sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Usa e Cina alzano i tassi, Bce non cambia
Pubblicato il 14-12-2017


Draghi-BCELa Fededal Reserve, ieri, ha alzato i tassi di interesse di un quarto di punto  portandoli all’1,50% come era già stato preannunciato. Si tratta della terza stretta dell’anno e la quinta ed ultima durante la presidenza di Janet Yellen.
Per il prossimo 2018,   la Fed prevede tre nuovi aumenti dei tassi di interesse, secondo quanto è emerso al termine della riunione della banca centrale statunitense. La Fed ha confermato così le sue stime di settembre sul numero di strette per il prossimo anno, anche se gli analisti non hanno escluso la possibilità di un quarto rialzo.

La Banca Centrale americana ha rivisto al rialzo le stime di crescita per gli Stati Uniti nel 2018 al 2,5% dal 2,1% previsto in settembre. Sono state riviste al rialzo anche le stime per il 2019, quando il Pil dovrebbe crescere dell’1,9-2,3% rispetto all’1,7-2,1% stimato in settembre. Naturalmente, la Fed ha rivisto al ribasso le previsioni sul tasso di disoccupazione, stimato al 3,7-4,0% nel 2018 rispetto al 4,0-4,2% di settembre.
Nella sua ultima conferenza stampa nelle vesti di numero uno della Fed, Janet Yellen ha affrontato il tema delle criptovalute, definendo il Bitcoin un asset altamente speculativo: “Il Bitcoin, in questo momento, riveste un ruolo molto limitato nel sistema dei pagamenti. Non è una fonte stabile di valore e non rappresenta una offerta legale. E’ un asset altamente speculativo”.

Yellen ha anche tenuto a precisare che la Banca centrale Usa non ha alcuna intenzione di creare una propria moneta digitale, almeno nel breve periodo: “Non è qualcosa che la Federal Reserve sta seriamente considerando in questo momento. Sebbene guardiamo alle ricerche sul caso, ci sono a mio avviso benefici limitati con la sua introduzione, una necessità stessa limitata e alcune preoccupazioni notevoli”.
Yellen ha anche affermato che il rischio Bitcoin sulle istituzioni finanziarie Usa è limitato, anche in caso di calo dei prezzi della criptovaluta.

La Banca centrale cinese (Pboc)  ha risposto al rialzo di 25 punti base dei tassi d’interesse deciso ieri dalla Federal Reserve, aumentando dello 0,05%, fino al 3,25%, il tasso di pagamento dovuto sui prestiti erogati a un anno, con un margine analogo ritoccato all’insù anche per i tassi sulle riserve bancarie. La reazione della Pboc alle forze di mercato non ha toccato però il tasso di riferimento sui prestiti a società e retail, nonché quello sui depositi.

Invece, nell’area euro, i tassi di interesse restano sempre bloccati ai minimi storici. Come ampiamente atteso, la banca centrale europea ha confermato a zero il tasso sulle principali operazioni di rifinanziamento, allo 0,25 per cento quello sulle operazioni marginali e al meno 0,40 per cento il tasso sui depositi che le banche commerciali parcheggiano presso la stessa istituzione.
Dato che questi livelli vengono da tempo legati a doppio filo con la generale linea monetaria ultra espansiva, l’eventualità di variazioni non era nemmeno ipotizzata. In realtà dal Consiglio direttivo non erano attesi provvedimenti di sorta, dato che lo scorso ottobre ha già deciso le modalità di quella che definisce “ricalibrazione” degli stimoli monetari. La parte più rilevante è che da gennaio il ritmo mensile del programma di acquisti di titoli (QE) verrà dimezzato a 30 miliardi di euro.

La Banca centrale europea ha consistentemente rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’area euro. Ora per quest’anno i tecnici dell’istituzione pronosticano un più 2,4%, sul 2018 un più 2,3%, un più 1,9% nel 2019 ed 1,7 per cento nel 2020. Nelle stime diffuse tre mesi fa indicavano rispettivamente 2,25 sul 2017, 1,8% sul 2018 e +1,7 per cento sul 2019.

Nella consueta conferenza stampa esplicativa, al termine del Consiglio Direttivo svoltosi a Vienna, il presidente Mario Draghi ha affermato: “In generale le notizie sulla crescita sono molto positive. L’area euro sta assistendo una forte espansione economica mentre le prospettive di crescita hanno mostrato un significativo miglioramento. I dati più recenti e i risultati delle ultime indagini congiunturali indicano il protrarsi della dinamica espansiva nella seconda metà dell’anno. Le nostre misure di politica monetaria hanno agevolato il processo di riduzione della leva finanziaria e seguitano a sostenere la domanda interna. I consumi privati sono sospinti dall’incremento dell’occupazione, che a sua volta beneficia delle passate riforme del mercato del lavoro, e dall’aumento della ricchezza delle famiglie. L’espansione degli investimenti delle imprese continua a essere sostenuta da condizioni di finanziamento molto favorevoli e da miglioramenti della redditività delle imprese. Si sono rafforzati anche gli investimenti nel settore delle costruzioni. In aggiunta, la ripresa generalizzata a livello globale stimola le esportazioni dell’area dell’euro”.

Come già nella riunione precedente, Draghi ha spiegato che le pressioni sui prezzi rimangono al momento muted e che il trend inflazionistico farà registrare un lieve ribasso prima di tornare al rialzo a causa soprattutto dell’effetto base delle componenti volatili, cioè energia e cibo. L’inflazione dovrebbe comunque beneficiare nel lungo periodo da quella che appare come una crescita sempre più sostenuta e diffusa.
Nella conferenza stampa, Draghi ha anche dichiarato: “Siamo più fiduciosi di due mesi fa sul fatto che raggiungeremo i target. È chiaro che il rafforzamento dell’economia è la base su cui si chiuderà l’output gap e si otterrà un ulteriore miglioramento del mercato del lavoro. E alla fine gli stipendi nominali rifletteranno il miglioramento del mercato occupazionale. Anche se la parola d’ordine resta prudenza perché rispetto alla altre riprese economiche del passato, la risposta degli stipendi al miglioramento dell’economia è molto, molto più lenta”.

Con riferimento alle decisioni della Federal Reserve, Draghi ha commentato: “La differenza nelle decisioni di politica monetaria e dunque nelle decisioni su tassi di interesse prese sull’altra sponda dell’Atlantico riflettono posizioni diverse nella ripresa economica. Sebbene il ritmo di crescita sia ora più forte in Europa che negli Usa, negli Usa lo stadio della ripresa economica è più avanzato e questo si riflette soprattutto a livello di occupazione e salari. Quindi le diverse politiche monetarie riflettono le differenze nelle due giurisdizioni. Posso dire che non abbiamo riscontrato alcun impatto negativo sull’economia dell’eurozona scaturita da questa divergenza di politica monetaria”.
Finalmente, sembrerebbe ritornato il percorso ‘virtuoso’ dell’economia dopo un lungo periodo di ‘vacche magre’.

Salvatore Rondello

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