mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“The Help” di Tate Taylor: aiuto e discriminazione nell’America di Luther King
Pubblicato il 13-12-2017


the_help_filmAiuto e discriminazione nell’America dove imperversa il Movimento per i diritti civili promosso da Martin Luther King. Siamo a Jackson, nel Mississippi. Che significato assume il termine aiuto in una società profondamente razzista? Che tipo di solidarietà può esistere? In una collettività drasticamente divisa in due, tra bianchi e neri, separati e differenziati nei diritti, gesti solidali possono avvenire solo tra neri e tra bianchi oppure anche tra bianchi e neri reciprocamente? Rivendicare i propri diritti e denunciare i soprusi, le discriminazioni e le ingiustizie può accadere? Un cambiamento sociale può avvenire? E, soprattutto, la realtà poco nota delle domestiche afroamericane può venire alla luce?

Barbara Conti

Questo il contesto su cui si muove il film “The Help”, per la regia di Tate Taylor. Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Jessica Chastain e Octavia Spencer. Tratto dall’omonimo romanzo L’aiuto (del 2009) di Kathryn Stockett, amica d’infanzia di Tate Taylor, il film vanta il Premio Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. Non è la prima volta che un tale soggetto viene affrontato nel cinema. “The Help” è del 2011, mentre nel 1994 c’era stato il già noto “Una moglie per papà (Corrina, Corrina)”, per la regia di Jessie Nelson (con Whoopi Goldberg e Ray Liotta); ma vi sono alcune differenze. Il primo è ambientato nel 1963, mentre il secondo alla fine degli anni Cinquanta. “The Help” è corale, mentre “Una moglie per papà” un po’ meno. Qui c’è un uomo, Manny Singer (Ray Liotta), rimasto solo con la figlia dopo la morte della moglie. Creatore di jingle per la pubblicità, deve trovare una governante per la figlia Molly (Tina Majorino). Si tratterà di Corrina Washington (Whoopi Goldberg). La bimba si affezionerà subito a lei e Manny e Corrina finiranno per innamorarsi; ma per loro due non sarà facile farlo accettare alla famiglia “nera” di lei e a tutto il “circondario” del quartiere (fatto anche di molti bianchi).

In entrambi i casi (sia di “The help” che di “Una moglie per papà”) i passi muovono sempre da un rapporto sempre più stretto che si va formando, nonostante il razzismo e le discriminazioni, tra le domestiche afroamericane e i figli dei bianchi che custodiscono. Questi ultimi chiamavano “mamme” le prime, che –a loro volta- consideravano i secondi come i loro propri figli, e che anzi curavano meglio dei loro. Eppure non potevano mangiare nella stessa tavola dei loro ricchi e potenti padroni bianchi, oppure usare lo stesso bagno perché era pericoloso in quanto potevano portare molte malattie infettive. Non esisteva neppure riconoscenza, in quanto venivano solo impartiti loro ordini senza gentilezza, anzi le si deridevano alle spalle e le si umiliavano alla prima occasione; quasi fossero oggetti nelle loro mani; da manipolare. E si era convinti di riuscirci, poiché tacevano sempre e obbedivano, infatti non si lamentavano mai e nessuno sapeva di loro persino; a mala pena si pensava a loro come persone. Denigrate e maltrattate, non avevano mai pensato di ribellarsi. Ma qualcosa stava per cambiare, grazie all’avvento del movimento di Martin Luther King e, soprattutto, di un punto di vista diverso e nuovo. Ma non è solo grazie ai neri simili a loro che queste donne ebbero giustizia. Sarà merito anche di alcune eccezioni tra i bianchi, di persone “buone”, che un rinnovamento mentale sociale sarà realizzabile. Infatti “The Help” ha il pregio di mostrare più sfumature e più sfaccettature dello stesso problema.

Innanzitutto il punto di partenza viene dal titolo, ossia il nome di un libro e di un articolo che una giovane giornalista rampante vuole scrivere, di rottura con le ipocrisie sociali vigenti. Ossia il primo passo è la denuncia e far sentire la propria voce, da parte di queste donne afroamericane; ma ancor prima deve esserci chi dà loro la possibilità di esprimere il proprio pensiero. In questo caso, nel film è Eugenia ‘Skeeter’ Phelan (alias Emma Stone). Dunque non tutti i bianchi sono razzisti o egoisti o superficiali. E non c’è solo discriminazione, umiliazione per queste domestiche da parte di altre donne bianche. Esistono alcune donne –ricche e benestanti- che sono buone d’animo, solidali, generose, semplici e umili, che trattano con bontà e paritarietà le domestiche; come Celia Foot (interpretata da Jessica Chastain), sempre gentile con tutti e anche lei vittima di denigrazione da parte delle altre nobili bianche perché ha rubato il fidanzato (ora suo marito) a una potente signora che ha un salotto in cui discute di cose futili e, soprattutto, dove paventa tutto il suo odio e ripudio per le donne nere. Si tratta di Hilly Holbrook (di cui veste i panni Bryce Dallas Howard), emblema per eccellenza della cattiveria miope e razzista dell’élite bianca locale che la snobba ed emargina. L’amicizia tra Celia e una domestica, Minny Jackson (Octavia Spencer) richiama specularmente quella tra due domestiche: la stessa Minny e Aibileen Clark (Viola Davis), che da poco ha perso per un incidente sul lavoro il suo unico figlio -a cui non è stato prestato alcun soccorso immediato-.

Quindi le domestiche diventano emblema della più ampia categoria di tutti i neri afroamericani. Questi casi di “contaminazioni benigne” tra bianchi e neri riescono e provano a sorgere, nonostante l’esplosività del contesto.

Infatti nel finale la situazione degenererà. Vi sarà, dapprima, il brutale assassinio di Medgar Evers, un attivista per i diritti degli afroamericani, a cui seguirono imponenti manifestazioni del Movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King; ma ciò dà il là a numerose domestiche afroamericane, che decidono finalmente di collaborare con ‘Skeeter’ al suo libro. Se questo permette la pubblicazione ed il successo di “The help”, dall’altro potrebbe essere la fine per le domestiche. Dopo Milly anche Aibileen viene licenziata, tra le lacrime della figlia che accudiva, Mae Mobley, a cui lei dirà: “sei carina, sei brava, sei importante”. Ma per loro sarà un nuovo inizio. Anche Aibileen deciderà di darsi alla scrittura, mentre Milly si era già vendicata con Hilly dandole un dolce condito con le sue feci a suo dire. Skeeter, però, non riuscirà a proteggere queste donne nere con l’anonimato, cambiando nomi e riferimenti, in quanto le loro identità saranno presto ben riconosciute.

Però da un male nascerà un bene, poiché loro si decideranno ad “alzare la testa”. Forse non è un caso, allora, che le canzoni incluse nella colonna sonora, vi è compreso un brano scritto e interpretato da Mary J. Blige appositamente per il film e che ha ottenuto una candidatura al Golden Globe per la migliore canzone originale. Si tratta di “The living proof”, ovvero che -tradotto dall’inglese- significa “la prova vivente”. Le domestiche afroamericane sono la prova vivente e concreta che un cambiamento è possibile e dell’esistenza reale della discriminazione razzista da parte dei bianchi (che non è un’invenzione); sono la prova vivente stessa in persona, in quanto sono l’incarnazione della dura prova cui la vita stessa le ha sottoposte prima del riscatto, della rivincita e della rivalsa. Molto bello il fatto che si guardi al connotato positivo di tutta la vicenda, ossia al “the help”, l’aiuto -materiale e morale- dell’invito a parlare, alla denuncia e della solidarietà di un aiuto solidale sincero e reciproco, anche con alcune donne bianche come Celia.

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