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Opinioni e commenti
 

Quel che i dati ISTAT
non dicono sul “boom dell’occupazione”
Pubblicato il 15-12-2017


lavoro

Di recente, i dati provvisori dell’ISTAT hanno annunciato un “boom dell’occupazione”, che ha indotto l’ex capo del governo, Matteo Renzi, ad esultare e a dichiarare che ciò è il risultato della politica del “suo” governo, con la riforma del diritto del lavoro promossa ed attuata in Italia attraverso il varo, tra il 2014 e il 2015, di diversi provvedimenti legislativi (Jobs Act). L’entusiasmo di Renzi potrà pure avere una sua giustificazione prettamente elettorale; fuori dalla competizione politica, però, i dati dell’ISTAT non sono del tutto rassicuranti. Essi, infatti, presentano “più ombre di quanto non siano le luci”, come viene evidenziato da Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, pubblicato su “Il Mulino” n. 5/2017.

Stando ai dati ISTAT, il numero degli occupati ha superato i 23 milioni di unità, livello pressoché identico a quello raggiunto in Italia nel 2008, prima dell’inizio della lunga crisi. I dati evidenziano che, in termini assoluti, gli occupati a luglio di quest’anno sono stati pari a 23,063 milioni, il livello massimo a partire dal 2008, quando era stato registrato il tetto di 23,081 milioni. Il facile entusiasmo suscitato dal raggiungimento di questo obiettivo è stato subito “raffreddato” dalla contemporanea rilevazione dell’aumento del tasso di disoccupazione, salito all’11,3%. L’apparente contraddizione di un andamento in crescita di entrambi i fenomeni (dell’occupazione, da un lato, e della disoccupazione, dall’altro) ha però, nel caso dell’Italia, una spiegazione non del tutto rassicurante. Per rendersi conto di ciò, seguendo l’analisi di Saraceno, occorre affiancare al tasso di disoccupazione quello di turnover delle forza lavoro, che misura il flusso in ingresso e in uscita dei lavoratori dal mercato del lavoro.

Diversi sono gli indicatori che possono essere utilizzati per stimare il ricambio della forza lavoro; il principale (calcolato su base annua) è il “tasso di turnover complessivo” (numero di lavoratori entrati ed usciti dal mercato del lavoro diviso la consistenza media della forza lavoro occupata, moltiplicata per 100). Esso è fisiologico quando misura il flusso naturale di persone che entrano ed escono dal mercato del lavoro per effetto di normali eventi, quali assunzioni, licenziamenti e pensionamenti, che non denuncino un anomalo funzionamento del mercato del lavoro e un’instabile continuità produttiva del sistema economico; esso è invece patologico, quando l’uscita dal mercato del lavoro avviene in seguito a instabilità produttiva e indipendentemente dalla volontà del lavoratore di abbandonare la stabilità occupazionale.

La crisi degli ultimi anni e l’aumentata competitività del mercato internazionale possono aver giustificato la propensione, da parte di molte attività produttive, ad avvalersi di un turnover fisiologico, nella gestione della propria forza lavoro occupata, aumentando il flusso in entrata, con assunzioni strategiche, e in uscita, con licenziamenti e altre forme di alleggerimento del costo del lavoro, ricorrendo, ad esempio, all’esterno per lo svolgimento di alcune fasi del proprio processo produttivo (outsourcing); ma in periodi di crisi, se la propensione a ricorrere al turnover da parte delle attività produttive è conservata o prolungata nel tempo può diventare causa di una grave crisi economica, con conseguente instabilità e perdita di solidità del sistema economico nazionale.

Chi esulta per l’aumentato livello dell’occupazione non ha motivo di farlo, perché – afferma Saraceno – se l’aumento dell’occupazione è valutato in “termini di unita di lavoro equivalenti a tempo pieno”, l’occupazione complessiva realmente registrata risulta più bassa di circa un milione di unità rispetto a quella del 2008; perciò, l’occupazione effettiva non è aumentata tanto quanto si vorrebbe dedurre dalla considerazione del numero dei lavoratori risultanti occupati al luglio del 2017. Ciò è confermato anche da un altro punto di vista; considerando che il PIL nazionale alla fine del 2016 era ancora inferiore del 7% rispetto ai livelli pre-crisi, è possibile affermare – secondo Saraceno – che “lo stesso numero di lavoratori produce oggi il 7% in meno di quanto produceva nel 2008”. Di conseguenza, si può dire che, nonostante sia stato “ritrovato il lavoro”, non è stato contemporaneamente ritrovato lo stesso livello di produzione. Questo fenomeno può essere spiegato considerando il fatto che, durante i quasi dieci anni di crisi, il turnover del mercato del lavoro è stato sostanzialmente di natura patologica, denunciando tanto una diminuzione (nelle attività produttive con più di dieci dipendenti) del numero delle ore lavorate per dipendente, quanto un profondo cambiamento della composizione settoriale dell’occupazione. Infatti, la dinamica del mercato del lavoro evidenzia che che, tra il primo trimestre del 2008 e il primo del 2017, la diminuzione del numero delle ore lavorate per dipendente è stata di circa il 6%.

La diminuzione si è verificata soprattutto nel settore dei servizi (coinvolgendo però anche gli altri settori), a seguito dell’aumento dei contratti part-time e a tempo parziale e della diminuzione di quelli a tempo indeterminato. La stessa dinamica del mercato del lavoro mostra anche un cambiamento della composizione settoriale dell’occupazione; fenomeno, questo, destinato ad avere un impatto, nel breve e nel medio-lungo termine, sulla produttività della forza lavoro occupata.

La considerazione congiunta delle due tendenze evidenziate giustifica la contraddizione, precedentemente indicata, tra l’aumento dell’occupazione e l’aumento contemporaneo della disoccupazione; essa sta ad indicare che al miglioramento di uno dei principali “fondamentali” dell’economia nazionale (il ritorno al livello occupazionale antecedente il 2008) corrisponde una percezione pubblica negativa dello stato di salute dell’economia nazionale, espressa soprattutto dall’aumento della disoccupazione.

In sostanza, l’aumento del livello occupazionale vale a denunciare un miglioramento della situazione economica complessiva del Paese solo apparente, in quanto da esso, se interpretato alla luce della dinamica del mercato del lavoro, si può solo dedurre che la crisi del sistema economico e sociale dell’Italia non è ancora finita; ciò perché è inevitabile pensare che a un aumento di posti di lavoro, se considerato congiuntamente alla diminuzione delle ore lavorate per dipendente e al fatto che esso si sia verificato in comparti produttivi a basso valore aggiunto (turismo e soprattutto ristorazione e servizi alla persona, che rimunerano la forza lavoro occupata con bassi salari), corrisponda un aumento della produzione corrispondente a un quasi identico aumento dell’occupazione, in assenza di ogni miglioramento della produttività.

La conseguenza non può che essere la conservazione dell’erogazione di salari bassi e l’aumento delle disuguaglianze distributive, destinate a rendere stentata, se non impossibile, la ripresa della crescita del sistema economico, con cui celebrare l’uscita reale dal tunnel della crisi. A maggior ragione, tale conseguenza risulta inevitabile se le attività produttive verso le quali si è indirizzata la “nuova occupazione” sono di piccola dimensione, come sono in realtà le attività produttive di servizi turistici e della ristorazione.

Inoltre, l’aumento dell’occupazione nelle piccole attività produttive di servizi ha reso del tutto particolare in Italia la precarizzazione del lavoro, destinata ad avere un impatto negativo sul rilancio della crescita equilibrata di tutti i settori del sistema economico nazionale. Quel che caratterizza il nostro Paese – sostiene Saraceno – è la composizione delle dinamiche occupazionali: a causa dell’automazione e dell’outsourcing si è ridotto il numero “degli impieghi a qualificazione media (impiegati e operai specializzati) e sono aumentati, sia gli impieghi più pagati (dirigenti, professioni intellettuali tecnici), sia quelli di fascia bassa non delocalizzabili (addetti a vendite e servzi personali, operai semi-qualificati, occupazioni elementari)”.

Quasi ovunque, quindi, la polarizzazione dell’occupazione è stata asimmetrica, poiché i lavori ad alta qualificazione sono cresciuti meno di quelli di fascia bassa. Ciò ha determinato che l’occupazione sia rimasta stagnante nei comparti produttivi a più alto valore aggiunto, dove maggiori sono stati l’aumento della produttività e la rimunerazione del lavoro; mentre il contrario è avvenuto nei comparti produttivi a più basso valore aggiunto. Il numero complessivo dei posti di lavoro è cresciuto, ma con esso sono aumentate le disuguaglianze distributive, mentre la trasformazione della economia nazionale è avvenuta attraverso l’espansione di comparti produttivi “a bassa produttività e non suscettibili di trainare la crescita del Paese nel medio periodo”.

A ciò va aggiunta anche la considerazione che la composizione territoriale delle dinamiche del mercato del lavoro ha messo in evidenza l’approfondimento del dualismo italiano, con un andamento dell’occupazione nelle regioni meridionali simile a quello che si è verificato nelle regioni del Centro-Nord; ciò significa che, agli attuali ritmi di crescita, quelle del Mezzogiorno potranno tornare ai livelli del PIL pre-crisi solo nel 2028, dieci anni dopo le altre regioni.

Come uscire da questa situazione anomala del funzionamento del mercato del lavoro? Come creare le pre-condizioni stabili per favorire una correzione delle dinamiche di tale mercato, rendendo compatibili l’aumento dell’occupazione, il miglioramento della produttività del lavoro, una ripesa della crescita e un’attenuazione delle attuali disuguaglianze distributive? Per Saraceno, fin tanto “che il tasso di crescita non tornerà stabilmente sopra il 2% annuo, sarà difficile che l’economia crei nuovi posti di lavoro”; ciò perché, in presenza delle attuali dinamiche del mercato del lavoro, ogni misura volta a correggerne l’andamento non potrà che tradursi in una ridistribuzione settoriale dell’occupazione, precarizzandola, come sta a indicare l’esperienza vissuta negli anni di crisi.

In conclusione, secondo Saraceno, per uscire dalla crisi l’Italia deve migliorare la produttività del lavoro, dando il là al rilancio della crescita attraverso l’aumento degli investimenti nell’istruzione; ciò dovrebbe avvenire in un contesto in cui le risorse, essendo limitate, dovrebbero essere reperite attraverso l’abbandono della politica di austerità, con la quale sinora si è inteso fronteggiare gli esiti negativi della crisi.

La cessazione dell’austerità, tuttavia, non sembra una misura sufficiente a consentire il ricupero delle risorse per fare fronte al male antico del sistema-Paese italiano, cioè a promuovere il miglioramento del lavoro, strumentale alla ripresa degli investimenti. L’unica via percorribile, per il ricupero delle risorse necessarie a rilanciare la crescita, sembra perciò ridursi a quella, da alcuni prospettata, ma sempre respinta sul piano politico, di un’imposta patrimoniale una tantum sui maggiori patrimoni, da destinare alla riduzione del debito pubblico; ciò, al fine di realizzare un aumento dell’avanzo primario del bilancio pubblico, ricuperando le risorse per finanziare le politiche pubbliche orientate a rendere possibile l’auspicato miglioramento della produttività del lavoro.

Gianfranco Sabattini

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