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Opinioni e commenti
 

Trump sposta l’ambasciata Usa a Gerusalemme
Pubblicato il 06-12-2017


gerusalemme

Non una presa di posizione politica quanto la constatazione di “una realtà storica e attuale”. Così, nel confermare che nelle prossime ore il presidente degli stati Uniti Donald Trump riconoscerà Gerusalemme quale capitale di Israele, fonti senior dell’amministrazione americana spiegano la svolta. La decisione frutto di una promessa avanzata da tempo e che il presidente Trump insiste vada mantenuta. Molti leader europei e arabi hanno cercato di convincere Trump che una mossa del genere aumenterà la tensione e complicherà le future trattative di pace: Gerusalemme è sede di diversi importanti luoghi sacri alle tre principali religioni monoteiste al mondo, è divisa dalla fine della Seconda guerra mondiale e anche i palestinesi la reclamano come futura capitale del loro stato. Nell’immediato la decisione di Trump ha ottenuto il risultato di rimettere al centro del dibattito mondiale il conflitto irrisolto fra israeliani e palestinesi, scivolato molto più in basso di qualche anno fa nella scala delle priorità della comunità internazionale.

Così si conferma anche l’avvio dell’iter per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che non avverrà però nell’immediato, bensì si tratta di un processo destinato a spalmarsi negli anni. Di sicuro per i prossimi sei mesi almeno la sede diplomatica resterà ancora a Tel Aviv, per disposizione dello stesso presidente. E le fonti della Casa Bianca che confermano lo strappo – dopo che lo stesso Trump aveva effettuato una serie di telefonate con leader internazionali, a partire dai diretti interessati il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen – insistono nel sottolineare che si tratta quasi di una ‘constatazione dell’ovvio’, sganciata tra l’altro dal processo di pace su cui l’amministrazione Usa esprime immutata determinazione. “A lungo la posizione degli Stati Uniti ha mantenuto questa ambiguità, o mancanza di riconoscimento che in qualche modo potesse avanzare il processo di pace – rimarcano fonti senior dell’amministrazione -. Sembra chiaro adesso che la posizione fisica dell’ambasciata non costituisca oggetto dell’accordo di pace. Quindi, dopo aver provato questa strada per 22 anni, una constatazione della realtà rappresenta un cambiamento importante”.

Rispetto alle possibili reazioni all’annuncio poi la Casa Bianca riconosce che “alcune parti” potrebbero reagire negativamente. Non entra in dettaglio ma ammette che il piano non è completo, “ci stiamo lavorando”, sostenendo che “c’è il tempo per metterlo a punto e valutare quali sono le sensazioni dopo che questa notizia verrà elaborata”. Nell’immediato però montano i timori per possibili manifestazioni di protesta e disordini, al punto che lo stesso Consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme ha diramato un comunicato in cui invita il personale americano, i loro familiari e in più in generale i cittadini americani, ad evitare spostamenti non essenziali in parti della città e in Cisgiordania in vista di possibili manifestazioni. Mentre è stato anche deciso il riposizionamento di un piccolo gruppo di truppe americane, per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini.

“Qualsiasi mossa che potrebbe far deragliare la possibilità di rilanciare i negoziati” in Medio oriente, “ad esempio attorno a Gerusalemme, sarebbe dannosa, in termini immediati e in prospettiva” ha commentato l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini.

Redazione Avanti!

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Commenti all'articolo
  1. L’ennesima scriteriata decisione di un pazzo furioso. Trump getta il fiammifero sulla polveriera del mondo con un gesto inutile e pericoloso. Un presidente americano che prende ordini da figlia e genero non si era mai visto.

  2. “È ora di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come la capitale di Israele”. L’annuncio di Donald Trump è tra i temi di apertura di quasi tutti i giornali in Italia. “Il dado è tratto: le conseguenze potenzialmente esplosive” scrive il Corriere. Per Repubblica, si tratta di “un debito pagato con la destra”. Secondo La Stampa, l’annuncio “da una parte rischia le reazioni violente sul terreno, ma dall’altra apre anche potenzialmente la porta ad un’intesa”. E questo perché, si legge, consente a Trump “di chiedere in cambio concessioni allo Stato ebraico”. Numerosi gli approfondimenti e le opinioni che sono pubblicate sulla stampa nazionale. Intervistato dal Corriere, lo scrittore israeliano Etgar Keret esprime contrarietà: “Trump e Gerusalemme non c’entrano nulla con i problemi reali. È aria calda: il ruolo di presidente dipende anche dallo spessore della persona e Trump ha dimostrato di essere un peso piuma. Intacca i simboli, non la realtà”. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, la soluzione del conflitto israelo-palestinese con due Stati divisi da confini concordati, il ruolo prioritario dell’Arabia Saudita nel superamento della crisi secolare arabo-israeliana. Tre tasselli che hanno genesi diverse, scrive il direttore della Stampa Maurizio Molinari, “ma descrivono la scommessa dell’inquilino dello Studio Ovale”. Fiamma Nirenstein, sul Giornale: “Giustizia dopo anni di risoluzioni persecutorie”. Giuliano Ferrara, sul Foglio: “Il trasferimento dell’ambasciata americana nella capitale di Israele, decisione del Congresso, è una risposta alla storia e a molti nemici”. Lunghezza d’onda differente per Wlodek Goldkorn, che questo dice di Gerusalemme su Repubblica: “Impossibile unirla, impossibile dividerla. Resta solo da sperare nell’intervento dell’Onnipotente ma anche lui può mettersi di traverso, causa eccesso di emozioni e interpretazioni degli umani”. Più duro Michele Serra, nella sua quotidiana Amaca: “Si trattasse solamente di essere arroganti, ci saremmo anche abituati. Qui lo sgomento ha qualità diversa: si sospetta il gesto di un grosso scemo, e se l’arroganza è componente distintiva di tutti i poteri, o quasi, la scemenza aggiunge elementi di rischio imponderabili”. Forti perplessità infine dalla Testimone della Shoah Edith Bruck, che al Mattino dice: “Un atto totalmente irresponsabile che potrebbe produrre un nuovo rafforzamento dell’Isis unificando tutto il mondo arabo in funzione anti-israeliana”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  3. Giornata di scontri e tensione ieri in Cisgiordania, si legge su Pagine Ebraiche.. Decine di feriti, mentre Hamas chiama a raccolta i palestinesi reclamando la necessità di una nuova Intifada. E da Gaza i terroristi islamici al governo della Striscia lanciano razzi Kassam verso Israele. “Cosa capiterà nelle prossime ore? È possibile una terza Intifada, dopo quella ‘delle pietre’ nel 1987 e quella ‘delle bombe’ agli inizi dello scorso decennio? Tante volte negli ultimi anni israeliani e palestinesi si sono posti queste domande. E ora, come nel passato, le risposte restano estremamente variegate. Certamente – scrive il Corriere – le piazze di Cisgiordania e Gaza sono in subbuglio”.Molto sollecitati, in queste ore, autori e scrittori israeliani. Assaf Gavron a Repubblica dice: “II riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte di un presidente razzista e che ha strizzato l’occhio a gruppi neonazisti come Donald Trump era proprio l’ultima cosa che a noi israeliani serviva”. Più cauto Amos Oz, che al Corriere dice: “Non ho ben compreso i motivi che hanno spinto Donald Trump a fare questa dichiarazione su Gerusalemme. Non capisco se è dettata più da considerazioni di ordine internazionale, oppure di politica interna americana”.
    Diversa la posizione di Fiamma Nirenstein, che sul Giornale riflette: “La minaccia nazionale e internazionale sembrano essere le uniche parola che i palestinesi conoscano. Ma è stata la continua strategia della minaccia, del sostegno alla delegittimazione e al terrorismo, che ha finalmente portato alla svolta del riconoscimento di Gerusalemme”. Mentre Claudio Cerasa, direttore del Foglio, propone di fare di Israele un “patrimonio dell’umanità”.

  4. Mentre il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si prepara ad incontrare i leader dell’Ue in Europa – il francese Macron per primo -, le tensioni in Israele e nei territori palestinesi continuano ad essere alte. Da dopo l’annuncio del Presidente Usa Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele di mercoledì scorso, migliaia di palestinesi – si legge su Pagine Ebraiche – sono scesi in strada per protestare e sono scoppiate le violenze e gli scontri con le autorità israeliane. “A manifestare sono tre o quattromila giovani, ben poco rispetto ai circa tre milioni e settecentomila palestinesi residenti tra Gaza, Gerusalemme est e Cisgiordania. – la ricostruzione di Lorenzo Cremonesi sul Corriere – Eppure, i bilanci delle vittime sono in crescita. Nelle ultime 24 ore sono rimaste ferite 270 persone. I morti pare siano quattro, tutti di Gaza”. Cremonesi spiega che, sotto la pressione delle manifestazioni, il leader palestinese Mahmoud Abbas ha deciso di non incontrare il vicepresidente americano Mike Pence e accusa Washington di non essere più un partner imparziale per i negoziati di pace. D’accordo con Abbas, Munir Maqdah, leader di Fatah in Libano, che, intervistato da Repubblica, invita – per il momento – i palestinesi a manifestare pacificamente “senza ricorso all’uso delle armi”. Ma dal Libano arrivano anche le parole minacciose del comandante delle milizia irachena Asaib Ahl al-Haq che dal confine nord di Israele, proclama: “Siamo qui pronti alla lotta per la causa palestinese e contro l’occupazione israeliana: liberemo Gerusalemme”. La Stampa a riguardo parla di minaccia sciita e spiega che “il premier Netanyahu ha sentito l’esigenza di ricompattare l’alleanza con gli Stati arabi sunniti”, prima di partire per l’Europa ma alle spalle si lascia anche le proteste contro di lui e contro le indagini che lo coinvolgono per casi di corruzione.

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