venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, Avvisi di accertamento per i rapporti di Lavoro Domestico. Buoni di Lavoro entro il 31/12
Pubblicato il 18-12-2017


Modalità di comunicazione all’Inps per la contestazione del provvedimento
AVVISI DI ACCERTAMENTO PER I RAPPORTI DI LAVORO DOMESTICO

In questi giorni l’Inps sta inviando gli avvisi di accertamento per mancato pagamento dei contributi ai datori di lavoro domestico inadempienti per almeno un trimestre tra il 4° trimestre 2012 e il 2013.
Nell’avviso si invitano i contribuenti a regolarizzare la posizione.
I datori di lavoro che ritengono non dovuti i contributi indicati possono contestare l’avviso seguendo le istruzioni contenute in calce al provvedimento.
È possibile effettuare ogni contestazione telefonicamente, tramite Contact center dell’Inps, oppure utilizzando il servizio “lavoratori domestici” sul sito internet.
Per la contestazione il datore di lavoro può utilizzare il modulo prestampato di autocertificazione allegato al provvedimento, che guida il contribuente nella indicazione di tutti gli elementi utili. Il modulo consente di autocertificare la pregressa comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro così come l’avvenuto pagamento dei bollettini.
Se il datore di lavoro ha già comunicato all’Inps la cessazione del rapporto di lavoro, può inviare copia della ricevuta di comunicazione, oltre che tramite i canali sopra indicati, anche via fax al numero verde gratuito 800803164.
Tale comunicazione consentirà alla sede Inps di chiudere il rapporto di lavoro ed eventualmente di annullare l’avviso inviato per i periodi per i quali i contributi non siano dovuti. In questi casi, ovviamente, sarà ritenuta valida l’originaria data di comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro e pertanto nessuna sanzione amministrativa sarà dovuta dal datore di lavoro.

L’Inps ricorda che possono essere utilizzati fino al 31 dicembre
BUONI DI LAVORO ACCESSORIO

Il prossimo 31 dicembre scadrà il periodo transitorio per l’utilizzo dei buoni di lavoro accessorio.
I buoni lavoro richiesti entro il 17 marzo, comunica l’Inps, possono essere utilizzati esclusivamente per prestazioni il cui svolgimento avrà luogo entro il prossimo 31 dicembre; pertanto i committenti non potranno inserire nella procedura informatica prestazioni con data di inizio o fine successiva a questa data. Le prestazioni inserite erroneamente nella procedura informatica relative a periodi decorrenti dal 1° gennaio 2018 verranno cancellate d’ufficio e il committente non riceverà nessuna comunicazione in merito. Nel caso di prestazioni che abbiano data inizio nel 2017 e data fine nel 2018, verranno cancellate d’ufficio soltanto le prestazioni relative al 2018.
Per l’utilizzo di buoni tramite la procedura telematica, precisa l’Inps, le prestazioni fino al 31 dicembre 2017 dovranno essere consuntivate dal committente improrogabilmente entro il 15 gennaio 2018; dal 16 gennaio sarà infatti inibito l’accesso alla procedura internet dedicata.
I rimborsi delle somme versate entro il 17 marzo e non utilizzate dal committente entro il 31 dicembre, potranno essere richiesti all’Inps mediante modello Sc52 entro il 31 marzo 2018.

Ocse
ETÀ EFFETTIVA PENSIONE PRIMA DEI 63 ANNI

L’Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017 secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.
L’attuale sfida dell’Italia è limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati”, si legge nel Panorama Pensioni Ocse 2017. L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità” dell’Italia al “fine di garantire benefici adeguati senza minacciare la sostenibilità finanziaria”, si legge. “Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, in particolare tra i gruppi vulnerabili. Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia”, aggiunge l’Ocse.

Cida, pensioni
GLI ALLARMI INGIUSTIFICATI FANNO MALE AL PAESE

“Non c’è pace per le pensioni: a giorni alterni si susseguono allarmi sulla spesa previdenziale o sull’incerto futuro di chi in pensione deve andare. Così si crea ansia fra lavoratori e pensionati, si innesca un potenziale conflitto generazionale e si contribuisce a dare l’immagine di un Paese confuso e disorientato”. E’ quanto ha recentemente affermato Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, la confederazione dei dirigenti ed alte professionalità del pubblico e del privato.
“Prima era la Commissione Europea a lamentare una voragine di 88 mld – ha sottolineato Ambrogioni – adesso è la volta dell’Ocse che disegna un’Italia in cui si va in pensione ancora troppo presto grazie a leggi e leggine compiacenti e ad avvisarci che per i giovani – una volta trovato il lavoro – il traguardo pensionistico si colloca oltre i 70 anni”.
“Siamo abituati alle ‘docce fredde’ sulle pensioni propinateci da centri studi, italiani e non, o da presunti esperti del settore. Così come siamo assuefatti al coro di commenti seriosi e preoccupati che arriveranno da ambienti politici e governativi. Ma resta il fatto che le cifre su cui si sta ragionando sono sempre le stesse: ovvero, in Italia, quando si parla di spesa previdenziale non si distingue fra assistenza e previdenza”, ha avvertito il presidente della Cida.
“In questo modo l’Istat comunica a Eurostat e poi all’Ocse e al Fmi – ha spiegato Ambrogioni – che la nostra spesa per le pensioni è pari al 18,5% del Pil, mentre quella della media dei Paesi Ue a 27 è del 14,7%. Ma gli altri Paesi non mettono insieme la previdenza e le diverse funzioni dell’assistenza, voci che gli uffici statistici italiani non specificano nelle comunicazioni all’Ue. Sono i conti dell’assistenza ad essere fuori controllo, non quelli della previdenza. Se si leggono bene i dati, nel 2016 il disavanzo tra contributi e previdenza è di -21 miliardi, all’interno dei quali sono ben 19 i miliardi spesi in assistenza, di cui 10 miliardi per l’integrazione al salario minimo e 9 miliardi di maggiorazione per dipendenti pubblici”.
“E come è accaduto con i dati Eurostat, e ora con l’Ocse – ha ancora ammonito Ambrogioni -, il vero rischio è che i soliti titoli allarmistici sulla stampa nazionale producano l’effetto indesiderato di destabilizzare l’opinione pubblica, contrapponendo classi e ceti sociali e finendo per fare del male al Paese. Cida si batte da anni per una sana politica previdenziale che non può che basarsi, da un lato, sul rispetto dei diritti acquisiti e, dall’altro, sull’introduzione di dosi massicce di politiche attive dell’occupazione per dare nuova linfa al mercato del lavoro e rinvigorire la fiducia dei nostri giovani. Anche l’impegno dei nostri pensionati come ‘tutor’ all’interno dei percorsi tracciati dall’alternanza scuola-lavoro, dimostra che le generazioni non vanno divise né, tantomeno, contrapposte. Oggi vi sono aziende in cui operano quattro generazioni ed è un arricchimento reciproco che merita rispetto e un qualche approfondimento”.
“L’imminente appuntamento elettorale dovrebbe essere interpretato come un grande cantiere dove impegnarsi per trovare soluzioni innovative a problemi complessi; problemi che richiedono di difendere il potere d’acquisto, evitare la demagogia, promuovere l’avvento di una nuova cultura del welfare e del lavoro, elaborare una visione diversa dei seniores, per costruire il futuro della previdenza pensando ai giovani e non solo ai pensionati”, ha concluso Ambrogioni.

19 milioni i certificati
OCSE: IN ITALIA CI SI AMMALA SOPRATTUTTO DI LUNEDì

L’Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017 secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.
L’attuale sfida dell’Italia è limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati”, si legge nel Panorama Pensioni Ocse 2017.
L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità” dell’Italia al “fine di garantire benefici adeguati senza minacciare la sostenibilità finanziaria”, si legge. “Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, in particolare tra i gruppi vulnerabili. Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia”, aggiunge l’Ocse.

Carlo Pareto

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