martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia
Pubblicato il 11-12-2017


Migranti, questi sconosciuti!”

Prima Parte
di Eleonora Persico

ventimigliaHo letto da qualche parte che i bambini in terra d’Africa non sognano più perché non riescono ad immaginare un futuro. Non sono sicuri di averne uno.

Quelli che ancora riescono a sognare, sperano di fare i “vu cumprà”, venditori ambulanti, come uno zio magari, e puntano il loro sguardo al mare.

Le speranze che s’infrangono sulle nostre coste sono quelle di ragazzi molto giovani, maschi per lo più, che si lasciano alle spalle il passato, un villaggio che non compare neanche sulla cartina geografica, le poche persone rimaste ancora là, per rincorrere la propria avventura di vita.

Attraversano il deserto, solcano il mare infuriato, scevri della conoscenza di un mondo visto solo in digitale e di cui non conoscono le regole.

Raggiungono l’Italia solo per andare oltre, per superare i confini che li separano da parenti e amici, pronti a dar loro una mano. È tutto il loro investimento, non hanno altro e non possono più tornare indietro. Alcuni sono molto giovani, minorenni. Appaiono spaesati, destabilizzati, impauriti. Guardandoli non si può non pensare che potrebbero essere nostri figli, nostri fratelli, sorelle. E se avessimo un giovane così smarrito, privo di sostentamento, in una terra sconosciuta, non ce ne occuperemmo?

Osservando i loro comportamenti ci si rende subito conto che, oltre ad accoglierli, è necessario proteggerli dai pericoli di una società complessa, di non facile e rapida assimilazione, e dai cosiddetti “passeur”, trafficanti di uomini che approfittano delle condizioni dei migranti per estorcere loro pochi averi o ridurli in schiavitù.

Non sanno cosa sia il razzismo o il pregiudizio, ma lo scoprono presto negli occhi di un mondo ostile, questo quando non vengono etichettati dall’immaginario collettivo come trasgressori di una legge che neanche conoscono, schiavi per tradizione culturale, sovversivi per tradizione atavica. Peggio ancora quando vengono usati e strumentalizzati per fini terzi.

Somali, eritrei, etiopi, kenioti, congolesi, ma anche tunisini, magrebini, egiziani, libici… vestiti con abiti leggeri, alcuni scalzi. Molti portano un maglione legato sulla cintola, pochi una coperta. Nei loro occhi parlanti affiorano aspettative di vita. Nei loro cuori affetti e sentimenti da proteggere, da rispettare, da conservare come reliquie sacre che danno la forza di andare avanti, che permettono di affrontare le umiliazioni, le sofferenze. Un tesoro nascosto, un tesoro di cui non si parla mai, che si porta con sé ovunque si vada, si approdi, si sfidi l’umanità.

Alimentano le tasche di scafisti e dei loro complici terreni con gli unici risparmi e spesso con la vita. E’ un mercato, nero, muto. Nessuno parla, solo l’attesa… ma tutti vanno verso la stessa direzione: una vera competizione nel dirigersi verso… tutti diretti al raggiungimento di un obiettivo comune!

Chi sono dunque questi migranti? Numeri? Numeri da contare, catalogare, classificare, organizzare in gruppi, spostare… chi sono veramente?

A qualcuno interessa conoscere le loro storie, le loro vite, i motivi che li spingono fin qui?

Se ci fosse un desiderio reale di ascolto, forse si racconterebbero: ci racconterebbero quello che per paura non viene narrato e che in fondo in molti conoscono, ma non vogliono approfondire, troppo difficile da capire, troppo lontano o troppo vicino a una certa cultura.

Migranti… non solo numeri!

Un’esperienza di formazione psicologica rivolta alla Polizia di Frontiera

Prima parte

Ci troviamo a Ventimiglia, con il Dirigente della Polizia di Frontiera Dott. Martino Santacroce e il Direttore Tecnico Capo Psicologo della Polizia di Stato Dott. Sandro Luzi, del Centro Psicotecnico di Roma, per un’intervista congiunta.

Abbiamo avuto il piacere di visitare Ventimiglia, graziosa cittadina sul Mar Ligure al confine con la Francia, che risente del fenomeno migratorio presente in questo ultimo anno in maniera intensa, tale da coinvolgere l’Italia intera e l’Europa.

Cerchiamo di capirne un pochino di più.

Dott. Santacroce, qual è la portata del fenomeno qui a Ventimiglia? Partiamo dai numeri.

Ha detto bene lei, si tratta di un fenomeno, un fenomeno complesso che interessa ormai Ventimiglia da circa due anni in particolar modo. Giugno 2015 è, possiamo dire, lo spartiacque dell’incremento del flusso migratorio verso Ventimiglia, dovuto probabilmente ad un irrigidimento dello Stato francese alla frontiera di Ventimiglia stessa.

Tutto nasce un po’ dalla famosa giornata in cui i Francesi decisero di bloccare il passaggio verso la frontiera, e i migranti si collocarono sulla scogliera detta dei balzi rossi, da dove furono spostati, dopo circa due mesi, perché ovviamente era diventata una situazione un po’ complessa e complicata. Da lì parte il fenomeno migratorio su Ventimiglia, che poi ha provocato tutta una serie di conseguenze creando un blocco vero e proprio sulla città di confine. Attualmente abbiamo una presenza di circa 500 migranti costantemente sul fronte italo – francese, che tutte le notti, ma anche di giorno, frequentemente cercano di attraversare il confine con tutti i mezzi possibili ed immaginabili. Ciò ovviamente non avviene solo attraverso i valichi ufficiali, o gli ex valichi ufficiali, perché da noi di fatto sono ex in quanto è in vigore il trattato di Schengen, quindi non c’è una frontiera terrestre vera e propria, si tratta di una frontiera cosiddetta interna, cioè nell’ambito dell’area Schengen, e tutti i metodi, tutti i modi sono validi per tentare di attraversare il confine.

Come respingimenti da parte dei francesi rileviamo una presenza costante e continua quotidiana di 100 – 150, anche con picchi di 200 – 220 persone che fisicamente vengono respinte dai francesi e consegnate a Ponte San Luigi.

La motivazione che spinge queste persone ad attraversare la frontiera, fondamentalmente, qual è?

Personalmente ritengo che le motivazioni siano molteplici. Sicuramente una di queste, quella più forte è secondo me, la necessità o la volontà di volere andare oltre la Francia. La Francia è solo una via di passaggio per poter andare in altri paesi dell’Europa dove probabilmente hanno già dei contatti, hanno dei parenti, delle conoscenze e dove sperano di poter trovare anche loro una collocazione. Naturalmente questo la Francia non lo consente perché ritiene che una maggiore presenza di stranieri all’interno del paese possa pregiudicare l’ordine e la sicurezza pubblica, perciò ha deciso di sospendere il trattato di Schengen e di ripristinare il controllo della frontiera, pertanto chi non ha titolo per entrare in territorio francese ufficialmente in questo momento non lo può fare. Questa è la posizione da parte della Francia. La posizione dei migranti, con la spinta numerica importante che dal sud viene verso il nord , nord-ovest dell’Italia in questo caso, su confine italo-francese delle Alpi Marittime, è quella che ci interessa e chiaramente è pregnante e massiccia. La Francia tra l’altro, proprio qualche giorno fa, ha prorogato la chiusura delle frontiere al 30 Aprile 2018, confermando la sospensione del trattato di Schengen.

L’Italia come risponde a questi respingimenti?

L’Italia può fare ben poco sotto il profilo giuridico nel senso che, nel momento in cui la Francia come Stato sospende il Trattato di Schengen e applica l’Istituto del Respingimento, che è un atto unilaterale dove sostanzialmente lo Stato decide di non farti entrare nel suo territorio, compie un atto sovrano che ogni Stato può fare. Lo facciamo anche noi alle frontiere esterne. Respingiamo stranieri che

arrivano nei nostri aeroporti, che non hanno i requisiti minimi previsti dalla legge, e li respingiamo nei loro Paesi attraverso il vettore che li ha portati. Qui è un respingimento un po’ anomalo perché siamo su una frontiera terrestre, tra l’altro interna, il respingimento non potrebbe essere effettuato ma in questo caso specifico viene effettuato perché di fatto il Trattato è sospeso. Non vige il trattato e pertanto respingo. Diverso è quando il trattato è in vigore. In questo caso si applica un accordo bilaterale tra due Stati, l’accordo di Chambéry del 1997, tra Italia e Francia, che prevede che entrambi gli Stati possano riammettere stranieri senza requisiti, previo consenso dell’altro Stato. Quindi nel caso in cui i Francesi applicavano l’accordo di Chambéry, prima del 13 novembre 2015, noi come Polizia di Frontiera potevamo avere la facoltà di accettare o meno il riammesso, perché era già in territorio francese e veniva riammesso in territorio italiano. Nel momento in cui l’istituto della riammissione non può essere più applicato lungo la linea di Frontiera, perché il trattato è sospeso, quindi si applica l’istituto del respingimento, di fatto non è un accordo bilaterale, dobbiamo solo prenderne atto. Cioè la Francia dice:

– Nel mio territorio non entri, ti respingo alla frontiera. Questa è la sintesi.

Diventa un problema tutto nostro. E quali sono gli obiettivi istituzionali che la Polizia di Frontiera persegue, sotto la sua direzione chiaramente qui a Ventimiglia, per far fronte a tale situazione?

Sulla frontiera di Ventimiglia ci sono due aspetti importanti da sottolineare:

Il primo sicuramente è quello tipico della Specialità che riguarda proprio i profili della trattazione dei respinti. Infatti tutti i respinti alla frontiera di Ventimiglia vengono presi in carico da noi, come Polizia di Frontiera Italiana, e quindi devono essere identificati, gestiti e trattati sotto diversi profili, anche quello umanitario, perché comunque tenere in ufficio per diverse ore un respinto comporta dei profili umanitari che devono essere presi in considerazione, banalmente anche proprio gli aspetti fisiologici.

Il secondo aspetto che attenzioniamo in maniera molto importante e che riteniamo anche una priorità è quello del contrasto al fenomeno dell’immigrazione clandestina, se vogliamo definirlo in questo modo, comunemente conosciuto come tratta di esseri umani, perché parliamo di questo. Per noi è una priorità assoluta, tant’è che nell’ultimo periodo, e in particolare nel 2016, abbiamo eseguito diverse operazioni proprio di contrasto ai trafficanti di uomini, con discreti risultati sotto diversi profili, sia preventivi, sia anche repressivi.

Questa è una battaglia che potrebbe essere condivisa tra tutti gli Stati europei?

Questo penso che sia più un profilo di carattere politico che di carattere tecnico. Noi veramente come Polizia di Stato ci occupiamo dell’aspetto tecnico, per affrontare e gestire il fenomeno. Ovviamente non entriamo nel merito perché non è competenza nostra discutere di questo.

Però dalla rassegna stampa locale e nazionale noi abbiamo appreso di una formazione che lei si è fatto carico di attivare e di promuovere per il suo personale e che è risultata abbastanza innovativa.

Assolutamente sì. Io ho condiviso questa impostazione attraverso un corso di formazione, che poi è stato anche ripetuto per ben due volte, in quanto la prima volta non era stato frequentato dalla totalità degli operatori perché ovviamente non era possibile farlo fare contemporaneamente a tutti quanti. E’ una formazione che ritengo importante perché ovviamente ha dato un’impronta diversa all’approccio col migrante. Il mio personale quotidianamente ha rapporti con gli stranieri. Da una parte c’è l’aspetto repressivo e preventivo, ma dall’altra c’è l’aspetto umanitario. Quindi formare il personale, affinché abbia un approccio psicologico consapevole di quello che è il proprio ruolo, era ed è fondamentale.

Dott. Luzi , lei è l’artefice di questa formazione. Ce ne vuole parlare?

Per rispondere alla domanda, certo, sono proprio questi due aspetti, che il dott. Santacroce ha evidenziato, che caratterizzano il servizio qui in frontiera: sviluppare azioni mirate al contrasto dell’immigrazione clandestina e nello stesso tempo esprimere atteggiamenti di comprensione e accoglienza verso il migrante, soprattutto quando, e questo accade frequentemente, assume ruoli di vittima.

Questo tipo di relazione, solo apparentemente ambivalente, oggi divide la politica, ci sono infatti schieramenti per la chiusura e quelli per l’accoglienza, in Polizia questo non è possibile. I fenomeni vanno affrontati entrambi nello stesso tempo. Ciò può far emergere negli operatori contrarietà interiori per effetto del duplice atteggiamento di repressione e di accoglienza. Sono queste infatti due spinte che vanno a un certo punto anche a confliggere nella dimensione psichica dell’agente e pertanto ad influenzarne lo stato d’animo. Sappiamo che le emozioni sono determinanti per il raggiungimento del successo, ma anche causa di insuccesso, soprattutto quando agiscono in modo incontrollato e non vengono canalizzate in modo attivo.

Il tipo di prestazione formativa che noi offriamo e la sua utilità ai fini operativi, immediatamente intuita dal dott. Santacroce, è proprio questa: addestrare l’operatore di frontiera ad acquisire maggiore consapevolezza delle tensioni emotive che emergono in servizio e permettergli di scegliere le condotte più idonee ed emotivamente orientate per gestire efficacemente gli interventi. Il poliziotto in questo modo, nell’approccio operativo, non si affida più soltanto alla sua inclinazione caratteriale, ma sceglie attivamente e consapevolmente le condotte operative più idonee per il raggiungimento degli obiettivi, anche quando queste risultano contrarie o non rispondenti alle proprie inclinazioni caratteriali.

Non più quindi affidarsi soltanto all’intuizione o all’inclinazione, ma scegliere in modo attivo le condotte operative caratterizzate dal giusto atteggiamento emotivo.

Gli obiettivi quindi che lei ha portato avanti, in linea con gli obiettivi istituzionali, quali sono stati?

Migliorare la prestazione operativa dell’Operatore di Polizia. Sarebbe troppo facile eseguire semplicemente le guide delle tecniche operative. Abbiamo tanti manuali. Basterebbe leggere ed apprendere le tecniche sviluppate per ogni settore specialistico, applicarle e riusciremmo in tutto. Purtroppo questo non funziona, non basta. C’è l’elemento umano che interferisce. Ci sono troppi aspetti che intervengono in un’attività tecnico operativa e sono aspetti soggettivi. Il poliziotto che subisce e vive attivamente queste esperienze deve saper coordinare anche dentro di sé le giuste scelte comportamentali, che vengono influenzate ovviamente anche dallo stato d’animo con cui va ad affrontare il servizio

Se posso intervenire su questo, aggiunge il Dirigente Santacroce, ritengo che l’aspetto fondamentale per cui ho voluto anche ripetere questo corso per estenderlo un po’ a tutti, è che non volevamo lasciare al buon senso o al caso l’approccio che l’operatore di polizia di frontiera deve avere nei confronti del migrante durante la sua attività di servizio. Noi vogliamo avere dei professionisti che abbiano un’idea chiara su come comportarsi. Come se ci fosse un comportamento standard che noi abbiamo cercato di, tra virgolette, trasmettere o insegnare, attraverso loro che sono dei tecnici e che rappresentano la massima espressione della nostra professionalità anche psicologica. L’operatore della Polizia di Frontiera non si improvvisi in questo. Come abbiamo delle tecniche operative, come abbiamo degli schemi operativi sulle procedure penali, piuttosto sulle leggi di pubblica sicurezza, abbiamo voluto dare una formazione psicologica. Per carità c’è e ci deve essere anche il buon senso perché un fenomeno così non c’è mai stato in un ufficio di Polizia di Frontiera!

Ventimiglia rappresenta in questo momento un laboratorio per diversi aspetti e quindi anche per l’aspetto psicologico perché, attraverso lo psicodramma, ho visto che i miei operatori sono riusciti ad esprimere delle emozioni che probabilmente erano anche un po’ recondite per loro, perché non erano mai riusciti ad esprimerle o a percorrerle realmente. Onestamente il personale di Polizia ha anche a che fare con nuclei familiari, con bambini, con giovanissimi… Questo esempio lo dico perché tanto non l’ho fatto io e quindi non me ne sto vantando direttamente. Al dott. Luzi ho raccontato di quando abbiamo arrestato un trafficante di uomini che aveva preso cinquecento euro per trasportare in Francia una famiglia di afghani con quattro bambini, il cui più grande aveva quattro anni e mezzo; madre, padre, e quattro bambini: sei persone chiuse nel cofano. Questi bambini i miei operatori li hanno trovati letteralmente con degli stracci addosso, senza scarpe, li hanno portati qui, hanno dato loro assistenza, da mangiare, li hanno lavati. Le poliziotte, le agenti donne, si sono prese cura di loro. Quindi l’aspetto emotivo, l’aspetto psicologico comunque ci deve essere. Non possiamo lasciare all’improvvisazione del singolo come comportarsi in un caso del genere. Io adesso ho estremizzato per dire che l’aspetto umano è veramente uscito fuori in questo contesto. Chiaramente concludo che quello che li stava trasportando è stato arrestato. Ho raccontato questo esempio che è paradossale se vogliamo, però rende un po’ l’idea di quello che quotidianamente accade. Poi anche parlando di numeri stiamo parlando di 100, 150, 200, quindi non è 1 barra 2, ma si tratta di un fenomeno. Ha detto bene lei quando lo ha definito fenomeno.

Tra l’altro aggiungerei – interviene il dott. Luzi sono stati giocati degli psicodrammi dove venivano rappresentati eventi critici di polizia in cui venivano gestite efficacemente condotte aggressive del migrante. Le stesse condotte venivano isolate analizzate ed elaborate e diventavano materiale formativo per il gruppo.

Certo. Viene contenuta anche l’aggressività.

Certamente, semplificando l’attività operativa dei poliziotti.

Quindi in che cosa consiste, dott. Luzi, questo psicodramma? Per chi non è esperto, un chiarimento sulla metodologia.

Me lo ha ricordato una partecipante, nonché attrice teatrale oltre che poliziotta ovviamente. Lo psicodramma viene inventato da uno psichiatra rumeno statunitense, J. Jacob Moreno, che ha avuto l’ intuizione di come la rappresentazione di storie, fatti e vicende, e qui a Ventimiglia ne hanno da raccontare di critiche, possa non solo abreagire le tensioni emotive legate all’attività di polizia, riducendo sensibilmente lo stress che ne deriva, ma anche realizzare un vero e proprio abecedario, un manuale operativo delle emozioni.

Si parte dall’esperienza, come è partito Moreno, dalla strada. Lo psicodramma nasce dalla strada.

I suoi operatori lo hanno capito subito perché si sono messi in gioco immediatamente e ne hanno colto l’importanza e l’utilità. Ancora adesso mi riportano scene e immagini da affrontare con lo psicodramma e mi restituiscono nuovi pareri sull’utilità del gioco psicodrammatico.

Ha colto e soddisfatto perciò uno stato di bisogno?

Diciamo che siamo partiti da uno stato di difesa, di prevenzione. Alcuni erano anche particolarmente ostili. Poi devo dire che c’è stato un forte cambiamento.

Prosegue il Dirigente Santacroce – Assolutamente, sì sì, c’è stato un cambiamento importante nel momento in cui si sono resi conto che era uno strumento nelle loro mani e non erano loro quelli che venivano analizzati, perché Il dott. Luzi all’inizio mi diceva che la garanzia per i miei operatori dovevo essere io. Se io ci avessi creduto, ci avrebbero creduto anche loro. Io ci ho creduto ed ho fatto bene. Li ho coinvolti dicendo che non erano sotto esame loro, ma che era uno strumento che io in quanto dirigente volevo dare loro.

– Ci ha creduto a tal punto che ci ha proprio lasciato la sua stanza che è diventata un vero set psicodrammatico – Luzi intervenendo.

Santacroce – Sì, è vero! E’ stata allestita in un certo modo perché ovviamente bisogna creare una location tale che potesse creare un’atmosfera giusta per poter svolgere questa attività psicodrammatica e poi dovevano essere fatte delle riprese, quindi una serie di luci e di apparecchiature che loro hanno, lui e il suo staff. Come ben sa c’è tutto uno staff. Come in tutte le cose c’è sempre un lavoro preparatorio dietro. Quello che si vede è sempre la punta dell’ iceberg di tutto quello che è stato fatto prima.

E quindi dott. Santacroce, diciamo che si sono superate delle barriere interiori?

Assolutamente. E quindi tornando alla questione dei numeri che lei ha indagato nella prima domanda, noi nel 2016 abbiamo gestito 18mila migranti, quest’anno siamo già oltre 20mila, in 11 mesi. Il trend quindi è sicuramente in salita e questo dà il senso della complessità del fenomeno. Fine prima parte

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