martedì, 20 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Italia dei «casi unici» che non piace a Bruxelles
Il Mattino
Ugo Intini
Pubblicato il 27-12-2017


di Ugo Intini

A ogni scacco subito in sede europea, si scatenano le invettive contro Bruxelles. Ciò è avvenuto recentemente per fatti episodici, come la perdita dell’agenzia del farmaco a Milano e la mancata nomina di Padoan a commissario europeo. E avviene da anni per il continuo veto di Bruxelles a politiche di bilancio più elastiche in Italia. Si protesta contro i “burocrati europei”, dimenticando che essi null’altro fanno che eseguire le decisioni prese dai rappresentanti politici: anche di quelli italiani. Forse sarebbe utile mettersi per un momento nei panni di chi ci osserva e riconoscere che, pur essendo un grande Paese europeo e occidentale, soffriamo di una impressionante serie di casi unici per gli standard dell’Europa e dell’Occidente. Vogliamo elencarli in modo fotografico e crudo?
Cominciamo dei casi unici che, visti da Berlino o Parigi, appaiono pericolosi per la stabilità e credibilità della democrazia.
Non c’è da noi concordia nazionale neppure sulle regole del gioco, che ovunque hanno una immutabilità pluridecennale o addirittura plurisecolare. Negli ultimi 25 anni, abbiamo infatti prodotto quattro leggi elettorali diverse. Una è stata dichiarata incostituzionale dalla suprema corte. Tutte, a torto o a ragione, sono state e sono condannate dagli oppositori come strumento creato furbescamente dalla maggioranza di turno per vincere fraudolentemente le elezioni.
Il partito che ha una larga maggioranza assoluta alla Camera e che pertanto governa ha avuto il voto di meno di un italiano su cinque: fare i conti (anche degli astenuti) per credere. Ciò significa nove milioni di voti in meno rispetto a quelli ottenuti dal quadripartito della prima Repubblica nelle elezioni del 1992, ovvero alla vigilia del crollo.

Le forze sospettate in Europa di essere anti sistema (come la Le Pen) sfiorano nei sondaggi il 50 per cento (M5,più Salvini e gli ex fascisti della Meloni). Un ex presidente del Consiglio ( e un capo dell’opposizione) non può candidarsi alle elezioni e ha pertanto chiesto l’intervento della Corte di giustizia europea. Un comico diventato leader politico otterrà secondi i sondaggi quasi un terzo dei voti, guidando un movimento che non è dato sapere cosa voglia, né con quali garanzie di trasparenza decida cosa vuole, né soprattutto se sia favorevole o contrario all’Euro. Il potere giudiziario da una parte, quello legislativo ed esecutivo dall’altra (ovvero la magistratura e la politica) sono in clamoroso conflitto da almeno un quarto di secolo. La giustizia (e cioè una funzione essenziale e primario della Stato) è considerata inaffidabile. Gli investitori esteri pertanto vengono disincentivati (vedi per ultimo il caso ILVA) dal timore che in Italia manchi, come nel terzo mondo, la certezza del diritto. In aree intere del Paese il controllo dello Stato è messo in forse dal radicamento del crimine organizzato.

Dai casi unici che riguardano la tenuta delle istituzioni, si passa (in parte come conseguenza) a quelli che riguardano la tenuta dell’economia. Il Paese ha un debito pubblico pari al 132% del prodotto nazionale lordo, che nonostante le promesse non scende. Anzi, continua a salire, pur in presenza di circostanze fortunate e irrimediabilmente destinate a finire: tassi di interesse a zero, denaro a palate dalla Banca centrale europea, prezzo del petrolio ai minimi storici. Mentre la stabilità delle banche preoccupa, la massima autorità di garanzia, la Banca d’Italia, è messa sotto accusa dal partito di governo come da gran parte dell’opposizione ( M5 e Lega). Abbiamo un’evasione fiscale da Paese sudamericano anziché europeo: almeno 120 miliardi all’anno. Cui si aggiunge una evasione contributiva enorme: per gli inadeguati accertamenti e addirittura per l’incapacità da parte dell’INPS a recuperare i crediti accertati ma non riscossi, che nel 2016 ammontavano addirittura a 104 miliardi.

Ci sono poi le cause strutturali, ancora più gravi e di fondo, che contribuiscono alla crisi e che non vengono neppure scalfite (anzi, non interessano il dibattito politico). Siamo tra i Paesi più vecchi del mondo (e la vecchiaia non è mai stata un motore per lo sviluppo). I giovani sono pochi, ma sono anche i meno istruiti tra quelli dei Paesi avanzati perché, quanto a percentuale di laureati, ci troviamo al 33º e ultimo posto tra le Nazioni dell’OCSE. E anche a diplomati non stiamo bene: sul totale degli occupati ce ne sono infatti il 16 per cento contro il 33 per cento della media europea. Tutto ciò non è estraneo alla causa principale del nostro insufficiente sviluppo. La indica spietatamente nel suo ultimo libro l’economista Bini Smaghi: “è la produttività, stupido”. La nostra produttività pro capite è inferiore a quella di vent’anni fa (nonostante i progressi della tecnologia). Mentre tale produttività, dal 2011 a oggi, cresceva ogni anno in Europa dello 0,4 per cento e negli Stati Uniti dello 0,5, in Italia scendeva (sempre ogni anno) dello 0,3 per cento.

Quasi tutti i leader politici dicono che per farsi valere bisogna battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, ma i nostri partner europei pensano piuttosto che i pugni si debbano battere in Italia, per cancellare i casi unici sopra elencati. E quanto ai pugni battuti a Bruxelles, non mancano i sarcasmi. È rimasta famosa la vicenda dell’ambasciatore italiano presso l’UE (ritenuto troppo diplomatico) clamorosamente sostituito da un politico (Carlo Calenda) per sottolineare che si cambiava registro. Anche questo è stato un caso unico, dal momento che mai, in Europa, si è usato nominare ambasciatori non di carriera. E mai lo si è fatto, dall’immediato dopoguerra in poi, neppure in Italia (l’unico caso che si ricorda è quello del futuro presidente della Repubblica Saragat, ambasciatore a Parigi nel 1945-46). Si è suscitato grande clamore e polemiche, ma poi Calenda è rimasto a Bruxelles meno di due mesi.

Alla fragilità italiana contribuisce il proliferare di sortite propagandistiche che durano poco, ma possono lasciare il segno. Un esempio è il recente referendum lombardo veneto. Siamo rimasti colpiti dal voltafaccia della Spagna, che ha votato per Amsterdam anziché per Milano ed è stata decisiva pertanto nel farci perdere l’agenzia del farmaco. Tra la Spagna e l’Italia ha sempre funzionato la “solidarietà mediterranea”. Sempre abbiamo votato insieme e sostenuto le stesse tesi. Come stato possibile? La Germania propendeva per Amsterdam e probabilmente il legame del primo ministro Rajoy con la cancelliera Merkel è stato determinante. Ma a Madrid si lascia filtrare che, almeno psicologicamente, ha influito anche la concomitanza tra la decisione su Milano, la crisi catalana e il referendum lombardo. Nei giorni cruciali, il governatore della Lombardia Maroni sosteneva infatti nella sua campagna referendaria non la secessione del Nord, ma certo argomenti simili a quelli della Catalogna. L’origine del suo partito è separatista. La parte dei media che si era scatenata a sostegno del referendum lombardo ha appoggiato con entusiasmo anche la Giunta di Barcellona contro lo Stato centrale. E infatti ha avuto grande spazio sulla stampa separatista catalana. Il governo spagnolo era in quel momento ferito e furioso come un toro nell’arena. Nella retorica lombarda contro Roma, ha creduto di vedere l’ombra del drappo rosso agitato da Barcellona contro Madrid. E questa spinta di pancia (insieme a quella di cervello a favore della Merkel) ha contribuito a fargli incornare Milano. O almeno a giustificare l’inusitato voto contro l’Italia.

Ugo Intini

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