mercoledì, 17 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il ritorno del Re che minimizzò sulla morte di Matteotti
Pubblicato il 18-12-2017


sciabolettaL’Italia è un Paese che dimentica in fretta, ma per fortuna stavolta sembrano tutti concordi nel non voler dare onore a un sovrano come re Vittorio Emanuele III, complice del fascismo che fuggì da Roma consegnandola di fatto alla ferocia dei nazisti tedeschi. Unanime il disappunto da tutto il mondo politico per il rientro della salma dell’ex sovrano con volo di Stato, ma anche su questo c’è chi ha avuto da ridire. “Vittorio Emanuele III è morto all’estero il 28 dicembre 1947 da cittadino di pieno diritto italiano, prima che entrasse in vigore la Costituzione. Ed era un militare. E le salme di tutti i militari vengono riportate in Italia con aereo dell’Aeronautica militare. Chi fa polemica su questo non conosce la storia”. Lo afferma il professor Aldo Mola, che si è occupato da vicino della vicenda Savoia come storico e consulente. Mola è anche presidente della Consulta dei senatori del Regno, “ma questo è ininfluente”, sottolinea. “Vittorio Emanuele III – spiega Mola – è morto da cittadino italiano. Se fosse morto tre giorni dopo, il 1 gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica, sarebbe deceduto da esule. Ma così non è stato. Inoltre era un militare. Quindi mi indigna che ci sia qualcuno, qualche ex magistrato, che evidentemente non ha fatto studi di storia e che fa polemica su questo”. Probabilmente Mola si riferisce alle parole di Grasso che ha escluso ogni onore pubblico per la salma di Vittorio Emanuele, tuttavia a insorgere è anche la comunità ebraica. Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, dice che “in un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine”. Perché, spiega, nel 2018 cadrà l’ottantesimo anniversario “dalla firma delle leggi razziste”. E perché il sovrano “fu complice di quel regime fascista di cui non ostacolò mai l’ascesa né la violenza”. Ma per il presidente di Unioncamere Piemonte, Ferruccio Dardanello, si tratta di una grande opportunità. “Il rientro della salma di Vittorio Emanuele III e di sua moglie, la Regina Elena, sul piano della valorizzazione dell’ambiente e dell’architettura è un fatto molto positivo. Cancelliamo passaggi infelici del passato che le giovani generazioni hanno già dimenticato. Non un richiamo di nostalgici, ma di amanti della storia”.
Ma la storia ha anche un’altra versione ben più drammatica, ben ricordata dalla Resistenza che liberò l’Italia. “Nel momento più difficile della Seconda Guerra mondiale ‘l’ingloriosa fuga’ di tutta la famiglia reale, del maresciallo Badoglio e dei vertici militari attraverso la via Tiburtina-Valeria, fu consumata proprio dai porti della nostra regione, ovvero dagli scali marittimi di Pescara e di Ortona, che furono usati come terminali più comodi e sicuri per raggiungere il Sud già liberato dagli Alleati”. Lo scrive la Fondazione Brigata Maiella, erede dei patrioti della omonima formazione partigiana, unica decorata con la medaglia d’oro tra tutte le formazioni della storia della Resistenza italiana.
Inoltre fu Vittorio Emanuele che aprì le ‘porte’ al Fascismo in Parlamento portando alla dittatura. Il 28 ottobre mattina, mentre la marcia stava per partire, il capo del governo Luigi Facta si recò al Quirinale dal re, detto Sciaboletta, per fargli firmare lo “stato d’assedio”, un decreto urgente che avrebbe permesso all’esercito di fronteggiare e, probabilmente, sgominare il piccolo gruppo di Fasci di combattimento in marcia. Ma il re disse di no, affermando: “Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi”. Non si fermò mai, ne davanti al delitto Matteotti, ne davanti alla promulga delle leggi razziali: lasciò che il Fascismo prosperasse e distruggesse l’Italia.
Infine per tutti i socialisti, ma anche per gli antifascisti e gli aventiniani, Vittorio Emanuele III fu quel sovrano che dopo il delitto Matteotti quando il presidente dell’ANC (Associazione Nazionale Combattenti) Ettore Viola lo raggiunse per presentargli un documento in cui si dimostravano le colpe di Mussolini nel caso Matteotti, il re mostrò il suo volto ignobile. Vittorio Emanuele III ascolta la lettura, poi risponde, “con il tetro sorriso di uno spettro: «Mia figlia, stamani, ha ucciso due quaglie»”.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Nel 2018 ricorreranno gli 80 anni dalla promulgazione delle Leggi Razziste, firmate dal re Vittorio Emanuele III nella sua tenuta di San Rossore a Pisa, quindi annunciate da Benito Mussolini a Trieste e approvate in poche settimane dal Parlamento.
    Ancor più con il ritorno in Italia della salma del sovrano, in ragione di questo anniversario, appare irrinunciabile – si legge su Pagine Ebraiche – l’esigenza di dare avvio a una serie di iniziative sul rapporto tra legge e valori.
    In occasione del prossimo Giorno della Memoria, uno straordinario evento – in forma di dibattimento processuale – esaminerà a tal proposito le responsabilità di quanti si resero protagonisti di una delle pagine più vergognose della recente storia italiana.
    In scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 18 gennaio alle 20.30, “Il processo” partirà proprio dalla figura di Vittorio Emanuele III.
    A condurlo il pm Marco De Paolis, l’avvocato Umberto Ambrosoli come imputato, l’avvocato Giorgio Sacerdoti come parte civile
    La Corte sarà invece composta da Paola Severino, ex Ministro della Giustizia, presidente del collegio, dal magistrato Giuseppe Ayala, e dal consigliere del CSM Rosario Spina. Tante le testimonianze perdute che ritroveranno memoria nelle voci di Piera Levi Montalcini, nipote del Premio Nobel Rita, Federico Carli, nipote di Guido, l’economista Enrico Giovannini, Maurizio Molinari, direttore della Stampa. E in prima assoluta le musiche di Mario Castelnuovo-Tedesco rivivranno attraverso il violino di Francesca Dego e il pianoforte di Francesca Leonardi
    “L’Italia, che deve ancora fare un profondo esame del proprio passato e non ha mai celebrato processi contro i propri governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, rischia di non poter fermare i nuovi movimenti di odio che ai quei falsi valori e simboli si ispirano nei loro moti” sottolinea Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha voluto l’evento e lo ha seguito nella fase ideativa. “Il Processo quindi lo facciamo noi, evidenziando la filiera delle responsabilità che dal re e dal regime risalgono alle istituzioni, all’accademia, alla stampa, all’industria, alla chiesa, alla popolazione civile che, quando non si rese complice, accettò senza reagire che una comunità di cittadini italiani, presenti da duemila anni nel Paese, perdesse ogni diritto e libertà. Diritto di lavorare, studiare, avere una vita sociale, contribuire alla scienza, alla cultura, alla politica. Vogliamo sfatare la leggenda che le Leggi Razziste furono un provvedimento all’acqua di rose”.
    Il Processo, che avrà luogo con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è promosso dall’UCEI e organizzato da BrainCircle Italia e MusaDoc, con il supporto dell’Università Ebraica di Gerusalemme e del CIDIM – Comitato Nazionale Italiano Musica, in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma e Rai Cultura.
    Un evento curato per la parte processuale da Elisa Greco, autrice del format Processi alla Storia, su un progetto teatrale di Viviana Kasam e Marilena Francese, che da cinque anni curano per l’UCEI l’evento istituzionale per il Giorno della Memoria, e sarà ripreso da Rai5 e trasmesso da Rai Storia in prima serata alle ore 21.15 del 27 gennaio prossimo in occasione del Giorno della Memoria, all’interno di un documentario realizzato da Bruna Bertani.
    Ad essere presentata in prima mondiale assoluta la “Ballata” di Mario Castelnuovo-Tedesco, grande compositore amato da Toscanini e Heifetz e costretto ad emigrare negli Stati Uniti a causa delle Leggi Razziste, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte. Sarà presente in sala la famiglia del compositore, in arrivo appositamente dagli Stati Uniti.
    All’invito hanno aderito le più alte cariche istituzionali italiane: da Pietro Grasso, Presidente del Senato a Laura Boldrini, Presidente della Camera; Andrea Orlando, Ministro della Giustizia; Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca; Marco Minniti, Ministro degli Interni; Maria Elena Boschi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; Marta Cartabia, Vice Presidente della Corte Costituzionale; Giovanni Legnini, Vice Presidente del CSM; Giovanni Canzio, Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione; Pasquale Ciccolo, Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione; Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio Nazionale Forense.

  2. Una repubblica che dopo settanta anni teme i fantasmi della storia patria e le bare della monarchia è una repubblica ancora debole. Spiace doverlo constatare ma è così. Piaccia o meno, l’Italia è nata monarchia, repubblica non sarebbe mai nata, poteva solo diventarlo per sviluppo naturale o per trauma nazionale, e così fu. In ogni caso decenni di storia non si cancellano. Nel caso specifico, Vittorio Emanuele III fu re dalle tante luci e dalle poche ombre, ma poiché quelle poche ombre furono assai gravi non lo si tumula in Pantheon ma in una chiesa periferica. Con discrezione e senza onori di Stato. Ed è giusto che sia così. Va bene così.
    Ora, parenti e Presidente volendo, che rientri anche Umberto II, lo si tumuli a Superga o al duomo di Torino cui fece dono della Sindone, e chiudiamo il cerchio. Una repubblica non deve avere paura del passato.
    Saluti, Mosca.

Lascia un commento