mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Paolo Spriano, storico che si contrappose a De Felice
Pubblicato il 06-12-2017


“Paolo Spriano intellettuale militante” è il nuovo libro del professor Leonardo Raito, storico e nostro collaboratore, tra pochi giorni in libreria per la Cleup di Padova. Si tratta del primo tentativo di tracciare un profilo biografico organico dello storico comunista, autore della più completa storia del Pci e grande conoscitore del mondo operaio. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Paolo Spriano, una figura ancora attuale?libri

Direi proprio di si. Stiamo parlando di uno storico che ha realizzato dei lavori imprescindibili per chi ancora intende occuparsi della storia della sinistra italiana. Uno storiografo che fu anche intellettuale militante, comunista, ma che seppe scrivere libri con un onesto distacco, forte di una capacità di scrittura chiarissima e di grande competenza scientifica. I suoi libri possono aiutare molto tutti coloro che approcciano agli studi storici contemporaneistici.

Il tuo libro per la prima volta esamina le diverse sfaccettature dell’intellettuale Spriano. Quali sono le novità del tuo lavoro?

In realtà l’Istituto Gramsci di Roma ha promosso pochi anni fa un convegno importante sulla figura di Spriano e successivamente è stato realizzato un numero monografico di “Studi Storici”. Io ho cercato di fornire un quadro d’insieme sullo Spriano giornalista, storico e politico, cercando di evidenziare le interconnessioni su queste sue occupazioni che hanno contraddistinto la figura di un intellettuale e di un militante impegnato, attento alle evoluzioni della storia e dell’attualità, al ruolo dei giovani nella società. Restituire aspetti di una biografia di un uomo, delle sue passioni. Tra le altre cose, devo dire che ritengo di grande interesse le lettere con Bobbio e quelle con Berlinguer, che rivelano una tensione particolare per una situazione politica, quella italiani degli anni ottanta, in forte trasformazione.

copertina Raito sprinaoHai parlato di uno storico che, pur essendo convintamente comunista, non scrisse una storia agiografica del Pci. Recentemente sono emerse anche polemiche su questo. Che ne pensi?

Le polemiche fanno parte del dibattito, ma credo che la testimonianza del lavoro scientifico di Spriano ce la dia, in primis, l’enorme mole di documenti che Spriano poté consultare, e che usò con grande attenzione. Spriano fu il primo ad affrontare nodi delicati della storia del partito, degli anni della clandestinità, di figure scomode come Bordiga. Questo suo coraggio fu attaccato anche da chi, come Amendola, riteneva che la storia del Pci dovesse mantenere un’aura di straordinarietà e che alcuni episodi fossero da lasciare confinati alle vicende interne. Ci sono poi autorevoli giudizi di storici non comunisti come De Rosa e Galante Garrone che lodano la storia del Pci di Spriano. Una garanzia di imparzialità.

Nel tuo libro accenni anche allo “scontro” tra De Felice e Spriano. Cosa puoi aggiungere?

Spriano era profondamente antifascista e probabilmente soffriva il successo dei libri di De Felice che, in qualche modo, parevano indirizzare verso una riabilitazione, o forse a una legittimazione, della teoria del supporto popolare al fascismo. De Felice fu attaccato da moltissimi storici di sinistra. Tuttavia fu Spriano uno dei primi a esprimere solidarietà a De Felice quando le sue lezioni vennero interrotte da proteste e polemiche e questo sta a testimoniare che il nostro fu sicuramente persona animata da grande rispetto per il confronto e la democrazia.

C’è un ultimo aspetto interessante di cui vorrei ci parlassi. È vero che negli ultimi anni della sua vita Spriano considerò da superarsi la divisione tra Pci e Psi?

Ho trovato alcuni articoli di grande interesse, che risalgono al 1988, poche settimane prima della sua morte improvvisa. In questi articoli Spriano spiegava, analizzandone la storia, perché la spaccatura tra i due partiti non aveva più senso. Primo: la scissione avvenne perché il Psi non era disposto a espellere dalle sue file i riformisti. Nel 1988, spiegava Spriano anche i comunisti si proclamavano apertamente riformisti. Secondo: la scissione era una scelta di campo internazionale, dava vita a un partito organicamente legato al nuovo campo di Lenin mentre ormai le scelte e i legami del genere non esistevano più. Il Pci si considerava parte integrante della sinistra europea che è la sinistra occidentale. Terzo: la stretta unità d’azione di socialisti e comunisti italiani nel decennio dopo la liberazione operò all’ombra di Stalin, mentre nel 1988 entrambi i partiti rivendicavano come un valore irrinunciabile, anzi universale, la democrazia politica, considerando inseparabile il socialismo dalla libertà. Ed entrambi non rinunciavano a una prospettiva socialista. Si trattava di motivi sufficienti per superare le reciproche diffidenze e le barriere e per riprendere una collaborazione stretta, se proprio non si voleva giungere a una fusione.

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