giovedì, 22 febbraio 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Ai tempi di Craxi
Pubblicato il 18-01-2018


Sono passati 18 anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, ma poco è cambiato. La sua damnatio memoriae continua ad aleggiare sul nostro Paese. Certo, la storiografia ha iniziato a smontare pezzo per pezzo buona parte delle infamanti accuse che lo hanno coinvolto, ma la maggioranza degli italiani lo ritiene ancora un “ladro”.
La vulgata di Tangentopoli, insomma, la fa da padrona. L’importante vicenda del Psi craxiano rimane così in ombra, schiacciata da una condanna morale retrospettiva, che si impone su tutta la sua parabola politica. Ignorandone i non pochi meriti storici: il superamento culturale del marxismo-leninismo, la tematizzazione della Grande Riforma delle istituzioni e l’attività di governo.

Dopo la svolta del Midas, con la quale Craxi divenne segretario, il Psi intraprese una coraggiosa politica culturale volta a mettere in discussione i pilastri del marxismo-leninismo che alimentavano ancora l’ideologia del Pci. Affiancato dagli intellettuali di «Mondoperaio», il neosegretario vinse la battaglia politico-culturale contro i compagni comunisti. Mentre il Pci si richiamava a Marx e Lenin, il Psi approdava stabilmente alla socialdemocrazia, mandando in soffitta tutti i vecchiumi ideologici che innervavano la sinistra italiana. Un rinnovamento decisivo, riconosciuto solo a posteriori da coloro che si definiscono i figli di Berlinguer, ma che, a ben vedere, dovrebbero dirsi figli di Craxi…
L’approdo socialdemocratico dei socialisti permetteva al leader del Psi, sostenuto acutamente da Giuliano Amato, di porre i temi della governabilità e della stabilità. Attraverso la Grande Riforma il leader del Psi proponeva un insieme di provvedimenti per modernizzare il Paese. Il rafforzamento dell’esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto, e il semipresidenzialismo diventavano centrali nel dibattito politico italiano.
Per quanto riguarda il governo, l’esecutivo guidato da Craxi fu il più duraturo della storia della Prima Repubblica, e non senza risultati. La revisione del Concordato, il referendum sulla scala mobile, un’importante crescita economica e l’episodio di Sigonella (applaudito anche dai comunisti) non possono essere passati sotto silenzio.

Con il 1987 la carriera politica di Craxi iniziò la sua fase regressiva. Sia perché il Psi non ottenne lo sfondamento elettorale auspicato, che gli avrebbe consentito di trattare in modo diverso con gli alleati di governo, sia perché il segretario di Via del Corso rimase irretito dal patto di potere stipulato con la Dc. La spinta modernizzatrice e riformista si andava esaurendo, mentre si aggravava la crisi del partito, a causa della sottovalutazione della questione morale e della mancata autoriforma.
Ma l’errore più grave fu la scelta astensionista nel referendum sulla preferenza unica del 1991, che si era trasformato in una sorta di referendum sulla partitocrazia. L’opposizione frontale a questa consultazione fu fatale, perché portò l’opinione pubblica ad identificare Craxi con il sistema partitico ormai degenerato.

Gli eventi del 1992-1993 sono noti. Certo, Craxi commise tanti errori, a partire dalla pratica del finanziamento illecito di cui divenne assoluto protagonista per contrastare lo strapotere finanziario di Dc e Pci: la prima si alimentava da tutto l’insieme delle industrie di Stato, il secondo era foraggiato abbondantemente dai rubli sovietici, e dal sistema delle cooperative.
Nonostante la sistematicità e la notorietà di queste forme di finanziamento, Craxi fu letteralmente massacrato dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai postcomunisti che strumentalizzarono la questione morale trasformandola in puro giustizialismo. Forti dell’amnistia sul finanziamento illecito ai partiti approvata nel 1989, gli eredi di Berlinguer divennero i grandi moralizzatori della politica italiana, dimenticando che le loro tasche erano state riempite da un’immensa quantità di rubli e da molteplici contributi illeciti.

Martino Loiacono

Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

More Posts

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. ”La sua damnatio memoriae continua ad aleggiare sul nostro Paese”, dice Martino, pur se forse si è un po’ attenuata, almeno dal mio osservatorio, e non a caso il Direttore ha scritto ieri in proposito “che il giudizio su Bettino Craxi è cambiato, che la sua completa demolizione ha lasciato spazio a giudizi più ponderati”, pur se anche lui vede ancora “soprattutto a sinistra, forti pregiudizi di ordine politico e morale che sono duri a morire”.

    Non ci è dato ovviamente di sapere se e quando egli verrà pienamente riabilitato, ma io credo comunque che noi dobbiamo restare fermamente ancorati alla stagione in cui quel nostro Leader ci “sdoganò” definitivamente da un fantasma ideologico che aveva accompagnato lungamente la storia socialista, e seppe condurre il Paese verso “un’importante crescita economica”, oltre al prestigio guadagnato sul piano internazionale.

    Faccio questa considerazione, apparentemente piuttosto banale ed ovvia, perché mi sembra di aver talora udito, proprio in casa socialista, voci in proposito abbastanza discordanti, tese cioè a voler “rompere” col quel nostro passato, quasi a volersi rigenerare – forsanche nell’intento superare le divisioni del 1921, e ricongiungersi con la parte cosiddetta “massimalista” – ma a me sembrerebbe un non piccolo errore (per non dire di più).

    Paolo B. 19.01.2018

Lascia un commento