mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Migranti, questi sconosciuti. Il progetto Methods
Pubblicato il 18-12-2017


Migranti questi sconosciuti
seconda parte
di Eleonora Persico

(JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images)

(JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images)

Presso la località marittima di Ventimiglia, situata al confine con la vicina Francia, sul Mar Ligure, assistiamo ad un continuo transito di migranti, respinti dalla frontiera francese. L’intenso passaggio è visibile principalmente lungo i valichi di frontiera, sui ponti, lungo le strade costiere, nei sentieri interni, nelle prossimità dei siti di accoglienza, e nel paese, piazze, viali, attraversamenti, stazione. Dappertutto praticamente. Per lo più sono ragazzi giovani, qualcuno probabilmente minorenne, provengono da Mali, Congo, Nigeria, Siria …e non conoscono molte delle realtà del nostro mondo.
La maggior parte di loro, ad esempio, non ha mai visto un semaforo, né sa come funziona un binario o un passaggio al livello, non sa cosa sono le autostrade, né appare consapevole dei pericoli che derivano da un loro attraversamento incauto, per cui succede che ogni tanto qualcuno viene investito da auto o treno nel tentativo di oltrepassare la frontiera via asfalto.
Molti di loro cadono nelle mani dei cosiddetti “passeur”, cioè trafficanti di uomini che approfittandosi del desiderio di superamento della frontiera e delle scarse conoscenze dei migranti, propongono loro “viaggi della morte”.
Nasce così la duplice visione di migrante e di essere umano, la cui vita deve essere non solo tutelata dagli approfittatori, anche salvata dai pericoli, come se ci trovassimo di fronte ad un’adultità infantile.
Accogliere questi ragazzi e tutelare la loro esistenza, oltre a una propensione dell’animo umano, è proprio un dovere sociale, perché significa combattere la povertà e la disperazione che condurrebbero un’intera generazione verso una sicura devianza. A Ventimiglia non assistiamo a reati dovuti alla propria sussistenza, e questo rappresenta già un buon motivo per dare la giusta accoglienza a chi arriva, in gran parte privo di tutto, dal vestiario alle scarpe. Quando ci sono bambini, poi, in condizioni di gravi carenze igienico – sanitarie, il dovere diventa un obbligo morale e civile.
Questo fenomeno migratorio, per la sua stessa natura, è destinato a durare e ad evolversi. Speriamo di poterlo accompagnare da sempre maggiori regolamentazioni e semplificazioni, che possano condurlo, alla fine, nella normalità delle cose.

Migranti… non solo numeri!
Torniamo proprio a Ventimiglia. Girando per il paese la percezione della paura da parte della popolazione, rispetto alla presenza dei migranti, non emerge.
– E’ vero! conferma il Dirigente.
C’è una convivenza pacifica che ci lascia quasi commossi direi. Questa serenità è molto garantita dalla vostra presenza sul territorio, perché noi abbiamo visto un gran numero di macchine e vostri mezzi operativi andare avanti e indietro per la città, forse c’è un trucco in questo? Questa presenza dà effettivamente una certa sicurezza agli abitanti, garantisce una tranquillità… tanto c’è la Polizia… cioè si sente che ci siete! Allora, come fate a garantire questo servizio se siete così pochi uomini?
Proviamo anche a capire che se c’è un trucco, vediamo se possiamo consigliarlo a qualcuno dei nostri lettori, se può essere utile in situazioni altrettanto critiche, come nelle grandi città per esempio. In che modo organizzate i servizi?

Intanto i numeri che le ho snocciolato prima riguardano solo la Polizia di Frontiera. Ovviamente a Ventimiglia c’è anche un Commissariato, che è un ufficio territoriale che in ogni caso ha una presenza massiccia di forze. Tornando a noi che siamo l’ufficio di Specialità, siamo in grado di mettere sul campo per ogni turno, cinque per cinque barra sei pattuglie, quindi considerando che sono cinque turni, parliamo di trenta pattuglie di media al giorno che vengono impiegate dalla Polizia di Frontiera, oltre a tutte le attività che abbiamo con la Polizia Giudiziaria che opera in borghese.
Non abbiamo una ricetta da poter essere somministrata a tutti, nel senso che non c’è uno standard di operatività. Quello che le posso dire è che ogni pattuglia ha una zona da controllare e questo fa sì che in qualsiasi momento si presenti una necessità, l’intervento è tempestivo.
Però da una parte c’è anche un aspetto che riguarda la società civile di Ventimiglia che è secondo me ormai abituata a questa presenza e dall’altra dobbiamo anche dire che le etnie presenti sono tutto sommato rappresentate da persone che hanno commesso pochi reati in questo momento, per fortuna, quindi non ci sono stati episodi particolarmente aggressivi da parte dei migranti. Evidentemente chi viene a Ventimiglia lo fa con la consapevolezza che potrebbe attraversare il confine per andare altrove. Non è gente che viene qui pensando di rimanervi e che quindi, mi passi questo termine, si radicalizza sul territorio tentando di compiere reati. Anche perché la presenza del Campo Roia, che mi sembra abbiate visitato, offre comunque ai migranti un pasto caldo, un posto dove dormire e probabilmente la necessità di commettere quei reati cosiddetti predatori, per potersi garantire un minimo di sopravvivenza, non c’è e quindi anche l’istituzione del Centro di accoglienza ha garantito questa situazione chiamiamola di pax sulla città.
Quindi c’è un contenitore che soddisfa i bisogni fondamentali e dà una garanzia di tranquillità?
Diciamo che soddisfa è una parola un po’ grossa, direi che cerca di tamponare, perché i flussi migratori sono tali e tanti che ovviamente non possono essere tutti quanti accontentati. Quello che emerge è che il tentativo di attraversare il confine non a tutti riesce. Ci sono persone che provano più volte, abbiamo avuto anche dei record di gente che è stata fermata dalla Francia sette, otto volte in un mese. C’è accanimento. Parliamo di persone che hanno attraversato il deserto, il mare, e non si fermano di fronte a un confine che hanno a vista. Paradossalmente quando arrivano qua è troppo tardi per tornare indietro. Vedendo il confine infatti sono ancora più motivati nel tentare di attraversarlo.
In questa fase ci sono anche dei rischi per ragazzi inesperti, che non conoscono determinate realtà del nostro mondo e dovete proteggere. Viene fuori un po’ la visione del migrante anche come vittima da tutelare in qualche modo?
Di fatto noi li tuteliamo. Come dicevo prima il contrasto al traffico e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si rivelano anche forme di tutela. Queste organizzazioni criminali, che sono state attenzionate e per alcuni aspetti anche fermate, speculano dietro la disperazione di queste persone, per trarne profitto, illudendole di fare attraversare loro il confine, con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
Da ultimo abbiamo sgominato un’organizzazione, seppur non tanto complessa ma molto crudele, che nascondeva migranti all’interno di vani tecnici dei treni diretti in Francia, con la consapevolezza che questi potessero morire folgorati, perché erano vani di apparecchiature elettriche del treno e chiaramente quando il treno entrava in funzione bastava toccare un filo e si rimaneva folgorati. Abbiamo avuto diversi episodi di migranti che sono rimasti folgorati, quindi morti all’interno di questi vani, ma, nonostante ciò, questi criminali continuavano a nasconderli lì dentro. Abbiamo fatto una serie di attività info-investigative, abbiamo scoperto i soggetti e li abbiamo arrestati. Ovviamente non pretendiamo di aver interrotto il fenomeno, perché altri potrebbero riprendere questo esempio, però intanto siamo riusciti a fermare questi criminali.

Avete fatto un bel lavoro!
Grazie! Siamo molto soddisfatti di questo perché abbiamo salvato delle vite umane, che erano quasi certamente destinate a morire folgorate dentro quei vani tecnici.
Dott. Luzi, torniamo a lei. Durante il corso rispetto ai migranti e alle situazioni che si verificano, avrete una rosa di casi dalla natura più varia, sia per etnia, sia per contesti familiari, vissuti personali, ecc. Chissà quanti ne sono emersi!
Ci potremmo fare un libro. Ci stavamo pensando, anzi un videolibro. Di storie ce ne sono state tantissime che rappresentano contesti umanitari, ma anche situazioni vere e proprie di polizia, conflitti a fuoco, inseguimenti. Nello Psicodramma si lavora in gruppo. C’è una storia che viene raccontata e poi gli altri del gruppo la condividono riportando esperienze simili, rievocate dal racconto del protagonista. Quindi analizzando varie situazioni, anche drammatiche, si arriva a studiare ed elaborare contesti operativi di polizia dove entrano in gioco, sia le competenze tecnico-operative, sia le reazioni psico-emotive connesse.
Ci sono stati racconti, vicende, anche su minori, soprattutto raccontate da operatrici di polizia, dove i vissuti personali, di cui parlava prima il dott. Santacroce, riemergevano prepotentemente, rievocati attraverso la visione di migranti che si trovavano in difficoltà, madri e figli in condizioni corporee veramente pietose. L’operatrice si poneva dei problemi di coscienza, pur portando avanti l’operazione senza esitazioni, sul togliere o meno il bambino alla madre. In Italia se un genitore tenesse un proprio figlio in quelle condizioni gli verrebbe tolta immediatamente la patria podestà.
Quindi il coinvolgimento emotivo gioca un ruolo importantissimo sia in negativo che in positivo, anche nelle attività di polizia. Sono stata raccontate storie di sparatorie, di conflitti a fuoco, fortemente cruenti ed emozionanti, dove non sempre gli operatori di frontiera si sentivano riconosciuti nella propria dimensione emotiva. L’attenzione era orientata più sull’aver fatto bene le cose nel rispetto del regolamento. La dimensione emotiva veniva poco riconosciuta. L’esigenza era talmente forte che queste esperienze sono state riportate nel gruppo attraverso lo “sharing”, cioè la fase della condivisione.
Dott. Santacroce, gli effetti di questa formazione li avete visti? Ha dato subito dei risultati? Quali sono stati i cambiamenti?
Dei cambiamenti mi sono reso subito conto. Il mio personale ha compreso come approcciarsi ai migranti, cercando di capire quali sono le loro ragioni; ha molto limitato la parola aggressività. Con una formazione del genere ha imparato ad utilizzare lo strumento psicologico, che è quello che gli volevamo dare e gli abbiamo dato in qualche modo. Ovviamente spero che il dott. Luzi ci onori della sua presenza anche in futuro perché abbiamo intrapreso un percorso ed è meglio che continuiamo su questo tracciato per non vanificare quello che abbiamo fatto finora, affinché la formazione psicologica venga incrementata, aggiornata, anche sulla base di nuove tecniche che il Centro sicuramente sperimenterà, non solo per la Polizia di Ventimiglia ma, mi auguro, allargandosi ad altre realtà.
Speriamo di estendere sul territorio nazionale il Progetto Methods. – aggiunge lo Psicologo del Centro Psicotecnico della Polizia di Stato.
Cos’è Methods, ce lo vuole spiegare, dott. Luzi?
Methods è un progetto pratico, orientato proprio sul metodo, sulla praticità, sulla concretezza, sulla rappresentazione. Si interviene direttamente nel contesto critico, e Ventimiglia è un luogo critico, e si lavora con le persone. Si coinvolgono attivamente gli operatori che, riportando esperienze personali e professionali, imparano a riconoscere e ad usare strumenti psichici interiori. Tant’è che Methods è rappresentato da un’icona in cui poliziotti vengono contenuti da un gruppo di mani che li avvolge.
Methods è questo. Un gruppo che contiene e che sperimenta le vicende di polizia che vengono raccontate.
Methods, affronta in modo principale la gestione delle emozioni nelle attività di polizia. Mentre in passato le emozioni venivano vissute nelle attività operative come elementi di interferenza, elementi che potevano impedire il raggiungimento degli obiettivi, oggi si è capito molto bene che per poter raggiungere risultati di alto livello, non è possibile non fare i conti con questi aspetti emotivi, che vanno a canalizzare l’attività operativa, e quindi in questo caso la relazione con l’immigrato.
L’uso attento, attivo, volontario e consapevole delle emozioni che emergono e intervengono nell’interazione con l’immigrato, che deve essere accolto e diretto verso indirizzi di tipo istituzionale, permette all’operatore di ridurre notevolmente il rischio di resistenze, di reazioni, di elementi aggressivi, facendo sentire il migrante accolto da un Paese che sa dosare un’azione sicura, autorevole e di Polizia, senza venir meno alle proprie capacità di accoglienza e di rispetto nei confronti della persona. Quindi il salto di livello di questo progetto è proprio questo: gli Operatori di Polizia non scappano dalle proprie emozioni, ma imparano a fare i conti con esse. Vivendo aspetti drammatici dei vissuti degli immigrati non rimangono preda delle emozioni che vengono proiettate loro addosso da storie che sono costretti per motivi di lavoro a vivere e ad affrontare, ne prendono anzi consapevolezza e imparano ad usarle, ad attuare il cosiddetto “controtransfert” direbbe uno psicanalista, a utilizzarle per raggiungere gli obiettivi istituzionali. Solo in questo modo si raggiungono grandi finalità e di alto livello.
Quindi potremmo dire che la Polizia aggiunge un’arma in più a quella che è già in suo possesso, che è proprio l’utilizzo della psicologia?
Non solo utilizza un’arma in più, utilizza armi in più, tante armi quanto l’operatore con la sua soggettività può proporre attraverso la presa di coscienza delle proprie capacità, non solo cognitive, a livello di tecniche operative, soprattutto emotive, che vanno in parallelo con le attività operative stesse, legate alle attività cognitive.
Quindi Dott. Luzi, questo contributo permette alla Polizia di appropriarsi ancor di più della sua funzione di prevenzione?
Certo, perché noi dovremmo con la prevenzione riuscire ad affrontare tutti i fenomeni e prevenirne gli effetti. È come quando si fa prevenzione in ambito clinico. Il massimo risultato, utopistico ovviamente, è quello di riuscire a non fare sviluppare mai delle patologie, attraverso un’attività preventiva. Questo è il grande fine, perché significa che avremmo messo a punto dei programmi di intervento che servano alle persone affinché non si ammalino, o non sviluppino dei disagi.
Attraverso questo tipo di intervento, queste nuove tecniche, vi è anche una ricaduta sul benessere della salute dell’operatore di Polizia?
È fondamentale! Il benessere è già un obiettivo che previene il disagio. Un operatore in servizio che sta bene si ammala di meno, o prova disagio meno rispetto ad uno che va in servizio in condizioni precarie.
È la base! Un operatore deve lavorare il più possibile in pieno benessere, soprattutto quando affronta delle vicende drammatiche, così come abbiamo visto negli psicodrammi effettuati durante il Corso di formazione che abbiamo tenuto qui a Ventimiglia in base al Progetto Methods. L’operatore lavora bene, se lui stesso sta bene ed è presente in ciò che sta accadendo, cioè presente psico-emotivamente.
Da quello che ho visto – interviene il Dott. Santacroce – è stato importante anche il fatto di stare insieme. Non è una formazione individuale. E’ una formazione di gruppo, per il gruppo. Ha permesso di trasmettere le proprie emozioni e anche le proprie esperienze, che spesso risultano difficili da raccontare o raccontarsi, di esprimere la propria visione delle cose, e secondo me, dandosi anche dei suggerimenti reciproci. Da quello che ho potuto vedere c’è stato un interscambio di opinioni che ha formato poliziotti tra poliziotti, che anche questo è un utilizzo della psicologia se vogliamo, a livello orizzontale, quindi non trasmessa dal docente. Sono state tramandate delle esperienze come probabilmente non si era mai fatto.
Tra un po’ allora ci ritroveremo tutti quanti intorno a un fuoco a narrare, a raccontarci?
Vede, la freneticità dell’attività che svolgiamo, tornando alla sua domanda sul fenomeno migratorio, non ci consente sempre di dedicare momenti volti a questo particolare tipo di formazione del personale. Questi momenti di formazione sono per me invece indispensabili. Non possiamo dare questi incarichi senza aver prima formato. Noi glielo dobbiamo ai nostri uomini e alle nostre donne. Non possiamo egoisticamente pretendere che vadano a fare bene il loro lavoro con una formazione solo di base. La formazione psicologica fa parte, per quanto mi riguarda, insieme ad altre materie fondamentali, del bagaglio culturale dell’Operatore di Polizia.
Quindi un operatore di polizia a 360°?
È quello che ci richiede la società civile in questo momento. Ci viene chiesto che sia un conoscitore delle norme giuridiche, come è giusto che sia, un esperto di tecniche operative, un esperto nell’uso delle armi, ma deve essere anche un esperto nell’utilizzo dell’intelligenza emotiva affinché la possa utilizzare al meglio.

Fine seconda parte

Puntata precedenti
Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia

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  1. “Bastardi islamici”, non c’è reato. Assolto dall’accusa di avere offeso consapevolmente i fedeli musulmani – si legge su Pagine Ebraiche – l’ex direttore di Libero Maurizio Belpietro, che sulla prima pagina, all’indomani degli attentati del novembre 2015 a Parigi, titolò “Bastardi islamici”. Esulta Renato Farina, che oggi sullo stesso quotidiano scrive: “L’Italia per ora non è un Paese dove si applica la sharia”.

  2. Intanto è stato assassinato Mohamed Eshtewi, il sindaco della città libica di Misurata. Eshtewi è stato rapito domenica sera, mentre stava rientrando da Istanbul con una delegazione di funzionari locali. Era con suo fratello quando la sua auto è stata assaltata a un semaforo sulla strada per l’aeroporto. Fonti ospedaliere – si legge su La Voce di Reggio Emilia – hanno riferito che sul suo cadavere c’erano diverse ferite da armi da fuoco. Il fratello del sindaco, a sua volta rimasto coinvolto nell’agguato, è in gravi condizioni ma stabile. Gli assassini non sono ancora stati identificati ma, secondo il “Libian Herald”, i sospetti sono indirizzati verso le milizie islamiste della città (la terza del paese nordafricano), che in diverse occasioni hanno chiesto a Eshtewi di dimettersi, rimproverandogli il sostegno al Governo di Unità Nazionale di base a Tripoli.

  3. Ancora violenze in Israele. Esercito e polizia dello Stato ebraico hanno arrestato l’altra notte una ragazza palestinese che – secondo le immagini di un video diventato virale in rete – ha provocato e colpito ripetutamente un soldato, senza che quest’ultimo reagisse, durante i disordini avvenuti venerdì scorso in Cisgiordania. Le suddette immagini mostrano Ahed Tamimi – questo il nome della giovane palestinese – colpire più volte con calci, schiaffi e spintoni il soldato che, assieme a un suo commilitone, si trovava di guardia nel cortile prospiciente la casa della ragazza “nell’intento – hanno sottolineato i media locali – di spingerlo a una reazione”, mentre una sua amica filmava la scena. Tamimi non è nuova a questi episodi: diversi anni fa fu filmata mentre colpiva un altro soldato durante una serie di proteste nella città cisgiordana di Nabi Salih.
    (Fonte La Voce di Reggio Emilia)

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