giovedì, 19 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Il ruolo ancora non chiaro di Claretta Petacci, l’amante del duce
Pubblicato il 25-01-2018


mussolini claraLa battuta di Gene Gnocchi sull’amante del duce Claretta Petacci, accostata a un tipico rappresentante del mondo suino, ha suscitato un ampio dibattito sulla stampa e sui social network. Essa, ad eccezione di un’intervista di Mirella Serri, ha circoscritto il personaggio solo intorno alla sua morte avvenuta il 28 aprile 1945. Ma, al di là della battuta peraltro inopportuna, nessuno ha chiarito il ruolo di quella donna, della sua famiglia originaria e i loro rapporti con il duce del fascismo.

Il primo incontro tra Benito Mussolini e Clara Petacci avvenne la domenica del 24 aprile 1932 sulla strada del mare tra Ostia e Castelfusano. Il passaggio dell’auto del duce – secondo Renzo De Felice – suscitò un vivo entusiasmo tra i passeggeri di un’altra vettura che egli “fece fermare la sua per salutarli.” (“Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940”, Torino 1981, p. 278). La giovane ammiratrice aveva vent’anni, essendo nata il 28 febbraio 1912 da una facoltosa famiglia romana: la madre si vantava di essere una lontana parente di Pio XI, mentre il padre Francesco Saverio faceva parte dell’equipe medica del pontefice (F. Bandini, “Claretta”, Milano 1969, pp. 13-15). Tuttavia sin dall’età di quattordici anni aveva tempestato il duce di missive per esprimergli la sua solidarietà e ammirazione per lo scampato pericolo all’attentato dell’inglese Violet Gibson.

Clara (Claretta o Clare) Petacci era una donna affascinante ed aveva una scollatura abbondante, che lasciava intravedere un seno prosperoso, a cui il duce era molto sensibile. La differenza di età –Mussolini aveva quasi cinquant’anni, essendo nato nel 1883 – non gli impedì di diventare sua amante. Qualche giorno dopo il duce le telefonò, chiedendole di recarsi alle sette di sera a Palazzo Venezia perché desiderava meglio conoscerla. Dopo quell’incontro, quante volte si videro e quanta cominciarono la loro relazione, non è facilmente appurabile, ma sembra che gli incontri furono molto frequenti. Gli incontri proseguirono anche dopo il matrimonio che la Petacci contrasse il 27 giugno 1934 con Riccardo Federici, appena promosso tenente: un matrimonio durato appena due anni e sfociato nella separazione legale con divorzio ungherese e, solo alla fine del 1941, nell’annullamento della Sacra Rota.

La separazione con il marito da parte della Petacci, avvenuta nel luglio 1936, favorì gli incontri amorosi con il duce, che prima lo favorì e poi ostacolò la loro unione. C’è una lettera di Claretta, datata 25 settembre 1933, in cui ella chiese al duce di interessarsi del fidanzato per favorire il suo trasferimento nella capitale dalla sede di Brindisi dove era stato trasferito per punizione “avendo volato con suo idrovolante su Roma al di sotto della quota di sicurezza”. Nel novembre 1933 la Petacci chiede a Mussolini di concedere una deroga per dare la possibilità al suo fidanzato di sposarla, non avendo compiuto il trentesimo anno di età come stabilisce il regolamento della Regia aeronautica.

Come si evince dalla lettura della loro corrispondenza, la giovane dimostrò di essere perdutamente innamorata del duce, ma si rivelò una donna pratica e intenta a soddisfare le richieste dei suoi parenti, quasi a costituire una specie di clan finalizzato alla richiesta di favorì e all’arricchimento della sua famiglia. Per gli incontri amorosi, De Felice ci informa che “fu approntato a palazzo Venezia il cosiddetto appartamento Cybo dove la donna usava passare molte ore in attesa che Mussolini, alla fine delle sue udienze, la raggiungesse (cit. p. 279). Su suo interessamento fu addirittura organizzata dal 19 dicembre 1936 al 1° gennaio 1937 nelle Sale dei cultori d’arte a Roma una mostra personale della “pittrice Petacci Clara”, presentata dall’artista Piero Scarpa.

La frequentazione dei due amanti sollevò invidie nelle dame di più alto lignaggio, come si ricava da alcune testimonianze: “La signorina Petacci, suo ultimo amore, benché abbia belle gambe e piedi incredibilmente piccoli come che l’aveva preceduta, non era la compagna appropriata per un capo di stato. L’ho vista una volta all’opera e l’ho trovata molto attraente in un certo modo. Aveva troppi riccioli e il suo trucco era innaturalmente pesante. La sua pelliccia di visone era troppo ampia; i suoi gioielli troppo vistosi”. (F. Bandini, “Claretta”, cit. p. 11 ed E. Cerruti nel suo libro “Visti da vicino. Memorie di un’ambasciatrice”, Milano 1951, p. 294). Eppure Mussolini la preferiva a donna Rachele, che accudiva i figli e coltivava la propria immagine di casalinga e di madre, nonostante le continue lamentele della Petacci, umorale e lamentosa per la propria cagionevole salute.

Rispetto alle relazioni intrattenute con altre donne, “spasimanti stagionate” e spesso non belle, Mussolini nutrì verso Claretta una particolare predilezione (era anche geloso) per la fusione di bellezza e giovinezza, che lo rendevano giovane e gli facevano dimenticare i dolori ulcerosi allo stomaco. Le astuzie della donna, rivolte a favorire i suoi familiari, non turbavano per nulla il duce, che cedeva alle sue lusinghe e richieste con facilità. La sorella Myriam cercò di affermarsi nel mondo dello spettacolo prima nel teatro e poi nel cinema con l’aiuto delle autorità fasciste: il film più importante “Le vie del cuore” (1942) le permise di partecipare al festival di Venezia, dove fu derisa per la scelta del nome Miria di San Servolo, che ricordava il manicomio di Venezia. Il fratello Marcello Cesare Augusto (nato nel 1910) si affermò nei giornali scandalistici e in alcuni maneggi economici, assicurandosi il buon esito degli esami con le “raccomandazioni” procurategli dalla sorella (Rochard J.B. Bosworth, “Mussolini. Un dittatore italiano”, Milano 2004, p. 376). Egli, diventato medico della marina, “faceva grossi guadagni contrabbandando l’oro sotto la copertura del privilegio diplomatico e con vari traffici illegali di valuta straniera, e sventolando una sua pretesa amicizia col Duce che gli aveva permesso […] di far assegnare a chi voleva lui dei contratti lucrosi con enti statali e delle cariche redditizie” (C. Hibbert, “Mussolini”, Milano 1962, p. 199). Il padre si fece costruire a Roma nel quartiere Monte Mario una lussuosa villa con le stanze da bagno tappezzate di marmo nero. L’intera famiglia soleva trascorrere le estati presso lo splendido Grand Hotel di Rimini, forse su consiglio dello stesso duce. Mussolini trascorreva infatti le vacanze estive a Riccione, dove incontrava la sua amante, scambiandosi effusioni amorose e trascorrendo insieme incontri piacevoli. Essi sono rievocati con struggente passione nel 1943, quando la Petacci ricordava le ore trascorse insieme ad aspettare l’alba nella spiaggia deserta dell’Adriatico.

Dopo l’8 settembre 1943 l’intera famiglia seguì Mussolini, stabilendosi in una villa a Gardone, ubicata non lontano dalla residenza di Mussolini e dalla sede ufficiale del governo repubblicano a Salò. Il 22 aprile 1945 Clara Petacci si rifiutò di salire su un aereo per Barcellona e seguì Mussolini fino a Dongo, dove venne arrestata dai partigiani per essere “giustiziata” tre giorni dopo con il suo amante. Il 29 aprile i loro corpi furono esposti a Piazzale Loreto (Milano) e appesi per i piedi sulla pensilina di un distributore di benzina come vendetta simbolica per la strage di quindici partigiani, uccisi il 10 agosto 1944. Sono queste storie ignorate da alcuni giornalisti come Nicola Porro o Marcello Veneziani, che non fanno alcun cenno a questa strage e alle immense ricchezze possedute dai due amanti (l’oro di Dongo).

Nunzio Dell’Erba

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