domenica, 23 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza
Pubblicato il 22-12-2017


catalogna-barcellona

Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento