giovedì, 26 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Francesco Zanardi, il “sindaco del pane”
Pubblicato il 02-01-2018


Nelle storie del socialismo il suo nome è di solito accompagnato da “il sindaco del pane”, parole che ne qualificano l’impegno di amministratore tutto dedito alla causa del popolo.

Francesco Zanardi nacque a Poggio Rusco, in quel di Mantova, il  6 gennaio del 1873. Compiuti gli studi primari nel paese natale e quelli secondari a Mantova, frequentò i corsi di Chimica e Farmacia presso l’Università di  Bologna, conseguendo nel 1894 il diploma in farmacia e quattro anni dopo la laurea in  chimica e farmacia.

 Era ancora studente quando decise di aderire al Partito Socialista, del quale condivideva da qualche tempo i principi ispiratori e il programma.  Il paese attraversava allora uno dei momenti più difficili della sua storia: l’economia era ancora fortemente provata da una crisi le cui conseguenze gravavano massimamente sugli strati popolari, i governi, animati da spirito autoritario, ricorrevano a misure di polizia per fermare le agitazioni popolari, e il Partito socialista appena costituito subiva continue persecuzioni che colpivano con denunzie, arresti e destinazione al carcere o al confino i suoi uomini più rappresentativi.

Anche in Emilia non mancarono le persecuzioni: leghe e circoli vennero sciolti, tra i dirigenti Zanardi fu  arrestato e  condannato al confino, ma venne poi assolto.

 Sensibile ai problemi della povera gente, Zanardi si accostò ancor di  più al Partito socialista e si impegnò con straordinaria passione nella vita politica. La serietà del suo lavoro, la passione che traspariva dai suoi atti  lo resero presto estremamente  popolare e gli fecero meritare molte simpatie tra i lavoratori di Poggio Rusco, che nell’ottobre del 1901 lo vollero loro sindaco.

 Nel 1902, per le possibilità che la legge allora in vigore offriva, fu anche consigliere comunale e due anni dopo assessore all’igiene a Bologna, Vicepresidente dell’Amministrazione provinciale di Mantova e consigliere comunale a Magnacavallo. Dal 1908 ( e fino al 1921) fece parte del Consiglio provinciale di  Bologna.

Nel 1914 i socialisti conquistarono la maggioranza a Bologna e il 15 luglio lo elessero sindaco della grande città. Il programma  presentato alla cittadinanza poneva l’accento sulla sicurezza di vita e di istruzione  per gli strati popolari, a segnare la volontà di rompere con un passato fatti di indifferenza per le condizioni di vita di migliaia e migliaia di bolognesi. Col concorso dei consiglieri di maggioranza, artigiani, operai, sindacalisti, piccoli commercianti, lavoratori della sanità, professionisti, ecc. in rappresentanti di diverse categorie sociali, Zanardi si impegnò nella realizzazione di una politica nuova, tendente tra l’altro a liberare il popolo dal fiscalismo borghese, attraverso una tassazione più equa, ad agevolare la frequenza scolastica, a calmierare i prezzi dei generi di maggiore consumo. ad attivare i servizi di igiene pubblica, ad assicurare l’assistenza nelle malattie.

L’inizio della Grande guerra lo vide nettamente avverso alla partecipazione dell’Italia, per cui venne preso di mira dalla polizia e  limitato al massimo nella sua attività politica. Quando poi l’intervento venne deciso, fece ogni sforzo per alleviare le sofferenze della popolazione. A questo fine istituì l’Ente Autonomo di Consumo, sì da garantire l’approvvigionamento del pane, e acquistò due piroscafi per il trasporto di carbone necessario per il funzionamento degli impianti del gas per la cittadinanza.

Fu nel complesso un impegno veramente grande, in linea con lo spirito e i principi caratterizzanti il municipalismo socialista, che gli guadagnò la pubblica riconoscenza e lo fece  divenire  una figura simbolo nel panorama politico del tempo: “il sindaco del pane”.

Il suo impegno di sindaco si interruppe quando,  il 16 novembre del ’19, venne eletto deputato alla Camera nel collegio di Bologna. Ritenne allora di doversi dimettere per dedicarsi interamente all’attività parlamentare. L’impegno a più alto livello non gli fece dimenticare i  lavoratori che lo avevano tanto amato, e infatti  ne difese gli interessi con la passione che lo distingueva.

Alla vigilia delle nuove elezioni amministrative, fissate per il novembre del 1920, si trovò coinvolto in un tragico episodio di violenza: al termine di un suo comizio numerosi manifestanti tentarono di assaltare il carcere, e nello scontro a fuoco che ne seguì con le guardie caddero colpiti a morte quattro degli assalitori e  due guardie.

Col montare delle violenze fasciste venne fatto segno a minacce,  insulti e anche aggressioni fisiche, nelle quali gli squadristi  sfogavano l’odio contro un fedele e solerte rappresentante dei lavoratori.

Senza perdersi d’animo, insistette nel suo lavoro politico e nell’azione propagandistica, sfidando quotidianamente la violenza, e venne rieletto deputato nel 1921. Costretto però ad allontanarsi dalla città, si trasferì a Roma. Nella capitale visse anni di dolore per la morte del figlio ventiduenne Libero, già gravemente malato e vittima della violenza fascista.

Dal 1924 si appartò dalla vita politica dedicandosi a una azienda da lui precedentemente avviata. Venne tuttavia sorvegliato dalla polizia in misura sempre più soffocante e frequentemente minacciato e diffidato. Nel  febbraio del 1938 subì l’arresto, seguito  dall’assegnazione al confino per cinque anni  a Cava dei Tirreni,  poi a  Sant’Antonio di  Porto Mantovano, infine nella sua  città natale.

Alla caduta dl fascismo tornò a militare nel Partito Socialista, e nel giugno del ’46 venne eletto alla Costituente con una imponente messe di voti, coi quali il popolo che lo aveva sempre amato volle riconfermargli i propri sentimenti. Nel 1947 aderì al neonato PSLI e nel 1948 fu tra i senatori di diritto.

Morì a Bologna  il 18 ottobre del 1954. La sua  scomparsa suscitò un profondo, sentito dolore tra quanti  ne avevano conosciuto e apprezzato la dirittura morale, la fede profonda nel socialismo, il  legame di tutta una vita coi lavoratori.

Giuseppe Miccichè

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