Il pensiero progressista e l’involuzione del movimento femminista

micromegaMicroMega n. 8/2017 riporta alcuni testi di un dibattito, svoltosi un Germania, a seguito della pubblicazione di un libro collettaneo dal titolo, un po’ ermetico per i non addetti ai lavori, “Riflesso di morso. Critica dell’attivismo queer, delle nostalgie autoritarie, delle censure”, edito da Querverlag (il primo editore di libri lesbico-gay della Germania). Il libro, pubblicato all’inizio dell’anno scorso, ha avuto la capacità, informa il presentatore (c.s.) della sezione della rivista MicroMega dedicata all’argomento, “di uscire dalla scena queer-femminista cui era destinato, per finire sulla pagine culturali dei maggiori giornali tedeschi”.

Il curatore del libro, Patsy l’Amour laLove (pseudonimo di un ballerino professionista, ricercatore e attivista del movimento femminista di Berlino) “spiega – afferma il curatore di MicroMega – che il titolo nasce dal fatto che nella scena queer si sta diffondendo una sorta di ‘riflesso’ che induce ad attaccare, a ‘mordere’ appunto, in maniera automatica e incontrollata chiunque metta in discussione alcuni di quelli che sono diventati dei veri e propri dogmi”, in fatto di queer-pensiero; ciò avrebbe determinato, nell’ambito accademico dei “gender studies” (le cattedre istituite presso le Università di Berlino e Friburgo all’inizio degli anni Novanta, per lo studio degli effetti delle forme di rappresentazione di genere) e in quello dell’attivismo queer-femminista un atteggiamento di chiusura tale – secondo il curatore di MicroMega – “da impedire a coloro che vengono definiti ‘privilegiati’ (per antonomasia i maschi bianchi eterosessuali) di prendere la parola”. Il libro, quindi, curato da Patsy l’Amour laLove, ha messo “a rumore il bosco” del movimento femminista, provocando reazioni aggressive, “fino a vere e proprie minacce rivolte al curatore e ai vari autori, accusati di razzismo, omofobia e transfobia”.

A dimostrazione della “vivacità” e dell’interesse suscitato dal dibattito, MicroMega riporta tre testi apparsi in tre sedi diverse; nel primo, dello storico Vojin Saša Vukadinović, i “gender studies” vengono accusati di aver abbandonato la causa femminista e di essersi arroccati dietro posizioni indentitarie, ovvero d’esser passati da una rivendicazione di diritti dei neri, delle donne e, in generale, di tutti i “diversi” (dei queers appunto, che in lingua inglese significa diversi e che, nella terminologia queer-femminista, sono espressi dall’acronimo LGBT, per indicare Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), a una rivendicazione di identità, per cui è il fatto stesso d’essere oggetto di una discriminazione, in quanto nero, donna o diverso, a fondare il diritto di rivendicare.

Lo slittamento dei “gender studies”, dalla rivendicazione dei diritti a quella del riconoscimento identitario, ha spinto, secondo Vukadinović, il movimento queer-femminista addirittura ad allungare l’acronimo tradizionale (LGBT), sostituendolo con quello ritenuto più inclusivo LGBTQI+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queers ed altri ancora, ‘+’).

Le critiche di Vukadinović sono state rivolte, in particolare, a Judith Butler, la più importante esponente dei “gender studies”; ella, assieme alla collega Sabine Hark, ha risposto alle critiche con un articolo sul settimanale “Die Zeit” (riportato come secondo testo da MicroMega), il cui obiettivo però è stato quello di rivolgere una critica alla storica rivista femminista tedesca “Emma”. Il terzo testo, riportato da MicroMega sull’evoluzione del pensiero del movimento femminista, è la risposta di Alice Schwarzer, pubblicata sempre su “Die Zeit”, nella quale la fondatrice e direttrice di “Emma” accusa la Butler e i “gender stusies” di aver scambiato “i propri giochi mentali per la realtà”, sostenendo che ogni “esser umano può essere, qui e ora, quello che sente di essere”, per cui “non deve necessariamente scegliere fra due generi, poiché in ultima analisi esistono diverse varietà e sfaccettature dell’identità di genere: basta essere queer”.

In conclusione, secondo il curatore delle sezione di MicroMega, si è trattato di un dibattito che, per le implicazioni degli argomenti trattati, “dalla scena dei gender studies e dall’attivismo queer” si è allargato “fino a coinvolgere il pensiero progressista di sinistra in generale, imponendo un’inevitabile scelta fra diritti e identità”.

La deriva del movimento femminista, dal rivendicazionismo dei diritti all’identitarismo, è dovuta, secondo Vukadinović, al cambiamento di significato del paradigma del gender, che da espressione biologista del “segno corporeo” della donna è diventato una sua espressione non essenzialista, ovvero “non biologista”; una deriva che – afferma Vukadinović – ha avuto l’effetto di radicare l’assunto che “i generi – sia sociali che biologici – sarebbero ‘costruiti’”, nel senso che essi sarebbero “sempre determinati da presupposizioni e trasmessi esclusivamente attraverso la cultura”. In altre parole, dietro di essi non esisterebbe “nessuna natura, nessuna realtà”.

Al di là del dibattito, tutto interno al movimento femminista più radicale, è interessante chiedersi quali siano gli effetti sociali della deriva del movimento di liberazione della donna, passato dal rivendicazionismo dei diritti all’identitarismo. Una risposta possibile all’interrogativo potrebbe essere ricavata dall’articolo di Nancy Frazer “Come il femminismo divenne ancella del capitalismo”, uscito sul giornale inglese The Guardin nel 2013 e pubblicato in traduzione su MicroMega-on line dello stesso anno. L’autrice, filosofa e teorica femminista statunitense, sostiene che, con l’identitarismo, il movimento per la liberazione della donna si è “avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti”, nella costruzione di una società fondata sulla logica del libero mercato; ciò, sarebbe avvenuto secondo la Frazer, a causa del fatto che l’identitarismo è stato strumentalizzato dall’ideologia neolibersita in senso individualista.

Originariamente, la prospettiva del movimento femminista, fondato sulla rivendicazione, dei diritti, mirava a valorizzare la cura e la solidarietà umana, non a ridurre la donna a mero soggetto, senza alcun riferimento alla sua natura biologica e indipendentemente dal ruolo da essa svolta nella realtà sociale nella quale vive. Ciò ha reso possibile che il capitalismo welfarista del secondo dopoguerra fosse sostituito da una forma innovativa di capitalismo, fondato sulla restrizione dei diritti sociali acquisiti. In tal modo – afferma la Frazer – il movimento femminista è diventato “ancella del capitalismo contemporaneo”; ovvero, con l’identitarismo, il movimento femminista è passato dal perseguimento dell’obiettivo dell’emancipazione di genere, attraverso la democrazia partecipativa e la solidarietà, al perseguimento dell’obiettivo, ritenuto proprio del maschio eterosessuale, dell’autonomia individuale, fondata sulla diversificazione delle possibilità di scelta, sull’aumento delle possibilità di carriera e sull’approfondimento meritocratico.

In conseguenza di ciò, il movimento femminista è approdato a una prospettiva di liberazione della donna compatibile con una trasformazione della società in senso neoliberista-individualista, non perché le donne siano state “vittime passive di seduzioni neoliberiste”, ma perché, con la tendenza all’identitarismo del loro movimento, hanno direttamente contribuito a consolidare l’egemonia dell’ideologia neoliberista”, le cui conseguenze si sono direttamente collegate allo smarrimento del ruolo sociale del genere donna.

La lotta per la liberazione della donna, invece che concentrarsi sulla opposizione alle iniquità causate dal funzionamento del sistema sociale, così intensamente centrato sui valori del paternalismo tradizionale, sulle disuguaglianze “non economiche” (come per esempio quelle connesse alla violenza domestica o alla violenza sessuale) ha preferito concentrarsi sul tema dell’“identità di genere” e su quello della non essenzialità del suo “segno corporeo” e del suo ruolo sociale, a scapito delle questioni che riguardano la liberazione della società da ogni sorta di situazione anomala, quale l’ingiustizia distributiva, l’instabile funzionamento del sistema economico o lo squilibrio tra le varie classi di età della popolazione.

Le critiche e il rifiuto della cultura patriarcale sono certamente state delle giuste e fondate rivendicazioni del movimento femminista, ma la deriva in senso identitario ha affievolito le istanze di rinnovamento del modello tradizionale di divisione sociale del lavoro. Le istanze rivendicative del movimento femminista doveva avere lo scopo di correggere tale modello, mentre lo smarrimento del ruolo delle donne ha dato luogo al loro ingresso nel mercato del lavoro; l’effetto è stato quello di creare un nuovo “esercito industriale di riserva”, che ha abbassato il livello di rimunerazione del lavoro di tutti. In tal modo, le donne, che prima erano vessate all’interno delle mura familiari, ora lo sono anche all’interno del mercato del lavoro: prima erano oppresse dal mondo patriarcale domestico, ora dalla svalutazione del lavoro e dalla precarietà occupazionale.

Il femminismo-queer si è ridotto a rivendicare una indifferenziazione di genere che ha consentito un’intercambiabilità dei ruoli sociali, incentivando, oltre che il peggioramento salariale di tutti, anche la devalorizzazione dell’essere specifico del genere donna (quello di essere progenitrice) e trasformando la differenza del “segno corporeo” di genere-donna in una differenza biologica ritenuta di natura culturale e “costruita” e perciò cambiabile.

Le conseguenze sono l’indisponibilità della donna alla procreazione, che ostacola il successo, la carriera e l’indipendenza economica, facendo diventare la gravidanza un privilegio esclusivo della classi sociali più agiate, a discapito di quelle meno abbienti, le cui coppie sono costrette a rimandare continuamente la maternità in attesa della stabilità economica. L’avere figli è diventato un privilegio e un lusso delle classi agiate, mentre le donne in menopausa, non più in grado di procreare, possono soddisfare il desiderio di un figlio ricorrendo alle cliniche specializzate; cosicché, come viene affermato, la maternità surrogata diviene l’obiettivo finale della liberazione della donna.

La crisi attuale offre la possibilità al movimento femminista di tornare a collegarsi con la visione di una società solidale; innanzitutto, lottando per realizzare una forma di vita che non metta al centro l’aspirazione all’autonomia economica, ma valorizzi le attività che producono “valore d’uso”, tra cui, ma non solo, il lavoro di cura e solidaristico; inoltre, rinunciando ad ogni pretesa identitaria, per rendere più efficace la lotta contro un ordine sociale fondato su valori culturali patriarcali.

Infine, il femminismo dovrebbe orientare il proprio impegno verso l’affermazione di una democrazia partecipativa, da intendersi come mezzo per rafforzare i poteri pubblici, perseguire finalità di giustizia e promuovere il concorso dei diversi generi verso la realizzazione di un equilibrato funzionamento del sistema sociale: ciò, poiché un’instabile e disfunzionale organizzazione del vivere insieme è causa di una frustrante esistenzialità per tutti.

Gianfranco Sabattini

Nicola Capria, una vita per il riscatto delle popolazioni meridionali

Nacque a  San Ferdinando di Rosarno, piccolo comune calabro sul Golfo di Gioia Tauro, il 6 novembre del 1932, ed ivi trascorse gli anni dell’infanzia. Si trasferì poi a Messina, dove compì interamente il corso degli studi, fino al conseguimento della laurea in Legge. Giovanissimo ancora, aderì al PSI. Nella città del Faro il socialismo aveva svolto già dalla fine dell’800 una positiva azione di risveglio degli strati popolari, grazie all’impegno di uomini di forte tempra come Francesco Lo Sardo, Nicola Petrina, Giovanni Noè, la cui lotta si era principalmente indirizzata contro una classe dirigente fortemente conservatrice e maestra di trasformismo. Il Psi aveva articolato la propria presenza in diversi comuni, organizzando contadini e artigiani, e nel capoluogo anche un buon numero di marittimi, e diffondendo il proprio messaggio attraverso le pagine de “Il Riscatto”. La città e l’entroterra avevano dato all’antifascismo figure adamantine e di grande fede nella libertà e nel progresso, la cui espressione massima era stato il martirio di Lo Sardo. Su questo solco si era incamminato il partito a partire dal ’43, riprendendo l’attività propagandistica e organizzativa. Capria a norma di Statuto fece prima parte della FGS, poi entrò nel partito, tra gli adulti. I dirigenti compresero subito le sue doti: era un giovane vivace, intelligente, colto, e per questo lo valorizzarono designandolo a posti di responsabilità. Capria fu infatti segretario di sezione, consigliere comunale e poi capogruppo, e lavorò con Vincenzo Gatto, Gaetano Franchina e altri, contribuendo alla nascita di nuove sezioni e alla crescita degli iscritti. Sposò intanto Gabriella Molè, docente di lingua cinese antica nell’Università di Roma e sinologa illustre, figlia del prof. Enrico Molè, uomo politico e di governo nel primo e nel secondo dopoguerra. Nel 1967 il partito e l’elettorato gli dimostrarono forte legame e stima, eleggendolo deputato all’ARS. La sua presenza all’Assemblea lasciò importanti segni, sicchè il partito lo ripresentò nelle successive elezioni  eleggendolo con larga messe di voti. Nel 1971 venne eletto  Assessore regionale all’Industria e  nel successivo anno vice-presidente della Regione.

La sua  azione risultò in quegli anni largamente positiva: tra l’altro egli concluse un accordo con l’Algeria per la costruzione del gasdotto che da quella terra africana avrebbe portato il metano in Sicilia e un accordo con l’ URSS per la costruzione del gasdotto, di cui, essendo ancora in carica, vide realizzata la prima parte. Nel 1974 venne eletto segretario regionale del PSI. Due anni dopo fu tra i principali sostenitori della cosiddetta svolta del Midas, per la quale Bettino Craxi assunse la guida del partito subentrando a Francesco De Martino, e il partito, rinnovandosi profondamente, si collocò vie più sulla strada della collaborazione con la DC con l’obiettivo, difficile da raggiungere e poi non raggiunto, della supremazia nella sinistra.

Da quel momento la sua attività si trasferì a livello nazionale. Eletto nel 1978 componente della Direzione nazionale del partito, lasciò l’ARS non senza avere prima ottenuto l’approvazione della legge sul turismo, che prevedeva tra l’altro la edificabilità lungo le coste solo oltre i 150 metri dalla battigia. Si dimise anche dalla carica di segretario regionale del PSI, e da allora svolse  interamente la propria attività a Roma. Deputato nazionale  dalla  VII alla XI Legislatura, fu Ministro per il Turismo, poi Ministro per la Cassa per il Mezzogiorno, Ministro per il Commercio estero e successivamente Ministro per la Protezione civile. Furono anni densi di impegni ed estremamente fruttuosi. Nel 1985, in qualità di Ministro per il Commercio estero, promosse un accordo con il Governo cinese per la costruzione in quel paese di  una fabbrica di veicoli leggeri della IVECO. In quegli anni, però, il mondo politico cominciò a essere scosso  da “mani pulite”, nella quale si esprimeva la questione morale relativa al mondo politico, per i tanti episodi di corruzione di cui erano protagonisti uomini di governo e parlamentari, appartenenti ai partiti di governo, e inoltre uomini d’affari.

Anche Nicola Capria incappò nella rete di inchieste, sospetti, processi. Nel gennaio del ’94, l’anno nel quale la questione morale fu centralissima nella vita nazionale e si estese investendo anche alcuni rappresentanti del PSI, egli venne  raggiunto da un “avviso di garanzia” per “concorso esterno in associazione mafiosa” in relazione alla vicenda Sirap. Dal processo emerse però la sua estraneità ai fatti in questione, di conseguenza egli venne assolto con formula piena. Capria era rimasto però colpito per l’accanimento della stampa, la facilità dei giudizi espressi con superficialità estrema, l’atmosfera che ormai si respirava anche all’interno del partito. Profondamente turbato, decise perciò di abbandonare completamente la vita politica, e tenne ferma questa decisione, resistendo alle molte sollecitazione di segno contrario, fino alla morte, avvenuta  il 31 gennaio del 2009. Esprimendo con parole semplici e con viva commozione i sentimenti dei socialisti, che erano anche di una vastissima area pollitica, Giovanni Palillo, allora segretario regionale del PSI, affermò: ”E’ morto un uomo giusto, un socialista, un uomo che ha dedicato tutta la vita al riscatto delle popolazioni meridionali. I socialisti siciliani lo ricorderanno sempre come politico di grande spessore umano….”.

 Giuseppe Miccichè

Gentiloni uomo della Provvidenza?

Il Pd per ora non arresta la sua decrescita, tutt’altro che felice anche per i suoi alleati, costante e progressiva, che si sviluppa settimana dopo settimana e viene così certificata in tutti i sondaggi. Oggi la sua percentuale oscilla tra il 22 e il 23 per cento, contro il 41 ottenuto alle europee del 2014 e il 25 alle politiche del 2013 con Bersani segretario. Gli errori si pagano a caro prezzo in politica e mai come oggi in modo così rapido e impietoso. La comunità della protesta e del rancore non perdona. Renzi ha compiuto tre errori: volersi sostituire a Letta in modo tutt’altro che urbano e per di più con un gruppo di coetanei per dimostrare la validità della sua teoria della rottamazione, avere preferito la Mogherini, prima alla Bonino come ministro degli Esteri poi a D’Alema come commissaria europea, aver bocciato Amato come presidente della Repubblica, il candidato che gli avrebbe permesso di mantenere in vita il patto del Nazareno e di affrontare il referendum costituzionale con qualche margine di possibilità di vittoria.

Erano cose semplici da capire. Un governo, con un principiante a capo, lo si compone con figure di grande esperienza, forse D’Alema alla Commissione avrebbe reso meno invasiva la scissione e il Patto del Nazareno meno illusoria la prevalenza del Sì il 4 dicembre del 2016. Eppure il governo Renzi ha fatto anche buone cose. Credo che il jobs act e la buona scuola siano leggi coraggiose e positive anche se con qualche necessità di modifica, come pure l’impulso dato all’approvazione di leggi di libertà (le unioni civili, il divorzio breve, il biotestamento) che l’Italia attendeva da anni. E se oggi il Pil é ripartito, se nel 2018 le previsioni parlano di un quasi due per cento di aumento, qualche merito il suo governo ce l’ha.

Eppure solo a Gentiloni, nuova anima pulsante del consesso democratico, l’uomo preferito dagli italiani, vengono concessi crediti. Forse perché é l’anti Renzi come personaggio. Riservato quanto l’altro era ciarliero, rispettoso quanto l’altro era invadente, moderato quanto l’altro era esplosivo. Gentiloni non ha promesso l’America. Ma solo una vacanza a Rimini. E l’Italia, che con Renzi si era abituata a illusioni di viaggi interplanetari, gli ha creduto. Forse se non ci fosse stato Renzi non ci sarebbe neppure Gentiloni. Non solo perché fu Renzi a riscoprirlo togliendolo dal dimenticatoio e dal suo incipiente coinvolgimento nella renziana rottamazione, ma anche perché oggi si può apprezzare le sue caratteristiche solo paragonandole a quelle di quell’altro.

Si vocifera per questo di una campagna elettorale per produrre l’effetto Gentiloni, relegando Renzi in un ruolo marginale. Non so se sarà possibile considerando il carattere di quest’ultimo, ma non vorrei che la campagna del centro-sinistra si limitasse ad un pur doveroso elenco di cose fatte. Le elezioni politiche si vincono parlando del futuro. E dicendo quel che si intende fare per il quinquennio seguente. Anche perché da fare c’é tanto. Soprattutto sul tema del momento e cioè il lavoro e prima ancora la decantata imprescindibile riforma fiscale. Oggi Nicola Rossi, rinverdendo teorie già note di Milton Freedman e Anthony Atkinson, sostiene la possibilità di introdurre una flex tax al 25% assieme a un unico reddito vitale e a una riforma del welfare in cui paghino i ricchi. Rossi é storicamente economista vicino al Pd. Si misuri su questo terreno il centro-sinistra. E lasci stare Grillo e Di Maio, evitando di inseguirli nella loro deleteria demagogia…

Fmi: accelera la crescita globale. Bene l’Italia

PilLa crescita globale è in accelerazione dal 2016 e “tutti i segnali indicano che il rafforzamento continuerà quest’anno e il prossimo” e per questo “dovremmo essere incoraggiati ma non interamente soddisfatti”. Presentando per la prima volta a Davos – dove domani prenderà il via la 48ma edizione del World Economic Forum – l’aggiornamento al ‘World Economic Outlook’, la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha voluto prima di tutto segnalare i “motivi di preoccupazione” che ancora emergono se si guarda al medio termine, rinnovando il consueto invito a “riparare il tetto mentre splende il sole”, cioè a sfruttare la finestra di opportunità data dalla ripresa per portare avanti riforme strutturali, con una variazione a tema. “Qui si spazzano le strade quando ha smesso di nevicare”, ha chiosato riferendosi alla coltre bianca che oggi copre la località sciistica svizzera, dopo aver lanciato l’invito a non seguire alla lettera le indicazioni del celebre aforisma di William Blake: “Nella semina impara, nel raccolto insegna, e in inverno godi”. L’Fmi ha alzato di due decimali le stime di crescita del Pil globale per il prossimo biennio: l’economia mondiale si espanderà dunque al ritmo del 3,9% sia nel 2018 che nel 2019. Ma anche quelle sulla crescita dell’economia dell’eurozona, data su un passo del +2,2% quest’anno e del 2% nel prossimo. Cifre, queste ultime, ritoccate verso l’alto di tre decimi di punto.

Lo stesso rialzo applicato al Pil italiano, che secondo le nuove previsioni crescerà dell’1,4% nel 2018 e dell’1,1% nel 2019, comunque al di sotto dei ritmi di Germania (+2,3% e +2%), Francia (+1,9 per tutto il biennio) e Spagna (+2,4% e +2,1%). Sulla valutazione del nostro Paese, come su quella di altre nazioni che si trovano in una situazione analoga, pesa anche l’incertezza politica data dall’approssimarsi delle elezioni, che secondo il Fondo “dà origine anche a rischi sull’attuazione delle riforme o sulla possibilità di una rielaborazione dei programmi politici”. Sempre in tema di riforme, il World Economic Outlook mette in guardia rispetto all’impatto di lungo termine delle modifiche apportate da Donald Trump al sistema fiscale degli Stati Uniti – la cui espansione economica è stata comunque rivista al rialzo del 2,7% nel 2018 e del 2,5% nel 2019 -, che presenteranno il conto “in un secondo tempo” rallentando la crescita per alcuni anni dal 2022 in poi. Per quanto riguarda la Cina, invece, la previsione è che “ridurrà lo stimolo fiscale degli ultimi due anni e, in linea con le intenzioni dichiarate delle sue autorità, frenerà la crescita del credito per rafforzare il suo sistema finanziario sovraesposto”. Processo, questo, che implica “una crescita futura più bassa”. Le stime di ottobre, per quanto riguarda il gigante asiatico, sono state per ora alzate solo di un decimale: +6,6% quest’anno e +6,4% il prossimo.Il consigliere economico del Fondo monetario internazionale, Maurice Obstfeld, ha spiegato che la tornata di rialzi nelle previsioni annunciata non è arrivata per caso, ma soprattutto alle “politiche accomodanti a livello economico, che hanno sostenuto la fiducia dei mercati e accelerato il naturale processo di guarigione” del sistema. Lagarde, dal canto suo, ha comunque puntato il dito contro le “potenziali vulnerabilità del sistema finanziario”, eredità del lungo periodo a tassi bassi, che per il prossimo anno invitano a restare “vigili”. Ma anche sul fatto che quella alla quale stiamo assistendo è “una ripresa soprattutto ciclica”. Motivo per cui, ha ribadito, è importante che si colga l’attimo per intervenire sulle debolezze del sistema.

Pd-M5s, è scontro sul programma

M5S: Di Maio, non rispondo a Berlusconi, farnetica

Si alza lo scontro tra Pd e M5s, mentre Silvio Berlusconi vola a Bruxelles per garantire la Ue sul programma di centrodestra. Paolo Gentiloni assicura che il Pd “ha la credibilità per continuare a guidare questo paese”, “può vincere” e si dice certo che “la possibilità che il Movimento 5 stelle arrivi a guidare il governo non ci sia”. Un attacco, dopo quello di ieri, a cui risponde il leader M5s Luigi Di Maio, per il quale “è chiaro che Gentiloni è sceso nella mischia”. Diverso l’atteggiamento di Pierluigi Bersani, di Leu, per il quale “parlare con M5s è un dovere, fare una alleanza di governo è tutto un altro film. È chiaro che se Di Maio viene a dirmi ‘vado fuori dall’euro, sull’antifascismo balbetto, sugli immigrati sto un po’ con la destra, sul fisco viva la mamma’ io gli dico ciao”.

Matteo Renzi attacca invece il centrodestra e la proposta di flat tax, che a suo avviso “è la tassa dello sceriffo di Nottingham non di Robin Hood: toglie ai poveri per dare ai ricchi”. E il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi comincia oggi una missione di due giorni a Bruxelles per illustrare ai vertici Ue alleati e programma di governo e farsi garante della coalizione. Il Cavaliere incontrerà il presidente della commissione Ue Jean Claude Junker e il presidente del Parlamento Antonio Tajani. Ma ci sarà anche un faccia a faccia con Michel Barnier, responsabile dei negoziati sulla Brexit, e un incontro con il segretario del Ppe Antonio Lopez Isturiz. Intanto continua la scelta dei candidati da schierare nei collegi da parte dei partiti e Renzi lancia la candidatura del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan a Siena, città sede del Monte dei Paschi, dove il tema banche è sentito e divide l’elettorato. (AGI)

RIFORMISMO VS POPULISMO

Persone

“Programma interessante quello dei grillini. Con un ma. Per realizzarlo servirebbe il bilancio degli Stati Uniti”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi e promotore della lista “Insieme”, commenta le proposte programmatiche dei 5 Stelle. “Conto almeno 120-130 miliardi di nuove spese e nulla, proprio nulla di puntuale per investimenti in infrastrutture. Quanto a diritti civili, le tenebre. Nemmeno rammentati. Dimenticavo: da dove prendono i soldi per coprire le spese? Assordante silenzio. Basta spararla grossa”.

Con Nencini i temi da affrontare sono diversi. Partiamo dal Congresso della Spd e della decisione di sedersi al tavolo per iniziare le consultazioni con la Merkel. “Nella vicenda tedesca – afferma Nencini – vi sono due fattori che spiccano. Ormai nei sistemi politici europei il bipolarismo è stato sostituito da un tripolarismo. Vi sono partiti che appartengono alla tradizione socialista europea, alla tradizione popolare e altri che, o nella destra o nella estrema sinistra, si richiamano a forme di populismo. La seconda cosa che spicca è che in molti paesi europei ci sono due fronti che si contrappongono, quello democratico repubblicano e un fronte estremista e radicale. Questi sono due fattori costanti. E questo è un problema continentale. Ed è la ragione per la quale creare un baluardo, che non sia soltanto difensivo verso il sovranismo e la demagogia, per mettere in campo una coalizione riformista, non ha alternative. L’errore fatto dalla sinistra massimalista rischia di avere la stessa fragilità di quello fatto nel ‘21. È una posizione miope, quando dovremmo invece tutti alzare il vessillo della difesa dei grandi valori nell’occidente.

Cosa succede il 5 marzo? Il rischio delle grandi intese esiste.
Il 5 marzo vedo due cose. La nascita di una Assemblea costituente per riprendere alcuni dei temi che sono stati bocciati con il No al referendum del 4 dicembre.

Un accordo contro e per arginare qualcuno può avere dei limiti politici. Non servirebbe invece un accordo per costruire qualcosa?
Questo è il secondo punto. Un governo di coalizione, dopo le elezioni lo chiederà Silvio Berlusconi. Perché superata la campagna elettorale si troverà di fronte a punti programmatici cosi diversi tra lui la Lega e la Meloni, da non essere assolutamente compatibili. Sarà lui a trovarsi seduto sul precipizio. I suoi alleati hanno una visione per il futuro dell’Italia che è assolutamente incompatibile con chi appartiene a una forza popolare e che si richiama ai valori del popolarismo europeo.

Quali conseguenze potrebbe avere un abbraccio tra Lega e Movimento 5 Stelle?
Intanto meno libertà sui diritti fondamentali. Parlo di diritti civili e diritti e sociali. Se loro fossero stati al governo non avremmo avuto per esempio il biotestamento. O il divorzio breve. E questi sono solo degli esempi.

Pariamo dei punti qualificanti della lista “Insieme”…
Sono diversi. Vanno dal piano casa alle misure sull’università. Un fondo di mezzo miliardo l’anno per dieci anni per realizzare nuovi alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica per gli italiani che si trovano nella condizione del bisogno. In Italia negli ultimi venti anni è completamente cambiata l’organizzazione del lavoro, bisogna ridisegnare in maniera flessibile il nostro welfare partendo proprio dall’abitazione. Costituire un fondo nazionale per il sostegno all’affitto per permettere di conservare una quota maggiore di reddito non solo ai giovani, ma anche ai pensionati al minimo, alle famiglie monoreddito o che affrontano situazioni di disabilità. Poi l’Università: l’abolizione per tutti senza distinzione delle tasse universitarie, come sostiene qualcuno, è iniqua, agevolerebbe i figli delle persone più ricche. Invece bisogna dare sostegno agli studi dei giovani meritevoli che provengono da famiglie disagiate. Per esempio in Italia solo il 9-10% degli universitari percepisce borsa di studio. 25% in Germania, 30% in Spagna e 40% in Francia.

E per quanto riguarda riforme, economia e ambiente?
Proponiamo l’introduzione in Costituzione del principio di sostenibilità sociale e ambientale. Ma abbiamo presentato proposte anche sull’immigrazione. Chi viene in Italia, per esempio, deve vivere secondo le regole della Costituzione italiana, godere dei nostri diritti, ma rispettare i doveri del paese che li ospita. Accogliere i profughi, ma riaccompagnare fuori dai nostri confini i clandestini. Chi resta deve essere guidato dalle nostre leggi. Il rispetto delle identità deve escludere sempre il ricorso a pratiche in conflitto con i diritti fondamentali dei cittadini (infibulazione, obbligo di velo, poligamia, etc).

Poi?
I punti sono diversi: per esempio le accise sulla benzina. In Italia per il costo della benzina si pagano accise su eventi catastrofici (alluvioni di Toscana e Liguria, terremoto in Emilia), ma continuiamo anche a pagare accise ingiustificate (alluvione di Firenze del 1966, disastro del Vajont del 1963, terremoti in Belice del 1968, Friuli 1976, Irpinia 1980, le missioni militari in Libano dal 1983 e Bosnia del 1996, la crisi di Suez e la guerra in Abissinia). Inoltre sulle accise si paga l’Iva, facendo schizzare ancora il prezzo finale. Proponiamo che gli introiti derivanti dalla tassazione sulla benzina siamo utilizzati per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, con incentivi a chi investe nel settore delle energie alternative. Infine gioco d’azzardo e pensioni. Alzare quelle minime senza ricorrere al bilancio dello Stato, ma utilizzando una maggiore fiscalità sul gioco d’azzardo. Con gli introiti curare anche le ludopatie.

Sono passati 18 anni dalla morte di Craxi. Come ricordarlo oggi?
Intanto quello che si certifica è che ormai si parla di Craxi con più oggettività. Mettendo in rilievo che Italia con quel Governo entra nel G7 e diventa la quinta potenza mondiale conquistando un ruolo internazionale fortissimo.

Tra l’altro quando si parla del Governo Craxi si dimentica sempre di dire che in quegli anni il debito pubblico scese…
Vero. Se oggi fosse stato in vita, Craxi avrebbe votato il simbolo che voto io, perché torna sulla scheda il simbolo del Partito socialista italiano.

I Radicali con Emma Bonino alla fine hanno sottoscritto l’accordo con il centrosinistra.
Abbiamo lavorato fino all’ultimo momento per fare una lista unitaria ma se non ce l’abbiamo fatta non è dipeso da noi.

Daniele Unfer

Erdogan in guerra contro i curdi, l’appello di Chomsky

milizie ankaraUna vera e propria operazione militare che paradossalmente prende il nome di ‘ramoscello d’Ulivo’ stata avviata dal Presidente Erdogan contro i curdi. Sono tre giorni che viene bombardata Efrin, il confine turco-siriano dove Ankara ha schierato 24mila veicoli militari. È lì che si trova la provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, a seguito di eventi legati alla guerra civile siriana, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo. Per il presidente turco le YPG, unità di protezione popolare alleate con gli Usa nella guerra all’Isis, sono in realtà complici del partito terroristico del PKK. Ma a imbarazzare ancora di più gli Stati Uniti è la notizia che a combattere contro i curdi, al fianco di Ankara, ci siano anche elementi dell’esercito siriano libero (Esl).
L’annuncio dell’operazione è stato dato sabato dal presidente turco, Recep Tayyp Erdogan: “L’operazione Afrin è di fatto iniziata sul terreno, sarà seguita da Manbij”, aggiungendo “più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”. Il ‘sultano’ turco non si è fermato nemmeno dopo le richieste della Comunità internazionale. Subito dopo la notizia la Francia ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani, ritenendo che questo possa solo nuocere alla lotta contro l’Isis. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha sottolineato la profonda preoccupazione di Parigi per il “brutale peggioramento della situazione” in Siria in luoghi come Afrin, ma anche Idlib e Ghuta. Alle richieste a cui si è unita Washington richiamando alla moderazione Ankara, Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza (dell’Onu) non si è riunito quando” in passato “sono state commesse atrocità ad Afrin”, e quindi “ora non ha il diritto di riunirsi” per discutere “la nostra operazione” contro “un’organizzazione terroristica” nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria. Dopo l’operazione militare contro i curdi in Siria, nella regione di Afrin, alcuni intellettuali e attivisti tra cui Noam Chomsky, Michael Hardt e Debbi Bookchin hanno scritto un appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale per non lasciare soli i curdi.

Appello intellettuali per Afrin

“Noi, accademici e attivisti dei diritti umani firmatari insistiamo affinchè i presidenti della Russia, dell’Iran e degli Stati Uniti assicurino che la sovranità dei confini siriani non sia violata dalla Turchia e che al popolo di Afrin in Siria, sia permesso di vivere in pace. Afrin, la cui popolazione è a maggioranza curda, è una delle regioni più stabili e sicure della Siria. Con pochissimi aiuti umanitari Afrin ha accolto così tanti rifugiati siriani da raddoppiare la sua popolazioni sino ad un totale di 400.000 abitanti. Afrin è ora circondata da nemici: i gruppi jihadisti supportati dalla Turchia, AlQaeda e la Turchia. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di attaccare le unità militari supportate da Stati Uniti – le Unità di Difesa del Popolo o Ypg, con le quali gli Stati Uniti si sono alleati contro l’Isis. La Turchia accusa le Ypg di essere terroriste, nonostante abbiano contribuito all’organizzazione di consigli e governi locali che abbiano preso piede in ognuna delle città che sono state liberate e nonostante le ripetute dichiarazioni del non aver nessun interesse nei confronti di uno scontro contro la Turchia ma di voler funzionare solo come una forza di difesa per i curdi siriani e le altre etnie che vivono nella Federazione Democratica della Siria del Nord, anche conosciuta come Rojava, che include Afrin. La Turchia ha adesso mobilitato un’enorme forza militare sul confine di Afrin promettendo di attaccare il cantone sotto il controllo curdo con la forza annichilendo un’area pacifica e mettendo migliaia di civili e rifugiati a rischio, per perseguire la sua vendetta contro i curdi. Un attacco di questo tipo contro i cittadini pacifici di Afrin è un atto eclatante di aggressione contro una regione governata in modo pacifico e democratico. La Turchia non può portare avanti questi attacchi senza l’approvazione della Russia dell’Iran e della Siria, e con l’inazione degli Stati Uniti nel bloccarli. Il popolo curdo ha sopportato la perdita di migliaia di giovani donne e uomini che si sono uniti alle YPJ e alle YPG per liberare il mondo dall’Isis. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno l’obbligo morale di supportare, ora, il popolo curdo. Richiamiamo gli Stati Uniti e la comunità internazionale a garantire la stabilità e la sicurezza ad Afrin e prevenire ulteriori aggressioni turche dalla vicina Siria e lungo il confine siriano.
I firmatari
Noam Chomsky, MIT Professor Emeritus
Michael Walzer, Institute for Advanced Study, Princeton University, Professor Emeritus Charlotte Bunch, Distinguished Professor of Women’s and Gender Studies, Rutgers University
Todd Gitlin, sociologist and Chair, PhD Program in Communications, Columbia University
David Graeber, Professor of Anthropology, London School of Economics Nadje Al-Ali, Professor of Gender Studies, SOAS, University of London
David Harvey, Distinguished Professor of Anthropology and Geography, CUNY Graduate Center
Michael Hardt, political philosopher and Professor of Literature, Duke University
Marina Sitrin, Assistant Professor of Sociology, SUNY Binghamton and Associate Professor, New School
Bill Fletcher, Jr., former President of TransAfrica Forum
David L. Phillips, Director, Program on Peace-building and Rights, Columbia University Joey Lawrence, photographer and filmmaker Meredith Tax, writer and organizer,
North America Rojava Alliance (NARA) Debbie Bookchin, journalist and author, NARA”

Quando le opinioni diventano recensioni

critici-gastronomici-da-sito-di-recensioni-online-piattoDa un po’ di tempo per scegliere un locale si sbirciano on line le “recensioni” di appassionati e lettori, in pratica, non addetti ai lavori. Se un tempo ad essere gettonate erano le guide gastronomiche, i giornali o si chiedeva “una dritta” all’amico, attualmente è la rete a esser protagonista! Ma vale la pena fidarsi del consiglio ‘di chi capita’ per decidere dove e cosa mettere sotto i denti? Vediamo di fare il punto della situazione.
Non si tratta di essere all’antica, ma la professionalità acquisita dopo anni di esperienza ‘sul campo’ è indiscutibile. Quando a casa c’è un lavoretto da portare a termine, in linea di massima, ci rivolgiamo a professionisti e non certo al primo che passa per la strada. Ciò per dire che stiamo vivendo in un periodo dove ogni cosa sembra fattibile da chiunque. Questo trend abbraccia anche la gastronomia, tuttavia, va bene fino a un certo punto. Probabilmente sarà capitato a tanti di leggere on line ‘la recensione’ gastronomica di caio o di tizio, che dopo aver pranzato o cenato in un locale esprimono – a pieno diritto – la loro opinione. Dove? Sui social, blog o portali dove si dettaglia “la cronaca” dell’assaggio. Ma a quale pro, per ostentare la personale “ambizione” post prandiale, o stroncare con piglio “tranchant” senza suggerimenti? In soldoni, chi mangia, beve, chiede il conto e toglie il disturbo (la maggior parte) – ha perizia ed esperienza professionale per “argomentare” pubblicamente sulla performance dell’esercizio testato?
In primis per giudicare ‘un milieu’ vanno tenute in mente un sacco di cosucce, che riguardano non solo il piatto ma tutto l’ensemble. È possibile, a titolo d’esempio, gustare un discreto antipasto ma le vivande successive risultare meno accattivanti. In questo caso non si può dire che tutto il desinare era pessimo! Nuovo frangente. Pietanze impeccabili ma servizio deludente. Stavolta, nel ‘racconto-recensione’ si dovrebbe evidenziare che il cibo era ‘ok’, mentre il resto meno. E ancora. Location da sogno, leccornie fantastiche ma il dovuto ci è sembrato esagerato. In quest’ambito – per quale ragione si deve criticare al negativo tutto l’ambaradan – dove l’unica pecca (se dimostrabile) è stato il conteggio? Che poi, proprio sul fatidico conto, è da vedere se è così esoso, poiché possono essere stati serviti ingredienti di pregio o difficile da reperire. Insomma, la critica deve essere professionale, imparziale e corretta, sempre, anche a casa del diavolo (si fa per dire).
In linea di massima è da applaudire il vecchio adagio “a ognuno il suo mestiere”. Ciononostante, rispetto e libertà per chi “diffonde” nel web la sua esperienza gastronomica, anzi, giustissimo sia così, ma costui sappia che esprime solo un’opinione, senza la pretesa di essere un gastronomo o un critico! Al giorno d’oggi, grazie ai media, è possibile argomentare e divulgare ciò che si pensa, senza censure, ma sempre con educazione. Dietro ogni piatto ci sono il lavoro e l’estro di tante maestranze – dalla cucina alla sala, e ancora – sacrifici, investimenti e passione. Facile “dire no” a un locale perché si ha ‘la sensazione’ di non avere pagato il giusto, la pasta magari non era al dente, e il titolare non è stato così gentile come da aspettative! Ad ogni modo i numeri dicono che tra chi decide di pasteggiare seguendo opinioni e pareri informali presenti nel web, ce ne sono altri che per scegliere una trattoria seguono ancora i consigli di esperti e critici, proprio come un tempo.
Comunque ognuno faccia come creda, ma qualora si decida di pubblicare qualcosa su questo o quel posto è auspicabile farlo con obiettività. Se il conto o la scaloppina non ci sono piaciuti e il dessert era tutto fuorché tale – la cosa migliore è chiedere spiegazioni in loco, naturalmente con cortesia. Successivamente, casomai le risposte apparissero inadeguate se ne terrà conto, poiché non esiste alcun obbligo a ritornare in una location che non ha convinto. Altra cosa che fa pensare sono “le recensioni” sin troppo generose, che effettivamente appaiono “incredibili”. Insomma, un “neo” salta fuori anche nella migliore realtà, o no? In questo caso, è abbastanza normale che prenda le mosse qualche perplessità, poiché la critica gastronomica non deve essere una celebrazione sine qua non, ma una sfilza di puntuali annotazioni che servono sia al cliente che al ristoratore.
Qualsiasi oste, infatti, ha piacere che un suo piatto sia applaudito – se meritevole, o stroncato se pessimo, però, in questo caso, motivando “l’insufficienza”, in modo che la prossima volta cerchi di migliorarsi. In breve, in una società dove tutto è fattibile da tutti (a parole), almeno il cibo sia trattato con il rispetto che gli è dovuto. Perciò, scegliete un locale con il criterio che ritenete più consono, nondimeno, andateci con la consapevolezza che sarete voi i registi dell’esperienza gustativa. E se alla fine la stessa vi ha convinto non siate avidi di complimenti e consigliatelo – de visu oppure on line –mettendo al primo posto trasparenza e obiettività!

Stefano Buso

George Weah ha giurato come presidente della Liberia

George Weah, ex calciatore del Milan e Pallone d’Oro, alla cerimonia per il suo giuramento come presidente della Liberia (ISSOUF SANOGO/AFP/Getty Images)

George Weah
(ISSOUF SANOGO/AFP/Getty Images)

Viene celebrata come la prima transizione di potere degli ultimi 47 anni ad avvenire in modo pacifico, si tratta della presidenza in Liberia di George Weah, ex calciatore del Milan e Pallone d’Oro. Weah, del partito del Congresso per il cambiamento democratico, ha giurato oggi come nuovo presidente, dopo che era stato eletto lo scorso 28 dicembre battendo al ballottaggio l’ex presidente Ellen Johnson Sirleaf con il 60 per cento dei voti. Alla cerimonia come riporta l’edizione online della rivista “Jeune Afrique”, erano presenti i capi di stato di Costa d’Avorio (Alassane Ouattara), Burkina Faso (Roch Marc Christian Kaboré), Nigeria (Muhammadu Buhari), Guinea (Alpha Conde), Ghana (Nana Akufo-Addo), Sierra Leone (Sierra Leone), Repubblica del Congo (Denis Sassou Nguesso), Senegal (Macky Sall) e Gabon (Ali Bongo Ondimba). Prevista anche la presenza di una delegazione speciale della Fifa ed inviati speciali da Usa, Francia e Regno Unito.
Tuttavia anche se l’ex calciatore ha promesso interventi radicali contro la povertà, non ha presentato un dettagliato programma economico su come intende farlo. La sua popolarità è ai massimi livelli nel Paese, ieri l’ex fuoriclasse è tornato al calcio per un giorno, scendendo in campo per una partita di beneficenza con una squadra creata per l’occasione – la Weah All Stars Team, con molti ex colleghi calciatori – sfidata in campo dai militari delle forze armate liberiane.