martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

La bandiera dei tre colori
Pubblicato il 13-12-2017


La mia maestra, una suorina patriota fin nel midollo, oltre a farci leggere la pagina giornaliera da Cuore di De Amicis, ci faceva cantare una canzoncina che da allora (primi anni Settanta) non m’è più uscita più di mente: “La bandiera dei tre colori/è sempre stata la più bella/ vogliamo sempre quella/noi vogliam la libertà.”

Noi, ingenui e curiosi, chiedevamo: perché il verde, il bianco e il rosso? E lei: la nostra bandiera l’hanno voluta così nel 1797 i patrioti italiani della Repubblica Cispadana. Affascinati dalla Rivoluzione francese, che aveva issato il primo tricolore in polemica con gli stemmi feudali, desideravano anche loro un bandiera popolare. Hanno scelto quei tre colori per esprimere l’aspirazione alla libertà del Risorgimento. Una libertà realizzata appieno solo centocinquant’anni dopo, con la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Noi non capivamo i concetti astratti. Ma perché proprio quei colori? La suorina, sorridendo, citava alcune parole dal discorso che Giosuè Carducci tenne a Reggio Emilia nel 1897, in occasione del centenario del Tricolore: “Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci (…) ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani (…): il bianco, la fede serena alle idee (…); il verde, la perpetua rifioritura della speranza e frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi.”

Nella biblioteca di classe, c’era un’edizione per ragazzi delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. E’ uno dei primi libri che ho letto in vita mia. Quando ero bambino, pur frequentando una scuola cattolica “rigorista”, d’altri tempi, era chiarissimo – nella mia coscienza – il nesso Tricolore-libertà—Risorgimento-Resistenza. Sarà ancor più chiaro, quel nesso, quando, quindici anni più tardi, aderirò al PSI e ascolterò più volte l’associazione, per me inedita in quel tempo, fra due idee gagliarde: “socialismo tricolore”.

Stupisce che una minoranza vociante di italiani non colga alcun collegamento fra il Tricolore, la libertà, il Risorgimento e la Resistenza. Chiamiamoli con il loro nome: pseudo-patrioti. I più radicali fra costoro ammirano un gran traditore della patria, Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, il quale nel 1914 fondò il suo giornale interventista, Il Popolo d’Italia, intascando denari stranieri, soprattutto francesi, oltre alle mazzette degli industriali impazienti di lucrare sulle future commesse belliche. Nel 1943 l’Uomo del Destino, divenuto Capo di uno stato fantoccio agli ordini di Hitler, non esitò un istante a consegnare l’Italia agli occupanti nazisti.

Volete la dimostrazione che c’è ancora chi, schizofrenicamente, dissocia il Tricolore dalla sua genesi politica e ideale? Basta riflettere su certe reazioni demenziali alla vicenda della bandiera tedesca (uno stendardo di guerra del Secondo Reich) che sarebbe stata esposta in una caserma dei carabinieri di stanza a Firenze. Ecco che il ministro della difesa Roberta Pinotti, giustamente indignata, interviene a gamba tesa: “la Repubblica italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla sua Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”

Parole sacrosante. In qualsiasi paese normale – in Gran Bretagna, in Francia, in Germania – scatterebbe una condanna all’unisono, ci sarebbe un consenso bipartisan attorno ai valori fondanti della propria nazione democratica. Provvedimento disciplinare per il carabiniere (se il fatto sussiste), e caso chiuso. Ma l’Italia, si sa, non è un paese normale. E infatti scocca subito, come un dardo acuminato, la campagna mediatica degli esegeti della virgola, sedicenti esperti dell’araldica – campagna guarda caso capeggiata dall’estrema destra. La rivista Primato Nazionale, che alimenta una sottocultura politica, parla di tempesta in un bicchier d’acqua: “in tempi di fake news e di ministero della verità, sembra bastino tre colori – un nero, un bianco, un rosso – per montare subito il caso. Anche se questo fa a pugni con la storia.” Giacché, diciamo le cose come stanno, “quella bandiera, in realtà, è la bandiera della Kaiserliche Marine, la marina imperiale tedesca, creata dal Kaiser Guglielmo II e in servizio dal 1871 fino alla sconfitta della Prima Guerra Mondiale.” (“Come ti creo una fake news: la ‘bandiera nazista’ nella caserma dei carabinieri”, Redazione, 3.12.2017. https://www.ilprimatonazionale.it)

Questo è un esempio da manuale di come si può dire una cosa vera mentendo spudoratamente a livello del messaggio che si veicola. Cito Luca Cefisi, socialista di lungo corso: “La bandiera di guerra del Kaiser è da tempo impiegata dai neofascisti, è un’allusione, un ammiccamento.” Il Primato Nazionale, che naturalmente ridicolizza le fake news altrui, fornisce un eccellente esempio di come se ne confeziona una in proprio: più è credibile (all’apparenza) la menzogna, e più efficace è quando viene immessa in circolo. Le fake news, per propagarsi, devono essere semplicissime, superficiali. Ciò garantisce immediatezza. E’ così che si servono i piatti velenosi agli avventori sprovveduti: inghiottiti in fretta, tutti i funghi paiono commestibili. Ma che diamine! La bandiera esposta è del Secondo Reich! E quella era una “monarchia costituzionale ottocentesca”. (Marcello Veneziani, “Il pericolo farsista”, Il tempo, 3.12.2017) Che c’entra il Terzo Reich nazista fondato dal famigerato Hitler? Siamo alle solite: i comunisti gridano al lupo per piazzarsi bene alle prossime elezioni. Ora la notizia farlocca sul complotto della sinistra può circolare – veloce e devastante come un incendio estivo – su facebook. Chi avrà tempo e voglia di verificarne l’autenticità? Eppure c’è la prova del nove. Basta approfondire l’informazione, e statene pur certi: casca subito l’asino (a integrazione del commento di Cefisi: l’innocua monarchia costituzionale del Kaiser, sentina di un militarismo virulento e aggressivo, ha scatenato la Prima Guerra Mondiale).

Ma supponiamo che l’estrema destra abbia ragione, e che questa sia la solita montatura dei professionisti dell’antifascismo. Ebbene, le reazioni al presunto gesto del carabiniere – a destra come a sinistra –, quelle invece sono vere. Nero su bianco. E sono eloquenti: la sinistra condanna; la destra minimizza o giustifica. Voi del Primato Nazionale, rivista così sensibile alla correttezza filologica e storiografica, non potete ignorare che l’Italia, nel 1915, entrò in guerra – per liberare Trieste e le altre terre irredente – contro l’imperialismo germanico, simboleggiato dal simbolo del Secondo Reich ostentato dall’incauto carabiniere. Oltre seicentomila soldati italiani – simili a quello che, statuario, campeggia sulla vostra pagina web – morirono per il Tricolore. All’epoca il Partito socialista scelse, saggiamente, la linea pacifista. Ma, di fronte al fatto compiuto, i leader socialisti escogitarono la famosa parola d’ordine, “né aderire, né sabotare”, frutto di un faticoso compromesso fra i riformisti e i massimalisti. C’erano molti socialisti che, animati da sincero patriottismo, sostenevano tesi interventiste. (L’ex compagno Mussolini, il più grande statista del Ventesimo secolo, aveva ben altri pensieri per la testa: sapeva che la Grande Guerra avrebbe devastato la società italiana; il terreno, concimato dai giovani morti, sarebbe stato fertile non già per la rivoluzione proletaria, bensì per il colpo di mano fascista).

E non furono pochi neppure i socialisti pacifisti che, “nel supremo interesse della nazione”, decisero di cooperare “materialmente e moralmente al miglior esito della guerra” (così la federazione giovanile). Atterriti dall’immane disfatta di Caporetto, i capi riformisti del Partito socialista – Turati, Treves, Prampolini –, seguiti dal gruppo parlamentare, dalle amministrazioni comunali, dalla CGL, si schierarono compatti in difesa della patria invasa da austriaci e tedeschi esortando gli operai e i contadini in divisa a fermare lo straniero sulla linea del Piave – socialismo tricolore, appunto.

Ah, dimenticavo, la nostra canzoncina patriottica terminava con questa strofa: “E la bandiera gialla e nera/qui ha finito di regnar!”. Il riferimento è al vessillo dell’Impero austroungarico, nostro acerrimo nemico fin dall’Ottocento, e alleato del Kaiser tedesco nella Grande Guerra. E voi – difensori a oltranza della sovranità nazionale, cultori della patria immortale, sostenitori accesi del partito nazionalista recante il poetico nome “Fratelli d’Italia” – non avete saputo dire l’unica cosa sensata che andava detta in questa occasione? Ovvero: ogni disquisizione è cervellotica: nella caserma dei carabinieri una sola bandiera deve sventolare: quella italiana. L’abbiamo scoperto, finalmente, l’altarino dei nazionalisti dell’estrema destra italiana. Nazionalisti alle vongole, li definirebbe Scalfari.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. Non mi ha mai convinto un granché la fotografia o lettura bicromatica della storia, ossia il presentarla in bianco e nero, dove i “buoni” stanno tutti da una parte e i “cattivi” dall’altra, mentre a me pare che vi sia non di rado parecchio grigio, per di più in sfumature varie, frutto talora di indecisioni ma anche di mediazioni o “compromessi”, oppure di convinzioni che all’origine appaiono come immutabili e monolitiche, ma che col tempo vanno gradualmente a modificarsi perché cambia il “contesto”.

    A comprovarlo basterebbe la linea, sofferta e difficile, che tennero i socialisti all’epoca della Grande Guerra, dividendosi tra il pacifismo, il né aderire né sabotare, fino all’interventismo, come qui ci rammenta anche Edoardo, ossia un percorso che può sembrare contraddittorio o intriso di “doppiezze” ma che, per converso, riesce a darci anche la misura di quanto possa essere difficile scegliere in certi momenti (ma poi occorre decidere, in un modo o nell’altro, e i socialisti lo fecero, anche a costo di divisioni).

    Visto che Edoardo rievoca i suoi trascorsi scolastici, viene pure a me di andare indietro con la memoria, ai tempi del dopoguerra, quelli della mia fanciullezza e dipoi adolescenza e giovinezza, quando cominciavo pian piano a capire il “dramma” che il Paese si era lasciato alle spalle, e percepivo che vi erano state due posizioni contrapposte ma pure chi non aveva voluto, saputo, o potuto schierarsi, per un insieme di motivi e argomentazioni (il che mi ha portato via via a pensare che la realtà non è sempre a due colori).

    Quanto agli invocati provvedimenti disciplinari da prendere con solerzia, così da chiudere il caso, se il fatto sussiste, come dovrebbe succedere in un “paese normale”, mi viene alla mente una stagione passata dove prevaleva invece una certa qual tolleranza e comprensione, e ci si limitava a parlare di ragazzi che sbagliano, pur se non ricordo le parole esatte, il che mi sembra un atteggiamento abbastanza diverso, se non opposto, dal rigore che si vorrebbe veder oggi applicato (ovvero la logica dei due pesi e due misure).

    Ancora, la bandiera simboleggia per solito l’amor patrio, ma ricordo anni in cui tale sentimento veniva fermamente osteggiato da chi lo associava al nazionalismo, cui imputava le dittature nell’Europa occidentale del primo Novecento, salvo che più d’uno di quegli oppositori pare essersi poi ricreduto scoprendo l’importanza dei valori identitari e del patriottismo, e dunque della bandiera che li rappresenta, per arrivare a dire che anche la bandiera può essere alla fine “strumentalizzata”, a seconda delle circostanze e del proprio “tornaconto” politico.

    Paolo B. 17.12.2017

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