giovedì, 19 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Cronaca bigotta del 1948, l’anno della Costituzione e di Pantera Bionda
Pubblicato il 24-01-2018


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Il 24 aprile 1948, una settimana dopo le prime elezioni dell’Italia repubblicana, appare nelle edicole Pantera Bionda, la prima eroina del fumetto italiano, una tarzanide, o jungle girl, che vive le sue avventure nel Sud Est asiatico, principalmente nelle foreste del Borneo e nelle isole dell’arcipelago della Sonda, e che è una bomba in tutti i sensi. Un personaggio rivoluzionario per l’Italia piccola e bigotta di quei tempi che scatena una battaglia che dalle edicole toccherà le sacrestie, la stampa autorevole e titolata, la scuole, le sedi dei partiti e le aule giudiziarie.

pantera bionda 01Si chiama Pantera Bionda, la nostra eroina, ma non sarà la sola a ruggire in quegli anni del primissimo dopo guerra e della Costituzione entrata in vigore il primo gennaio dello stesso anno. Qualcuno se l’aveva letta, la nostra Carta fondamentale dei diritti, ed era convinto che dopo il Regno d’Italia e il regime fascista non ci sarebbero stati più lacci, bavagli, censure e altri impedimenti alla libertà di espressione e di stampa, che (molto in teoria, come scoprirà qualche mese dopo) non può essere soggetta ad autorizzazioni o a censure (articolo 21) anche quando si tratta di fumetti.

In quegli anni si respirava un vento di libertà che ha inebriato il giovane editore, che non ha impiegato molto tempo a scoprire che l’Italia era, come per molti versi lo è ancora oggi, il Paese del “ma…”. E’ vero che c’è la libertà di stampa ma… c’è anche il comune senso del pudore, su cui la Costituzione glissa elegantemente, ci sono i giovani virgulti che devono crescere forti e sani e lontani dalla corruzione, con la Magistratura che svolge le funzioni di severo e attento controllore.

Editore di Pantera Bionda è Pasquale Giurleo, con la sua Arc fresca di fondazione, testi di Giangiacomo Dalmasso e disegni di Enzo Magni, alias Ingam. Ben presto arrivano altri disegnatori per aiutare Ingam a reggere i ritmi produttivi, tra di loro un ventenne Mario Cubbino, molto bravo a disegnare le sinuose forme della nostra eroina. Il formato di stampa è quello dei comic book americani, cm. 21 x 28,5, ancora oggi ostico agli editori italiani di fumetti, copertina a colori, otto pagine in bianco e nero, il costo è di 30 lire. Inizia la sua avventura editoriale come quindicinale per passare a settimanale dopo 6 numeri, e termina col numero 108.

pantera bionda 03Pantera Bionda è un’orfana, che viene allevata da un’anziana cinese Fior di Loto, suo compagno di avventure è uno scimpanzé di nome Tao, contraltare della Cheeta di Tarzan. Senza dimenticare Fred, un esploratore americano che si innamora della Pantera e che svolge il ruolo di principe servènte. La nostra Pantera, che viene venerata dagli indigeni come una dea, combatte contro le irriducibili truppe del Sol Levante, cioè quei soldati giapponesi che non hanno accettato la fine della Seconda guerra, che non si sono arresi e che saccheggiano e depredano le popolazioni malesi. Ma non mancano scontri sempre vittoriosi contro contrabbandieri, trafficanti e altri loschi figuri.

Pantera Bionda indossa, come tutti i tarzanidi (termine coniato dal critico francese Francis Lacassin per catalogare quei personaggi a fumetti epigoni del Tarzan di Edgar Rice Burroughs, apparso nel 1912) indossa un abbigliamento adeguato ai luoghi: un bikini leopardato che ne mette in risalto le forme sinuose, insomma una bonazza che turba i sogni dei giovani virgulti dell’Italia ancora da ricostruire, e non solo quelli. Un gran bel pezzo di fig…liola, un’amazzone moderna catapultata nella giungla, che non ha bisogno di essere protetta dall’eroe maschio mentre lei sta a casa a cucinare e occuparsi di altre faccende più consone al suo sesso. Un’eroina che volteggia di albero in albero, di liana in liana, che non accetta la mela dal serpente ma che gli taglia la testa con una precisa coltellata, che combatte, picchia e sconfigge i cattivi, che sa usare arco e frecce, una guerriera libera e indipendente, aggressiva e spregiudicata, che ha un fidanzato, meglio un amante, un esploratore americano che è un perfetto cretino, l’equivalente maschile delle tante oche giulive del cinema e del fumetto che hanno imperversato per lunghi decenni.

Se al tema aggiungiamo anche che si tratta del primo grande successo editoriale del dopoguerra, con 100mila copie vendute a numero, la frittata è fatta. E fu così che nel 1948 scoppiò veramente un Quarantotto. La prima grande operazione di censura (non solo contro i fumetti ma che ingabbiava tutta la stampa in generale e la libertà di parola e di espressione) dell’Italia nata dalla Resistenza e dalla Costituente. Nata male e cresciuta peggio, almeno per quel che riguarda il rapporto con i fumetti, che erano mal visti e sopportati ancora meno dalla classe dirigente declinata in tutti i suoi aspetti. Nel senso che tutti hanno sparato contro la Pantera Bionda e contro la libertà di espressione e di raccontare storie fuori dai canoni ufficiali: la chiesa, i politici, i giornali, i magistrati, gli invidiosi concorrenti dell’editore, perché se 100mila copie sono un bel traguardo ancora oggi a distanza di 70 anni, all’epoca erano un sogno irraggiungibile. Insomma, contro l’editore di Pantera Bionda è stato messo in piedi un massacro mediatico e giudiziario degno di migliori cause, una vera e propria caccia alle streghe, una crociata scatenata principalmente dai pedagogisti di formazione cattolica, ma anche gli altri ci hanno messo qualcosa.

Per dare un esempio, citiamo “Alfredo Castelli – il prequel”, di Alfredo Castelli, edizioni ComicOut, collana Lezioni di Fumetto: “La sinistra politica e intellettuale era compatta nel definire il fumetto come “una delle forme più corruttrici dell’americanismo” (Palmiro Togliatti). Nel 1951 Nilde Iotti, che riteneva il fumetto un’invenzione dell’editore americano Hearst costruita con il preciso intento di ottenebrare il proletariato, in “Rinascita” definì i suoi lettori come consapevoli vittime di “irrequietezza, scarsa riflessività, deficiente contatto col mondo circostante e quindi tendenza alla violenza, alla brutalità, all’avventura fuori dalla legge”. Più o meno la stessa linea di pensiero del rapporto odierno tra i giovani e lo smartphone o Internet in generale.

Anche se ci ritorneremo con qualche articolo prossimo venturo (la censura nei fumetti con la Comics Code Authority negli Usa e il marchio Garanzia Morale in Italia, la nascita del formato striscia, i 70 anni di Tex), giusto per dare un’idea di quanto i fumetti fossero mal visti dai benpensanti e dal potere dell’epoca, riportiamo un brano dall’autobiografia di Aurelio Galleppini, in arte Galep, che proprio di Tex è stato l’inventore grafico, e che alla fine della Seconda guerra era riparato a Cagliari, in Sardegna, dove insegnava disegno: “Il passato regime aveva lasciato dei pregiudizi sui fumetti, per cui era quasi una vergogna leggerli e tanto più farli. Con la reputazione ormai acquisita di pittore e con l’incarico di docente di disegno nelle scuole, guai se avessero collegato il mio nome al Galleppini autore di fumetti. Per fortuna i più severi censori di “certa stampa deteriore, causa di danni irreparabili nella formazione dei ragazzi”, mostravano anche notevole ignoranza (per lo meno nell’ambito dello specifico medium del fumetto), sicché, con la morte nel cuore, ma senza il patema di censure a mio carico, mi capitò pure di strappare in modo teatrale, davanti alla scolaresca, per ordine del preside, alcuni giornaletti trovati in mano agli alunni; qualcuno era mio; ma è improbabile che sia stata percepita la mia momentanea esitazione, prima di lacerare con stoica fermezza quelle mie “creature” rinnegate…”. (da L’arte dell’avventura, Ikon Editrice, 1989).

Quindi il visionario Pasquale Giurleo, che pubblica anche un altro personaggio dedicato a donne che occupano ruoli tradizionalmente destinati ai maschi, cioè quel Miss Diavolo che chiuderà dopo 28 numeri, si ritrova a dover fare i conti prima con una campagna di stampa al vetriolo, accusato di essere un “pericoloso strumento di corruzione dei minori” e poi con la magistratura. Non bastano denunce, processi e condanne per “oltraggio al comune senso del pudore”: il numero 41 di Pantera Bionda viene bloccato in tipografia e l’eroina può tornare nelle edicole a patto che si vesta in maniera meno sexy e più consona, coprendosi non solo le gambe e il busto ma anche i piedi, ritenuti persino loro troppo peccaminosi. Gli autori si inventano un escamotage narrativo: la Pantera trova un baule pieno di vestiti e impara a vestirsi con una gonna, che in pochi numeri arriverà a coprirle le ginocchia, e una camicetta che nasconde il sexy reggiseno leopardato. Così il personaggio perde via, via il sex appeal iniziale, le vendite calano e la testata chiude nel giugno 1950, dopo 108 numeri, col matrimonio della Pantera con Fred, il suo non più eterno fidanzato. Oltre che dai lettori, sarà rimpianta solo dagli ottici e dagli oculisti, che in quel periodo sembra abbiano fatto affari d’oro.

Una vittoria postuma però la nostra Pantera Bionda l’ha ottenuta: quando si parla di censura, nei fumetti ma non solo, viene citata dagli studiosi di tutto il mondo come perfetto esempio di caccia alle streghe e di violenza dei bigotti, mentre il nome dei persecutori e dei giudici è stato cancellato dall’incedere del tempo.

Pasquale Giurleo sopravvive solo pochi mesi alla sua creatura, muore, infatti, nel 1951 a soli 47 anni. E triste sarà anche il destino di Pantera Bionda che tornerà nelle edicole diverse volte, con ristampe e con storie inedite, senza mai raggiungere il successo degli esordi. Una sua diretta discendente può essere considerata “Jungla la vergine africana”, testi di Paolo Trivellato e Loredana D’Este, disegni di Stelio Fenzo, edizioni Erregi, un tascabile per adulti che ha goduto di un buon successo editoriale dal settembre 1968 al dicembre 1971.

Ma non è solo la rappresentazione della donna libera, dell’eroina forte e indipendente che combatte i maschi da pari a pari, a dare fastidio. Un ruolo importante lo gioca anche l’abbigliamento, quel ridotto bikini leopardato, un costume che all’epoca era ancora proibito e perseguitato da moralisti e benpensanti. Il bikini è stato reinventato nel 1946 a Parigi dal sarto Louis Réard, che a sua volta ha ridotto le dimensioni dell’Atome, un due pezzi creato da Jacques Heim. Per farla breve, se nella Francia figlia dell’Illuminismo e della Rivoluzione inizia, seppur timidamente, a diffondersi, il bikini è perseguitato in tutto il resto dell’Occidente, tanto che nel 1951 viene bandito dalla prima edizione del concorso di Miss Mondo, che si svolge nella pudica Londra. Il bikini sarà sdoganato nel 1958 grazie a Brigitte Bardot, un’altra pantera bionda dal corpo statuario che per un decennio turberà i sogni di milioni di spettatori. E’ Roger Vadim a lanciarla come bomba sexy planetaria nel film “Piace a troppi” (Et Dieu… créa la femme).

Le tarzanidi (o jungle girls) sono nate negli Usa, ispirate dalle storie di Tarzan. L’esordio avviene nei racconti pubblicati sui “pulp magazines”, riviste antologiche che ebbero il loro periodo di maggior splendore tra il 1910 e il 1940. Mentre il primo personaggio, pur nato negli Stati Uniti, è stato pubblicato in Inghilterra. Si tratta di “Sheena, regina della giungla” (Sheena, Queen of the Jungle) che debutta nel 1937, sul numero 1 della rivista britannica Wags. E’ uno dei primi personaggi realizzati da Will Eisner, che con S.M. Jerry Iger ha fondato una piccola agenzia di produzione e distribuzione di comics. I due firmano con il nom de plume di W. Morgan Thomas, per nascondere il fatto che lo studio non poteva permettersi altri collaboratori. L’anno dopo Sheena arriva negli States su Jumbo Comics n. 1.

Ricordiamo che Will Eisner (6 marzo 1917 – 3 gennaio 2005) è stato uno dei grandi maestri dei comics, uno dei più importanti autori e punto di riferimento sin dagli anni Cinquanta. Non è solo il creatore di Spirit, ma l’inventore di un nuovo modo di raccontare che fa ancora oggi scuola in tutto il mondo.

A Sheena seguiranno tante altre jungle girls, con fisici statuari, con una forte carica erotica, vestite succintamente con gambe, seni e glutei sempre in mostra. Le trame si reggono su un filo di ragnatela, mentre le eroine desnude volteggiano di ramo in ramo esibendo per gli occhi attenti dei lettori il loro corpo da sogno.

Il fenomeno approda anche in Europa, apripista è la Francia con “Durga-Rani, Reine des Jungles” di Jean Sylvère René Pellos. Questa regina della giungla, che prende il nome da una delle principali divinità indù, è un’eroina violenta e passionale dotata di poteri di origine divina che esordisce nella rivista “Fillette” nel 1946. Libera e indipendente, con grandi abilità fisiche e una intelligenza affilata come la lama di un rasoio, Durga-Rani è sicuramente la sorella maggiore di Pantera Bionda.

Concludiamo con alcune curiosità sul 1948. Niente di esaustivo, solo notizie sparse raccolte qua e là, alle quali ciascuno può aggiungere le proprie personali preferenze.

1 gennaio 1948: entra in vigore la Costituzione, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata da Enrico de Nicola, capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947. De Nicola sarà anche il primo presidente della Repubblica, dal 1 gennaio al 12 maggio 1948.

Il 18 aprile 1948 si tengono le prime elezioni politiche della storia della Repubblica. Sonora sconfitta del Fronte Democratico popolare, con il Partito comunista e il Partito socialista. Pesa la scissione dei socialdemocratici di Palazzo Barberini, messa in atto un anno prima da Giuseppe Saragat. Una lezione che la Sinistra fatica ancora a elaborare e a non replicare in tutte le occasioni possibili . Vince la Democrazia Cristiana e Alcide De Gasperi diventa presidente del consiglio.

Esaurito l’argomento politica, il posto d’onore pensiamo tocchi a “N.U. – Nettezza urbana” di Michelangelo Antonioni, che in 12 minuti racconta la vita degli spazzini di Roma, Nastro d’Argento al Miglior documentario. Suggeriamo di recuperarlo perché diventi la base di un nuovo documentario, magari girato negli stessi luoghi.

Una storia di amore malato è raccontata in “Assunta Spina” regia di Mario Mattioli con Anna Magnani ed Eduardo De Filippo, tratto da un dramma di Salvatore Di Giacomo. La prima cosa da dire è che si tratta del secondo film italiano dove si dice una parolaccia: puttana, per l’esattezza. La trama racconta di Assunta Spina (Anna Magnani) che fa ingelosire il suo amante, Michele Boccadifuoco, (Eduardo) che per vendicarsi la sfregia in mezzo alla strada. Al processo, Assunta cerca di scagionarlo, di giustificarlo, ma l’uomo viene condannato a due anni da scontare nel carcere di Avellino. Per farlo restare a Napoli, Assunta accetta le avances di un cancelliere del tribunale, creandosi non pochi problemi. La storia finisce male, con Michele che, appena uscito dal carcere, uccide il cancelliere, ma è Assunta Spina ad accusarsi del delitto. Una storia per certi versi terribile e attuale ancora oggi.

Piccola curiosità fuori tema: vaffanculo, la prima parolaccia del cinema italiano viene detta nel film “Il ratto delle Sabine”, 1945, di Mario Bonnard con Totò e Carlo Campanini. Nessun commento su altri comici e usi alternativi del vaffa, preferiamo sempre il principe della risata.

“Orchidea bionda” (Ladies of the Chorus), musical di Phil Karlson, ci offre invece l’occasione di parlare di un’altra bionda esplosiva, che farà anche lei una brutta fine, cioè Marylin Monroe. Dopo tante particine, questo è il primo film dove recita un ruolo da protagonista, anche se con scarsi risultati al botteghino.

Se volete un esempio di tripudio di buoni sentimenti e storie accettate dai benpensanti dell’epoca, niente di meglio di “Cuore”, dall’omonimo libro di Edmondo de Amicis, di Duilio Coletti. Vittorio De Sica è il co-regista e l’interprete principale. Vincerà il Nastro D’Argento come migliore attore.

Non sfigura neanche “Ladri di biciclette”, sempre di Vittorio De Sica, dall’omonimo romanzo del 1946 di Luigi Bartolini, sceneggiato da Cesare Zavattini e da altri grandi nomi. Un capolavoro del neorealismo con l’esordio di Sergio Leone, uno dei registi che hanno scritto la storia del cinema, nel ruolo di una comparsa.

Sempre nel 1948 nasce il grande amore di Luchino Visconti per la Sicilia che avrà la sua apoteosi ne “Il Gattopardo”, 1963, con Claudia Cardinale e Alain Delon. Visconti sbarca in Sicilia per girare un documentario finanziato dal Partito comunista sulla strage di Portella della Ginestra ma resta affascinato dai luoghi e decide di girare “La terra trema”, tratto da “I Malavoglia” di Giovanni Verga, pubblicato nel 1881. Il film racconta il tentativo di riscatto sociale e di miglioramento economico di una famiglia di pescatori e si conclude amaramente con il protagonista che deve rinunciare al suo orgoglio, chinare la testa e chiedere lavoro al gruppo di sfruttatori che ha inutilmente combattuto. Un invito a restare al proprio posto, che non ha nulla di rivoluzionario, ma che suggerisce di non mettersi strani grilli in testa. Una storia che è molto tranquillizzante, molto educativa se vogliamo, e forse proprio per questo viene prodotta dalla Universalia, i cui proprietari bazzicano ambienti vaticani.

Nel 1948 esordisce in volume il Piccolo mondo di Giovannino Guareschi con “Don Camillo”. Grande scrittore e polemista mordace anche Guareschi subirà censure, processi e condanne (si scontrò e perse contro due corazzate tipo Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi) ma Peppone e Don Camillo si conquisteranno l’immortalità.

Primo libro anche per Elsa Morante con “Menzogna e sortilegio”, Truman Capote con “Altre voci, altre stanze” (Other Voices, Other Rooms) e per Norman Mailer con “Il nudo e il morto” (The Naked and the Dead). “The City and the Pillar”, titolato in Italia “La città perversa”, “Jim” e “La statua di sale”, di Gore Vidal scatena il puritanesimo americano perché racconta una storia d’amore omosessuale tra due ragazzi. Un libro così scandaloso che tutti i più importanti giornali Usa si rifiutarono di recensire.

Concludiamo ritornando nelle giungle misteriose dalla quali siamo partiti con il personaggio che ha dato il via al filone narrativo degli uomini e delle donne scimmia. Dopo dodici film, Johnny Weissmuller , il Tarzan più famoso della storia, già celebre campione olimpionico di nuoto, primo uomo a coprire i cento metri stile libero in meno di un minuto, appende la liana e il perizoma al chiodo per vestire i panni di Jim della Giungla, Jungle Jim, un personaggio dei fumetti apparso nel 1934, scritto e disegnato da Alex Raymond. “Tarzan e le sirene” (Tarzan and the Mermaids) di Robert Florey è l’ultima pellicola che lo vede rivestire i panni del primo e più grande uomo scimmia.

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