martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

PAESE RANCOROSO
Pubblicato il 01-12-2017


gente di spalleLa ripresa c’è, ma gli italiani non la vedono. Tutte le statistiche affermano che il Belpaese si risolleva (corre la produzione industriale con performance che superano anche quella tedesca), ma a non crederci è proprio la popolazione. Nell’ultimo rapporto stilato dal Censis infatti si delinea un Paese scettico e sempre più rancoroso che si trascina dietro pesanti scorie derivanti da una lunga stagnazione socio-economica. Scorie che originano in chi è rimasto ancora indietro e non coinvolto nella ripresa, specie nel ceto popolare, una sorta di rancore ed anche nostalgia della politica di un tempo, sfiduciando così tutti, istituzioni – dal governo centrale agli enti locali – comprese. Il pessimismo impera nel Paese orfano di un Welfare forte: quasi 9 italiani su dieci appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Il percorso contrario, invece è ritenuto possibile dal 71,5% del ceto popolare, il 65,4 per cento del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. I dati sono simili tra i giovani: l’87,3 per cento dei Millenials ritiene infatti che sia “molto difficile” l’ascesa sociale, mentre lo scivolamento è uno scenario ritenuto probabile dal 69,3 per cento dei giovani. Proprio i giovani sono ancora al centro del rapporto. Il più forte squilibrio di questa ripresa ineguale, denuncia il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, è il “degiovanimento” del Paese: “La riduzione del peso demografico dei giovani è una miccia accesa che sta per accendersi in futuro. Nel momento in cui si inverte quella che non ha più senso chiamare piramide demografica si crea un grave problema per il Paese. Oggi i Millennials tra i 18 e i 34 anni sono 11 milioni rispetto a 50 miloni di elettori, e quindi l’offerta politica non li guarda con sufficiente attenzione, si parla molto di più di pensioni che di disoccupazione giovanile. Il problema dei giovani in Italia è che non contano perché sono pochi”.
Gli ultimi anni, segnati da livelli di crescita misurata in pochi o nessun punto decimale del Pil, hanno cambiato il Paese. In risposta alla recessione, la società italiana si è mossa attraverso processi a bassa interferenza reciproca, con il risultato di disarticolare i punti di contatto – “le giunture” – delle varie componenti sociali. E anche qui il Censis va giù duro: abbiamo assistito a processi di progressiva disintermediazione, che hanno finito per sottrarre forza ai soggetti e agli strumenti della mediazione, lasciando spazio “all’affermazione di consumi mediatici e di palinsesti informativi tutti giocati sulla presenza e sulla rappresentazione individuali, con un linguaggio spesso involgarito; all’assestamento verso una sobrietà diffusa nei consumi, aprendo spazi all’economia low cost e alla condivisione di mezzi e patrimoni”. La contrazione dei consumi e degli investimenti ha portato le imprese a concentrarsi sulla ripresa di capacità competitiva. Così, tanti settori nell’anno hanno accelerato in fatturato e produttività: dall’agroalimentare all’automazione, dai macchinari alla nautica e all’automobile, dall’ingegneria al design e al lusso. Ben 28,5 milioni di italiani dichiarano di avere acquistato ‘in nero’ nell’ultimo anno almeno un servizio o un prodotto, senza scontrino o fattura. Il 35,6% ha acquistato in nero servizi da artigiani (idraulici, elettricisti, imbianchini, ecc.), il 22,1% da professionisti e strutture sanitarie (medici, dentisti, ecc.), il 20,3% ha consumato in nero in bar o pizzerie, il 19,1% presso ristoranti, trattorie o enoteche; il 14,7% ha fatto acquisti in nero presso negozi di alimentari, macellerie o salumerie, il 14,6% presso negozi non alimentari (dalle ferramenta alle tintorie). Il 13,2% ha acquistato in nero servizi di professionisti come avvocati, architetti, ingegneri, geometri.
È un Paese che non crede più, oltre all’individualismo cresce sempre di più la sfiducia verso una politica che ha smesso di rappresentare i cittadini, pur di fare propaganda. Il Censis non fa sconti a questa politica d’oggi, la definisce appunto in debito d’ossigeno, attenta ai ‘like’, a non andare in crisi d’astinenza di ‘like’, e quindi conta esserci sui media, e sempre più con titoli di taglio alto. Una politica fatta di decisori pubblici “rimasti intrappolati nel brevissimo periodo”. C’è disimpegno dal varo delle riforme sistemiche, dalla realizzazione delle grandi e minute infrastrutture, dalla politica industriale, dall’agenda digitale, dalla riduzione intelligente della spesa pubblica, dalla ricerca scientifica, dalla tutela della reputazione internazionale del Paese, dal dovere di una risposta alla domanda di inclusione sociale. Finendo con il produrre una società “che ha macinato sviluppo, ma che nel suo complesso è impreparata al futuro”. E se chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza si limita a un gioco mediatico a bassa intensità di futuro, allora la sentenza non può che essere quella che “resteremo nella trappola del procedere a tentoni, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso, progredire del corpo sociale”. Anche i sindacati nel mirino: tra il 2015 e il 2016 Cgil Cisl e Uil hanno subito una contrazione di 180 mila tessere. Su 11,8 milioni di iscritti alle tre sigle, 6,2 milioni sono costituiti da lavoratori attivi (+0,2%) e 5,2 milioni da pensionati (-3,9%). Secondo il Censis, si manifesta quindi “l’esigenza di una maggiore inclusione da parte dei soggetti di rappresentanza verso categorie e segmenti non tradizionalmente coperti dall’azione sindacale”.
Ma il Paese ha smesso anche di investire sull’istruzione e sulla formazione, nonché sulle figure qualificate.
Siamo penultimi in Europa per numero di laureati, con il 26,2% della popolazione di 30-34 anni, una situazione aggravata dalla forte spinta verso l’estero, che assorbe una buona quota di giovani qualificati. Infatti nel 2016 i trasferimenti dei cittadini italiani sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010. Quasi il 50% dei laureati italiani si dice pronto a trasferirsi all’estero anche perché, calcola il Censis, la retribuzione mensile netta di un laureato a un anno dalla laurea si aggira intorno a 1344 euro corrisposti per una assunzione nei confini nazionali ma arriva a 2.200 euro all’estero.
Giorgio De Rita, nuovo segretario generale del Censis, nel suo intervento ha sottolineato l’incapacità del Paese di “immaginare il futuro”, un rischio e un limite, che ci riporta a un futuro appiccicato al presente, in cui resistono pochi miti vecchi, tra i quali svetta quello del posto fisso, e svettano pochi miti nuovi, i social networ, che però non riescono a creare un nuovo progetto di società. Più che di fronte a un ciclo nuovo, dunque, siamo di fronte all’esaurirsi di un ciclo vecchio, in cui la rabbia sociale non si tramuta ancora in frattura che dà anche il via all’inizio di qualcosa di diverso.

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