martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, in scadenza il termine per i versamenti volontari
Pubblicato il 27-12-2017


Inps

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 2 GENNAIO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade martedì prossimo 2 gennaio (essendo il 31/ 12 e il 1°/1 festivi), il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al terzo trimestre dell’anno corrente (Luglio – Settembre 2017). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2017 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 522 euro in più. Entro l’inizio del nuovo anno – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre luglio – settembre, il terzo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (il restante ultimo è infatti fissato il 31 marzo 2018). L’aumento, in confronto al 2014 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione zero registrata dall’Istat nel 2015 e 2016), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui vigenti parametri sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2017. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2017, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,98 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,95 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Inps

NUOVO REQUISITO PER L’ASSEGNO SOCIALE

L’articolo 24, comma 8, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, stabilisce l’incremento di un anno del requisito anagrafico per il conseguimento dell’assegno sociale a decorrere dal 1° gennaio 2018.

Ne consegue che, a decorrere dalla data suddetta, il requisito anagrafico minimo previsto per il conseguimento dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, commi 6 e 7, della legge 8 agosto 1995, n. 335, dell’assegno sociale sostitutivo della pensione d’inabilità civile e dell’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali di cui all’articolo 19 della legge 30 marzo 1971, n. 118, nonchè dell’assegno sociale sostitutivo della pensione non reversibile ai sordi di cui all’articolo 10 della legge 26 maggio 1970, n. 381, è innalzato ad anni sessantasei rispetto ai sessantacinque previsti dalla legge istitutiva.

Ad esso occorre aggiungere l’adeguamento all’incremento della speranza di vita, in attuazione dell’articolo 12 del D.L. n. 78/2010, convertito dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, richiamato dall’articolo 24, commi 12 e 13, del D.L. 201/2011.

A seguito degli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti nel 2013 e nel 2016, pertanto, a partire dal 1° gennaio 2018, le prestazioni suindicate potranno essere concesse al compimento dell’età di 66 anni e 7 mesi.

Per effetto dell’innalzamento del requisito anagrafico, a decorrere dal 1° gennaio 2018, la pensione d’inabilità civile e l’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali di cui agli articoli 12 e 13 della legge 30 marzo 1971, n. 118, nonché la pensione non reversibile ai sordi di cui alla legge 26 maggio 1970, n. 381, saranno concesse, a seguito del riconoscimento sanitario e sussistendo le altre condizioni socio economiche previste, a soggetti di età non inferiore al diciottesimo anno e fino al compimento del sessantaseiesimo anno e sette mesi d’età.

Si precisa che resta confermato il previgente requisito anagrafico per coloro che compiono sessantacinque anni e sette mesi prima del 1° gennaio 2018, a prescindere dalla data della domanda di assegno sociale. Costoro, pertanto, qualora presentino domanda successivamente al 1° gennaio 2018, in caso di accoglimento, avranno diritto all’assegno con decorrenza dal mese successivo a quello della domanda (art. 26, comma 12, L. 153/1969).

Opzione donna

NUOVA RICHIESTA DI PROROGA

Lucia Rispoli, amministratrice del Movimento Opzione donna, in un post su Facebook ha voluto ricordare i dati relativi alle pensioni liquidate con Opzione donna dal 2011 al 31 agosto 2017. Dati che mostrano un trend crescente per via dell’innalzamento dell’età pensionabile seguito alla Legge Fornero. Rispoli ricorda che dopo Opzione donna non c’è stata alcuna misura specificatamente pensata per le donne. “Allora perché non prorogare questa misura pensionistica anticipata, consentendo a tutte le donne che hanno subito i drammatici effetti della Riforma Fornero di poter esercitare un’opzione, scegliendo liberamente il sistema contributivo per accedere alla pensione?”, si chiede Rispoli, che ricorda come la legislatura che sta per terminare abbia dedicato tempo e risorse per approfondire le disparità di genere presenti anche nel sistema previdenziale. Ciò nonostante, è stata eliminata “l’unica possibilità per le donne di andare in pensione con qualche anno di anticipo, utilizzando il sistema contributivo in grado di generare un virtuoso risparmio per lo Stato”.

Rispoli dà anche un’indicazione importante circa l’ipotesi di valorizzare i lavori di cura ai fini previdenziali: “Il Movimento Opzione Donna ritiene che il ‘lavoro di cura’ non sia una responsabilità femminile, ma una responsabilità collettiva: per questo a favore delle lavoratrici deve essere trovata una compensazione almeno come riconoscimento di una contribuzione previdenziale, oppure con un intervento di agevolazione ad un pensionamento anticipato”.

Cottarelli

SPESA PENSIONI LE INCOGNITE DEI NOSTRI CONTI

Nell’Italia che dibatte dei correttivi alle pensioni con un pacchetto da 300 milioni di euro, si riaccende la spia dell’erogazione di prestazioni agli invalidi civili (pensioni e indennità accompagnamento) secondo maglie troppo larghe. Una partita che vale ben più risorse. Ne è convinto Carlo Cottarelli, ex commissario alla revisione della spesa ed economista del Fmi, che ha da poco lanciato l’Osservatorio sui Conti Pubblici italiani presso l’Università Cattolica di Milano.

Secondo i numeri messi in fila dall’Osservatorio, dopo una stabilizzazione avviata nel 2010 – quando nelle Commissioni che validano le domande è entrato un medico dell’Istituto – seguita da qualche anno di tregua, dal 2014 la curva della spesa per invalidi civili dell’Inps è tornata a impennarsi. La stima è che quest’anno si chiuderà a 17,8 miliardi, 700 milioni in più del 2014. Nell’arco di 15 anni l’esborso è salito del 60 per cento. Se quattro anni fa erano attive 4.670 prestazioni ogni 100mila abitanti, ora siamo saliti oltre 5mila. L’amara percezione è che l’andamento “rifletta ancora logiche clientelari”, dice Cottarelli.

“Le forti differenze tra regioni nella frequenza delle prestazioni d’invalidità, come pure nell’aumento registrato dal 2014, suggerisce che molte prestazioni siano erogate senza un effettivo bisogno. Per ridurre gli abusi occorrerebbe centralizzare le decisioni di erogazione delle prestazioni di invalidità e i successivi controlli, aumentando i poteri dell’Inps”, è la conclusione della ricerca elaborata dall’Osservatorio di cui Cottarelli è direttore. “L’inclusione dell’Inps nelle commissioni preposte alle decisioni sull’erogazione di prestazioni ha contribuito a una riduzione degli abusi (come evidenziato per esempio dal calo rispetto al passato dei casi di ricorso in cui richieste di prestazioni inizialmente respinte vengono accettate per decisione giudiziale), ma non sembra aver risolto del tutto i problemi, anche perché l’Inps – si evidenzia – svolge ancora un ruolo minoritario nelle commissioni”.

Come per molti indicatori, anche alla voce degli invalidi il Paese è spaccato. E gli estremi si allontanano sempre più. L’andamento delle prestazioni ha viaggiato al doppio proprio laddove era già anomalo il numero di partenza. In Calabria, nel 2014 le pensioni di invalidità superavano quota 7mila ogni 100mila abitanti, record in Italia. Da allora l’aumento è stato di 686 unità ogni 100mila persone, contro una media nazionale di 390. Oggi, in rapporto alla popolazione, la Calabria ha il doppio delle prestazioni dell’Emilia Romagna, il territorio più virtuoso. Seguono: Sardegna, Umbria e Puglia. Il fenomeno, annota l’ex commissario, è “particolarmente odioso perché, oltre ad accrescere la spesa pubblica, sottrae risorse a chi avrebbe bisogno di maggiore assistenza”. Non è un caso che mentre la cronaca raccontava degli episodi- scandalo di cui sopra, a Firenze una coppia di invalidi si rivolgeva al Comune disperata perché metteva insieme appena 500 euro, tra marito e moglie, insufficienti a vivere decorosamente. E dire che i denari a disposizione andrebbero centellinati: come denunciato nella recente Giornata internazionale della disabilità, nel 2015 l’Italia ha destinato a quella voce 27,7 miliardi di euro pari all’1,7 per cento del Pil. Per la stessa funzione, in Europa si spende in media il 2 per cento del reddito nazionale.

Alla voce della spesa sanitaria, previdenziale e per le prestazioni sociali agevolate – nella quale rientrano anche i falsi invalidi – le Fiamme gialle hanno dedicato quasi 15mila controlli lo scorso anno, denunciato oltre 17mila persone e accertato frodi per più di 163 milioni di euro, facendo scattare il sequestro su 23,5 milioni. Dall’introduzione nelle commissioni di un rappresentante dell’Istituto previdenziale, si è dimezzata la quota di ricorsi contro le mancate erogazioni accolti in sede di contenzioso giudiziale. Significa che un po’ di potere di contrasto è stato messo in campo. Ma non basta. Secondo Cottarelli, la “via per ridurre gli abusi” passa attraverso “la centralizzazione delle decisioni di erogazione delle prestazioni di invalidità e dei successivi controlli, aumentando i

poteri dell’Inps”. Una strada intrapresa in Calabria, dove il commissario ad acta ha stipulato un’intesa con l’Istituto per il controllo degli invalidi civili, contro il quale la Regione aveva fatto ricorso al Tar. Battaglia giunta fino al Consiglio di Stato, e risolta in favore dell’accordo nelle scorse settimane. Dai dati raccolti da Cottarelli è evidente che urge accelerare in quella direzione.

Carlo Pareto

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