae e, dal 1928 al 1943 segretario del Sindacato nazionale autori e scrittori. Dopo l’avvento del fascismo, Govoni, che fascista non è, per mantenere la famiglia composta dalla moglie, da tre figli e dall’anziana madre, lo diventa. Per ricevere le elargizioni che il regime offre a giornalisti, poeti e scrittori, per costruire un esercito di intellettuali “in linea”, Govoni scrive molte lettere di supplica al Duce (che si possono leggere nel libretto di Giuseppe Iannaccone, Suppliche al Duce (Terziaria Editore, Editore, Milano 2002, pp.127, che raccoglie la documentazione inedita dei rapporti tra il poeta e Mussolini), nelle quali chiede soldi, che gli saranno generosamente concessi, ed espone le sue difficoltà economiche, le umiliazioni subìte nel posto di vicedirettore alla Sezione del Libro, il desiderio (frustrato) di essere nominato nel ruolo di Accademico d’Italia. Riportiamo stralci di alcune di queste lettere seguendo un ordine cronologico.27 maggio 1931: “Eccellenza, nella mia condizione presente, tristissima, sarebbe per me una vera fortuna ottenere un prestito di 20.000 lire che mi permettesse di arrivare alla fine dell’anno, col sollievo di sapere un po’ rallentato l’assedio asfissiante dei miei creditori”.

Settembre 1931: “Eccellenza! Sono rimasto vittima di un’ingiustizia. La Direzione della Società degli Autori, dopo avermi defraudato per ben 28 mesi della metà dello stipendio…conferente alla mia carica di Vice Direttore, alla Sezione Libro, avrebbe voluto mettermi nientemeno in sottordine ad una impiegata, mia dipendente; facendomi così una condizione di disagio morale tale, da costringermi a dimettermi da funzionario”.19 luglio 1932: “Eccellenza, Se il Duce vuole aiutare ancora la mia poesia (come l’ha già generosamente aiutata), in questo momento io mi trovo in condizioni ancora più dure dell’anno passato. Da incorreggibile poeta che spera fino all’ultimo respiro, prima di rivolgermi al grande cuore del Duce, ho aspettato di non avere in tasca che poche lire. Confidando sempre in Vostra Eccellenza, con devoto affetto Corrado Govoni”.

13 gennaio 1933: “Eccellenza, in questi giorni, andando avanti e indietro per lo studio, sempre seguito dagli occhioni del suo ritratto, dicevo mutamente, con il singhiozzo nell’anima: ‘Grandi occhioni pieni di passione, non vedete dunque quale pauroso straccio sto moralmente diventando?’ Ma gli occhi del Duce mi avevano già letto in cuore la mia cupa disperazione, se è vero che stamattina ho ricevuto la lettera dell’On. Polverelli con il generoso aiuto. Che Iddio benedica Vostra Eccellenza, i Suoi vivi e i Suoi morti! Io, che cosa posso fare per il Duce?”.

1 aprile 1939: “Duce, perdonatemi! Da due eterni anni vivo di quelle grandiose parole per l’Accademia che Voi mi faceste così generosamente telefonare. Sono ancora nelle vostre mani benedette. Che Dio tenga lontana da me l’immensa sventura di vedermi abbandonato dal Duce!”. Naturalmente, per ricevere emolumenti dal regime, Govoni produce “poetici omaggi” (Saluto a Mussolini nel 1932 e Poema di Mussolini nel 1937) e scritti di propaganda utili al fascismo. Come nel 1933, quando il suo contributo sul ruolo dell’intellettuale nella società, intitolato L’assedio d’amore alle torri d’avorio viene sintetizzato così dall’Ufficio stampa del Duce: “L’autore esalta la funzione della poesia e chiede che i poeti vengano aiutati non con sussidi né con premi di incoraggiamento né con ‘i milioni spezzettati in briciole’ dall’Accademia d’Italia, ma con un numero limitato di ‘sinecure onorifiche’, sufficientemente retribuite e affidate a quei poeti che danno maggior affidamento di poter lavorare ‘in linea’ ”. La vicenda umana ed intellettuale del poeta Govoni, trasmessaci dalle sue lettere al Duce, retaggio di un costume arcaico-feudale che non nasceva con il fascismo, esprime bene la soggezione e la sudditanza dei ceti medi acculturati verso uno stato solo formalmente moderno. Alcuni mesi prima di essere straziato dalla morte del primogenito Aladino, militante della Resistenza romana, torturato e ucciso alle Fosse Ardeatine, in una lettera dell’1 settembre 1943 indirizzata a Giovanni Papini, Govoni si riconosceva colpevole di “aver creduto, piuttosto tardi e solo per un certo periodo” in Mussolini e di averlo omaggiato in versi, in cambio di “qualche migliaia di lire” date come elemosina, accettate per necessità, pagate con “vergognose anticamere affannoso salire e scendere scale di redazioni di giornali e di ministeri”. Parole che non cancellano l’atteggiamento adulatorio e politicamente ambiguo tenuto da Govoni verso Mussolini, ma rivelatrici delle mire di un sistema totalitario maligno, abietto e prepotente che, offrendo agli intellettuali non recalcitranti prebende, privilegi e visibilità, invadeva la vita degli individui, ed alternando ricompense e punizioni li spingeva ad uniformarsi alla stupidità, alla volgarità e alla violenza del regime.

Lorenzo Catania

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