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Opinioni e commenti
 

La politica come “medicina del corpo sociale ed economico”
Pubblicato il 22-12-2017


Lehman Brothers Put Their Artworks Up For AuctionIn gran parte del mondo occidentale la crisi dei mutui subprime americani, scoppiata nel 2007/2008, ha dato origine alla Grande Recessione, diffusasi a livello globale per via delle difficoltà cui è andato in contro il mondo bancario coinvolto. Per iniziativa dei singoli Stati, il salvataggio delle banche, a spese dei contribuenti, ha fatto emergere i problemi dell’aggravamento, per il settore pubblico, del debito sovrano e del crescente disavanzo di parte corrente del pubblica amministrazione, proprio a causa dei “pacchetti di salvataggio” in favore delle banche responsabili della crisi. Da quel momento, il debito e la crescita del disavanzo corrente sono diventati gli elementi di maggiore preoccupazione per le agende politiche dei Paesi colpiti dalla crisi.

In molti di questi Paesi, tra i quali l’Italia, i governi hanno reagito alle difficoltà economiche adottando rigorosi programmi di austerity, mentre altri hanno optato per l’adozione di provvedimenti che fungessero da stimolo all’economia. I Paesi che hanno adottato (spesso obtorto collo) la “cura” dell’austerity), l’hanno applicata al precario “stato di salute del corpo economico” con “ricette” che hanno ignorato quasi del tutto gli effetti negativi, in termini di costi, sul “corpo sociale”. A sostenere questa tesi sono due studiosi, David Stuckler e Sanjay Basu, economista specializzato in salute pubblica e docente di sociologia, il primo; epidemiologo all’Università di Stanford, il secondo.

In ”L’economia che uccide”, i due autori sostengono che il ricorso all’austerity non ha consentito di conseguire i risultati positivi sperati, in quanto di è mancato di considerare, o non si è attentamente valutato, che l’”applicazione indiscriminata di drastiche misure di austerity” non era la soluzione, ma parte del problema; ciò, perché i governi che hanno operato la scelta dell’austerity non hanno soltanto “rallentato la ripresa economica”, ma hanno anche causato “un costo elevatissimo in termini di vite umane”. I due autori sono pervenuti a questa conclusione, dopo aver preso in esame una cospicua mole di dati relativi al periodo compreso tra la Grande Depressione del 1929/1932 e la Grande Recessione iniziata nel 2007/2008, dimostrano che la causa del disagio del “corpo sociale” non è lo stato di crisi in sé del corpo dell’economia, ma la “risposta della politica, che può rivelarsi una questione di vita o di morte”.

Sulla scorta dei dati e delle informazioni raccolte, l’economista e l’epidemiologo hanno studiato l’impatto delle misure adottate dai singoli governi negli ultimi dieci anni (gli anni nell’arco dei quali si è svolto il processo della Grande Recessione) ed accertato che l’austerity non è stata solo controproducente sul piano economico, ma anche “funesta” per lo stato di salute del “corpo sociale”, per via dell’aumento dei suicidi, degli stati depressivi ed anche delle diffuse sofferenze esistenziali, per quanto non tutte statisticamente rilevabili, patite dalle popolazioni.

Poiché, secondo Stuckler e Basu, l’austerity è una scelta politica e, quindi, non obbligata, i suoi effetti negativi potevano essere evitati ricorrendo a scelte alternative possibili, come stanno a dimostrare l’esperienza recente dell’Islanda, ma anche quella, storicamente più remota, vissuta per contrastare la Grande Depressione negli Stati Uniti. Le crisi, se lette con responsabilità, rappresentano un’opportunità, che può permettere “di riorganizzare le priorità della società e orientare la barra del sistema economico verso un futuro più sano e felice”. A tal fine, però, occorre la necessaria volontà politica, attenta a tener conto dei successi e, soprattutto, dei fallimenti, al fine di rimediare alle scelte sbagliate.

Secondo gli autori, il corpo economico di un Paese non esprime solo le qualità del sistema produttivo del quale tutti i componenti di una popolazione si avvalgono, ma anche “gli effetti delle politiche economiche” attuate sul loro stato di salute. Le politiche economiche non sono gli “agenti patogeni né i virus” che causano i disagi del corpo sociale; esse, però, secondo gli autori, “sono la cause primigenie del cattivo stato di salute, ovvero i fattori sottostanti che determinano chi sarà esposto ai maggiori rischi di ammalarsi”. Sono infatti le forze economiche – essi affermano – “a determinate chi avrà più probabilità di darsi all’alcol, contrarre la tubercolosi in un ricovero per senza tetto o cadere in depressione”.

Tuttavia, anche se le politiche adottate non costituiscono le premesse dei rischi cui può essere esposto lo stato di salute dei destinatari dei loro effetti, esse però concorrono a determinare, per molti, la probabilità di non riuscire a “riprendersi da un periodo sfortunato”. E’ questo il motivo che consente agli autori, sulla scorta dei dati da loro raccolti, di affermare che anche piccole variazioni della spesa pubblica relative al corpo economico possono produrre effetti positivi sul corpo sociale, a patto che le politiche economiche siano adottate secondo gli stessi standard procedurali “applicati alle sperimentazioni cliniche”; ovvero, che esse siano basarle sui fatti e siano appropriate per proteggere la salute della popolazione durante i periodi difficili. Ogni sistema di sicurezza sociale, quale può essere l’organizzazione del welfare, può “salvare vite umane”, a condizione che le risorse delle quali il sistema di sicurezza sociale esistente dispone siano gestite correttamente; i programmi di protezione sociale, infatti, se attuati tenendo conto degli effetti causati sul corpo sociale, non mandano in disavanzo irreversibile i bilanci pubblici, ma possono, al contrario, sostenere la crescita del prodotto sociale e migliorare la salute della popolazione.

L’austerity praticata da molti Paesi durante la Grande Recessione non ha avuto successo, perché – affermano gli autori – essa non è stata giustificata, né da “numeri convincenti”, né da una “logica stringente”; essa è stata solo un’ideologia economica, nata “dalla convinzione che il libero mercato e il limitato intervento regolatore dello Stato fossero sempre da preferirsi al coinvolgimento diretto dello Stato nella cura del corpo economico: l’austerity è stata “un mito costruito ad arte”, condiviso dai politici per compiacere coloro che avevano specifici interessi a restringere il ruolo dello Stato. I politici che hanno sostenuto la validità dell’austerity per il contenimento o la riduzione del debito sovrano e del disavanzo di parte corrente dello Stato hanno di solito promesso che le sofferenze ad essa riconducibili sarebbero state di breve periodo e che avrebbero prodotto vantaggi futuri; si è trattato di una “promessa che si è rivelata falsa nel passato e nel presente”.

Secondo gli autori, all’austerity può essere opposta un’alternativa, espressa dalla “scelta democratica”, quale quella effettuata dall’Islanda all’inizio della Grande Recessione; il Paese, colpito, come molti altri, dalla crisi bancaria, era “spinto” ad adottare l’ideologia dell’austerity; l’opposizione popolare ha indotto la classe politica ad effettuare una scelta diversa: il governo islandese non ha sopperito ai debiti delle banche, e dopo aver chiesto un prestito al Fondo Monetario Internazionale ed imposto un “blocco” dei capitali, al fine di impedirne la fuga, è riuscito a non “tagliare” il welfare e a tenere stabili i consumi, rilanciando la crescita senza peggiorare lo stato di salute della popolazione.

Anche nel passato, l’austerity è stata la scelta privilegiata per curare la crisi dell’economia: in momenti ancora più difficili, come quelli vissuti al tempo della Grande Depressione, gli Stati Uniti hanno adottato programmi come il New Deal, inaugurato da Franklin Delano Roosevelt. Questa politica, non solo ha consentito di scongiurare gli effetti negativi della depressione che rischiavano di abbattesi sulla popolazione, ma ha anche consentito di dare vita, con il Social Security Act, a un esteso piano di protezione sociale, sconfiggendo quelli che venivano indicati dall’immaginario collettivo come i “cinque giganti”: il bisogno, la malattia, l’ignoranza, la miseria e l’ozio.

Se nel fronteggiare gli effetti di una crisi del corpo economico si opta per la scelta democratica, occorre – affermano Stuckler e Basu – che sia compiuta preventivamente un distinzione tra “politiche che sono sostenute dai fatti e quelle che non lo sono”; ciò impedirà consentirà di evitare che le decisioni assunte siano basate su ideologie e convinzioni prive di ogni evidenza fattuale, evitando così che i politici, di destra o di sinistra, al contrario di quanto normalmente accade, adottino delle decisioni permeate di pregiudizi e non supportate da prove concrete. A tal fine, i cittadini devono poter avere accesso a tutte le informazioni, per promuovere un ampio dibattito pubblico, al termine del quale partecipare all’assunzione delle decisioni finali, cui i politici, eletti democraticamente, dovrebbero attenersi.

Per interrompere la pratica dell’austerity, occorre quindi democratizzare i processi decisionali che sottostanno alle politiche finalizzate a contrastare le fasi negative del ciclo economico; l’esperienza dimostra – sostengono gli autori – che la “scelta democratica” è sempre stata coronata da successo; in tutti i casi in cui essa è stata assunta, l’”economia si è ripresa e la salute delle persone è migliorata”. Perché la scelta democratica sia efficace, affermano Stuckler e Basu, essa deve essere effettuata sulla base di tre principi fondamentali: non nuocere, favorire la diffusione di nuove opportunità di lavoro e investire nella salute pubblica.

Il primo principio (non nuocere) “è la regola più antica e più importante della professione medica”; affinché la democrazia sia realmente la regola posta alla base delle decisioni pubbliche, la popolazione deve essere messa nella condizione di valutare le conseguenze delle scelte politiche. Per essere certi che la salute sia realmente presa in considerazione nell’assunzione delle decisioni politiche, dovranno essere introdotti meccanismi istituzionali di controllo della sanità pubblica, il cui compito dovrà essere, non solo quello di “analizzare i programmi governativi”, ma anche quello di “spiegare ai cittadini l’effetto delle scelte politiche sulla loro salute”.

Il secondo principio (favorire la diffusione di nuove opportunità di lavoro) è nei periodi di difficoltà “la migliore medicina”. La disoccupazione e la perdita del reddito sono “tra i più importanti fattori che determinano un cattivo stato di salute delle popolazioni durante una crisi economica”. Se il corpo economico si risolleva dopo una crisi, ma la disoccupazione di una parte della forza lavoro permane insistente, non si può parlare, come affermano giustamente gli autori, di una ripresa che riguardi anche il corpo sociale. Programmi di aiuto o di assistenza dei disoccupati, che siano unicamente finalizzati a combattere l’indigenza e la povertà nei periodi di crisi, non sono quelli più convenienti dal punto di vista dello stato di salute del corpo sociale; i programmi più convenienti sono invece quelli che mirano ad offrire opportunità di lavoro autonomo, indipendentemente dal reinserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro. Questi programmi permettono, non solo di risparmiare le risorse pubbliche erogate per indennità di disoccupazione, ma anche di rinforzare la crescita del corpo economico e dello stato di salute del corpo sociale. Perché gli stimoli siano volti a conservare attiva la forza lavoro, occorre che essi siano realmente innovativi rispetto a quelli tradizionali, di solito orientati a preoccuparsi della crescita del corpo economico, trascurando, in tal modo, lo stato di salute di quello sociale

Il terzo principio (investire nella salute pubblica) assume rilievo soprattutto nei periodi di crisi del corpo economico; nel momento in cui “le persone soffrono a causa della recessione, i politici dovrebbero darsi da fare per proteggere la popolazione dai pericoli della disoccupazione e della povertà”, preoccupandosi degli effetti sul piano dello stato di salute fisica e mentale della forza lavoro che quei pericoli possono causare. Per evitare le conseguenze di tali effetti, i provvedimenti di politica economica dovrebbero essere orientati a considerare gli effettivi stati di bisogno dei soggetti, intesi come componenti del corpo sociale e non, semplicemente, quali componenti del corpo economico.

In conclusione, al fine di assicurare l’adeguatezza rispetto a “una ripresa reale e duratura” dell’economia, le misure di politica economica di solito adottate nei periodi negativi del ciclo richiedono una revisione delle procedure con cui sinora si è operato. Nei momenti di crisi, il vero fine consiste nel rilancio della crescita attraverso un funzionamento stabile del corpo economico, che non peggiori, ma possibilmente migliori, lo stato di salute del corpo sociale.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Le più grandi catastrofi nella salute pubblica sono state -e sono -generate, in ogni nazione, da scelte sciagurate di politica economica, pagate sempre dai più deboli in termini di mortalità e morbilità. In questo momento storico, sia in Europa sia oltre Atlantico, si stanno operando condotte perniciose in campo economico e sanitario, come il mancato supporto alle politiche vaccinali estese alle fasce di popolazione meno abbienti, e quindi meno protette. Starà alla nostra coerenza politica e lungimiranza evitare il giogo delle logiche del profitto ad ogni costo nelle future opzioni di politica sanitaria nel nostro paese.

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