martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Messico, Stati Uniti, Cina
e il ruolo dei Paesi “emergenti”
Pubblicato il 29-12-2017


bricsOspitando di recente il vertice dei cosiddetti Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la Cina ha esteso l’invito anche a Paesi da essa ritenuti “mercati emergenti”, ovvero Egitto, Messico, Guinea, Tailandia e Tajikistan. Xi Jinping, presidente di turno della riunione dei BRICS dal gennaio 2017, è convinto che il ruolo dei Paesi “emergenti” sia fondamentale per la ripresa dell’economia mondiale e, conseguentemente, delle esportazioni del grande Paese asiatico.

La Cina ha approfittato della riunione dei BRICS per cogliere tutti gli aspetti positivi della rilevanza economica che, in prospettiva, i Paesi invitati possono presentare dal punto di vista della sua strategia geopolitica globale, volta a favorire e a proteggere i propri interessi economici nel mondo; tra i “new comers”, nell’agenda geoeconomica e politica della Cina, il Messico assume una rilevanza particolare, non solo per il potenziale protagonismo che potrà svolgere in tutta l’America Centrale, ma anche, e soprattutto, per via della rilevanza strategica, sempre a fini economici, che esso riveste, per la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, competitori cinesi a livello globale.

Se valutato da lontano e in modo molto distaccato (come, ad esempio, potrebbe capitare ad un osservatore europeo), l’interesse della Cina per il Messico potrebbe sembrare solo meritevole di attenzione per l’approfondimento del come sta andando il mondo dell’economia globalizzata, la cui stabilità alla Cina sta a cuore, al fine di potenziare i mercati di sbocco internazionali alle sue esportazioni. Sennonché, la vicinanza geografica del Messico agli Stati Uniti e l’interesse, anche pacifico, nutrito per esso dalla Cina, sono tali da indurre il mondo a non dormire “sonni tranquilli”, soprattutto in considerazione delle promesse elettorali assunte da Trump; promesse che, se saranno “onorate”, avranno come destinatari, da un lato, i messicani, per ragioni identitarie rivendicate dal ceppo dominante germanico-anglosassone della popolazione statunitense, e, dall’altro lato, il Messico, in quanto membro del Trattato Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA), stipulato nel 1992 tra i Capi di Stato degli Stati Uniti, del Messico e del Canada; trattato, questo, che Trump vorrebbe rinegoziare, se non annullare del tutto.

La percezione della minaccia identitaria da parte della popolazione USA deriva dal fatto che essa è costituita per il 17% da soggetti censiti come “ispanici” e che i messicani con cittadinanza americana sono, sul piano nazionale, più dell’11%; ciò che più conta è che gli “ispanici”, per lo più costituiti da messicani, sono concentrati negli Stati contigui alla frontiera messicana, mentre i due terzi dei messicani americanizzati risiedono negli Stati del Texas e della California, dove superano il 30% della popolazione. Se la tendenza all’”ispanizzazione” del Sud-Ovest degli USA dovesse continuare, sarà inevitabile la formazione di una comunità potenzialmente secessionista, aspirante – afferma l’”Editoriale” di Limes n. 8/2017 – “all’indipendenza o al rango di polo settentrionale di un Grande Messico”; da ciò potrebbe derivare, pur senza minarne lo “statuto territoriale”, la “trasfigurazione” della nazione statunitense in “Stato binazionale”, e potenzialmente essere causa di una seconda guerra civile, che determinerebbe il crollo del ruolo imperiale dell’ora potente Stato nordamericano.

La crisi identitaria trasferita sul piano economico diventa fonte di ragionamenti più sottili. Gli Stati Uniti Messicani si estendono per quasi due milioni di chilometri quadrati, con circa 130 milioni di abitanti, associati al G20 (cioè al gruppo dei Paesi più industrializzati del mondo, che producono oltre l’80% del PIL mondiale), classificati all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale della produzione del PIL espresso in termini di potere d’acquisto; essi, pur non essendo dotati di una grande forza militare, potrebbero trasformarsi in un’”insidia” ai danni del “potente vicino”. Ciò accadrebbe se il Messico si offrisse come “piattaforma di una superpotenza asiatica”, che intendesse portare la sfida agli USA oltre il campo strettamente economico. Questo scenario è per ora del tutto improbabile; ma il timore di Washington è che il Messico potrebbe trasformandosi in “vettore di una grande rivoluzione demografica capace di corrodere fatalmente la costituzione culturale e geopolitica degli Stati Uniti d’America”, attraverso l’aumento dell’incidenza sulla popolazione americana del ceppo “ispanico”.

La percezione del pericolo dello stravolgimento identitatrio, da parte del gruppo dominante delle popolazione americana (costituito dai cosiddetti “WAPS”, acronimo che sta per “bianchi-anglosassoni-protestanti”), è corroborata e resa ancora più preoccupante dalla storia del Messico, in quanto erede di una parte considerevole del territorio che, dal 1535 al 1821, ha rappresentato l’attore geopolitico della Nuova Spagna. Nella prima metà del XIX secolo, gran parte del territorio messicano è stato inglobata, “manu militari”, dagli Stati Uniti d’America, dando origine ad una dolorosa memoria che “è penetrata nella coscienza dei messicani”, sino a trasformarsi in un diffuso irredentismo che “serpeggia sia nella diaspora messicana che nella madrepatria”.

Questo irredentismo, stimolato anche dal pensiero di chi da tempo, seguendo le idee di Samuel Huntington, l’autore di “Lo scontro delle civiltà”, non cessa di denunciare la pericolosità dell’immigrazione messicana, in quanto causa dell’aumento della probabilità che le tensioni demografiche, concentratesi lungo il confine meridionale degli USA, tendano ad esplodere in conflitto aperto, i cui effetti negativi non tarderebbero ad assumere una dimensione globale sul piano economico, ma anche su quello politico.

Le difficoltà economiche in cui versa attualmente il Paese favoriscono l’aumento del clima di sfiducia che Città del Messico ha accumulato nei confronti del potente vicino, per via, non solo dell’impegno pre-elettorale assunto da Donald Trump di costruire una barriera anti-immigrazione da costa a costa sul Rio Grande (il fiume che segna il confine meridionale degli USA), ma anche di voler rinegoziare il Trattato di Libero Scambio, che lega l’economia messicana alle economie statunitense e canadese.

Gioverebbe realmente agli USA completare la costruzione del muro e rinegoziare il NAFTA? Per molti osservatori e studiosi delle relazioni internazionali, non è da escludere che Trump, considerata la posizione geopolitica del Messico, sia indotto ad affievolire gli impegni assunti durante la campagna elettorale; secondo l’”Editoriale” di Limes, non fosse che per un motivo di natura geopolitica, gli Stati Uniti non possono permettersi di confinare con un vicino in crisi economica.

Al riguardo si osserva che, negando il necessario sostegno all’economia messicana per il superamento della crisi che lo affligge, gli USA dovrebbero accettare l’esistenza di un “buco nero” alla propria frontiera del Sud, che potrebbe rendere conveniente per il Messico aprirsi verso un rivale strategico come la Cina. Le difficoltà dell’economia messicana e la debolezza delle istituzioni di Città del Messico non possono che costringere Washington a supportare l’economia in crisi e ad aiutare le istituzioni per affievolirne l’interesse ad approfondire le relazioni con rivali strategici. Conseguentemente, all’amministrazione Trump resterebbe il gravoso compito di valutare se agli Stati Uniti d’America convenga completare la costruzione del muro di sbarramento sul Rio Grande; secondo Germano Dottori (“Il muro della discordia”, in Limes n. 8/2017), sondaggi demoscopici recenti attestano “come il consenso al completamento del muro non sia più maggioritario negli Stati Uniti”, in quanto favorevole alla realizzazione del tratto mancante della barriera sarebbe ora il 37% degli elettori, contro il 56% che invece vi si oppone.

Ugualmente problematica sarebbe per Trump la decisione di rinegoziare il NAFTA; gli “interessi confliggenti – afferma Fabrizio Maronita (“Rinegoziare il NAFTA? Buona fortuna, Mr Trump”, Limes n. 8/2017) – degli attori economici statunitensi, prima ancora che dei governi [degli Stati coinvolti] rendono difficile alla Casa Bianca enucleare obiettivi negoziali chiari e universalmente accettati”. Inoltre, un possibile ritiro unilaterale dal NAFTA sarebbe molto oneroso per l’economia americana; un recente studio ha calcolato “in 5 milioni di posti di lavoro statunitensi che dipendono in un modo o nell’altro dal commercio con il Messico, un buon numero dei quali sarebbe messo a repentaglio dal ripristino delle barriere doganali e dalle eventuali ritorsioni che un partner commerciale ‘tradito’ potrebbe infliggere”. Quanto tutto ciò sia poco probabile possa accadere, basta considerare che il 60% delle merci canadesi e messicane importate dagli Stati Uniti sono beni intermedi che alimentano la manifattura statunitense.

Inoltre, con la rinegozziazione del NAFTA, o col ritiro unilaterale da esso degli USA, verrebbero colpite aree economiche elettoralmente strategiche per Trump, quali quelle dell’Idaho, dello Iowa e del Nebraska; ma l’area più colpita sarebbe quella del Texas, la cui economia dipende in larga parte dagli idrocarburi, con un export verso il Mexico pari al 6% del PIL, ben maggiore della media nazionale dell’1,3%.

Nell’ipotesi in cui Trump tenesse fede agli impegni assunti in sede pre-elettorale, l’America sarebbe esposta al rischio di un iter negoziale lungo e difficile, destinato a durare “mesi, se non anni”. Alla fine però spetterebbe agli organi legislativi l’approvazione dei risultati dei negoziati; questi organi sarebbero chiamati ad operare sotto la spada di Damocle rappresentata dall’influenza che la rinegoziazione (o denuncia unilaterale) del NAFTA avrebbe sull’elettorato in collegi che coincidono con le circoscrizioni elettorali favorevoli a Trump; è quindi probabile che questi, al fine di non logorarsi il favore delle circoscrizioni che hanno concorso alla sua elezione a presidente, sia indotto ad essere più cauto in materia di revisione (o di denuncia unilaterale) del NAFTA.

Resta, tuttavia, il problema del possibile approfondimento dei rapporti tra il Massico e la Cina; per tutte le ragioni esposte riguardo all’importanza geopolitica che il Messico riveste per gli USA, le possibili relazioni future tra Pechino e Città del Messico, secondo Niccolò Locatelli (”Messico-Cina, ovvero quando l’alleato strategico è un rivale”, in Limes, n. 8/2017), rientrano “in un triangolo che comprende Washington”; ciò perché il Messico è ora in una situazione di debolezza nei confronti, sia della Cina che degli USA. Di conseguenza, se il Messico volesse “trarre qualche beneficio dal ‘partner strategico’ asiatico, spendibile nei confronti degli USA, deve consolidare il proprio sistema Paese”. La possibilità del consolidamento del proprio sistema sul piano economico costituisce il “tallone di Achille” di Città del Messico; i responsabili del governo messicano si troveranno a dover fare i conti col fatto che gran parte dei vantaggi attesi dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994, sono stati ridimensionati con l’ammissione della Cina nel 2001 all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

La riduzione o la eliminazione delle barriere tariffarie sui prodotti cinesi, conseguenti all’ammissione del “gigante asiatico” al WTO, ha comportato che la Cina, in capo a pochi anni, superasse il Messico nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, trasformandosi così da possibile “alleato strategico” di Città del Messico, in pericoloso “competitore economico”, proprio rispetto al mercato statunitense verso il quale attualmente sono dirette oltre l’80% delle esportazioni messicane. Pertanto, l’impatto dell’ammissione della Cina al WTO si è trasformato in un evento devastante, rispetto al proposito perseguito dal Messico di potenziare il proprio sistema Paese, al fine di attenuare la propria dipendenza dal “potente vicino”.

Così stando le cose, quali prospettive si offrono al Messico per supportare la propria crescita e il proprio sviluppo in condizioni di sufficiente autonomia dai pesanti vincoli esterni? Certamente, l’invito da parte della Cina, suo più diretto “rivale economico”, a partecipare alla riunione dei BRICS non servirà allo scopo; perciò, sembra che al Messico non resti che “sfruttare”, come viene detto nell’”Editoriale” di Limes, la sua “prossimità agli Stati Uniti”. La vicinanza alla superpotenza americana, pur letta spesso in negativo, per via dello scambio ineguale esistente tra i due sistemi in ogni ambito, consente al Paese di capitalizzare il “vettore di potenza” espresso dalla diaspora negli Stati Uniti delle comunità di emigrati messicani; utili questi, non solo per le rimesse, ma anche e soprattutto, per indurre gli “States” a convincersi che è nel loro interesse avere a cuore le sorti e le aspirazioni del vicino più debole, riservandogli un trattamento di riguardo in tutti sensi. Ciò, nel convincimento che oltre il Rio Grande non c’è solo un partner del Trattato di Libero Scambio, ma anche un “potenziale rivale”. Certo, non in grado di piegarli, ma di poter “contribuire a minarne identità e vocazione imperiale”.

Povero Messico: per sopravvivere e gestire il proprio futuro in condizioni di autonomia, sarebbe costretto a intessere rapporti con il suo confinante settentrionale, attraverso un sottile e difficile gioco di prestigio politico; nell’interesse della pace globale non c’è che da augurargli di avere fortuna e che riesca ad evitare i possibili sbagli nella delicata azione politica che sembra rappresentare l’unica opzione disponibile per evitare il peggioramento delle sue attuali condizioni.

Gianfranco Sabattini

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