lunedì, 23 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

I due modelli di partito azienda e la crisi della politica
Pubblicato il 30-01-2018


Non voterei per i pentastellati neppure sotto tortura. Non già perché promettono mari e monti: il viziaccio è generale. Mi fa orrore il loro giustizialismo esasperato, manicheo: i puri (noi) di qua, i corrotti (tutti gli altri) di là. Certo, non l’hanno inventata loro la questione morale; né hanno tracciato la via giudiziaria al potere: Berlinguer li ha preceduti su entrambi i fronti. Eppure il PCI credeva fermamente nel sistema dei partiti, nei sindacati, e nelle culture politiche. I seguaci di Grillo no, loro pensano che i partiti siano cloache a cielo aperto, i sindacati inutili, e le ideologie del Novecento roba ammuffita. Ma siccome neppure il “nuovista” più infervorato può tranciare di netto ogni legame con il passato, ecco che hanno ripescato l’ideale più confacente al loro pessimismo cosmico: quello rousseauiano – “l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”. Rousseau è anche il teorico della democrazia diretta (“la sovranità non può mai essere alienata; il corpo sovrano non può essere rappresentato che da se stesso”), ottimo viatico per una società del plebiscito nell’epoca dei social media. E infatti, gratta gratta, emerge una tendenza al totalitarismo digitale: i pentastellati vogliono una società compatta, amorfa, e al tempo stesso spiccatamente individualistica. Assommano quindi i difetti del comunismo e del liberalismo. A parte il riferimento a Rousseau, questi rivoluzionari del Ventunesimo secolo ostentano ambiguità ideologica. Non si collocano né a destra né a sinistra, snobbano con disprezzo queste categorie arcaiche, relitti di un naufragio epocale. Meglio dividere il mondo, con la spada fiammeggiante, fra onesti e ladri, popolo puro ed élites corrotte. Così, paradossalmente, ritorna l’antico che più antico non si può.

Ciò che spicca è l’antipartitismo preconcetto. Qualunque partito – corpo intermedio fra società e Stato; organismo mediatore della volontà popolare nel Parlamento – è corruttore per definizione, lo è geneticamente, anche se i suoi esponenti non rubano neppure un centesimo. E infatti il Mov. Cinque stelle, sedicente non-partito, può violare sfacciatamente l’art. 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato: i suoi candidati a cariche elettive firmano contratti-capestro: in caso di dissenso devono pagare multe esorbitanti. Una volta eletti, i dissenzienti subiscono forme di mobbing, affinché si dimettano.

Un altro problema amplifica quelli appena descritti: il Mov. 5 stelle è un partito-azienda: il logo e il simbolo appartengono più o meno direttamente a Grillo e a Casaleggio (tramite l’Associazione Rousseau?), e non alla generalità degli iscritti e dei gruppi dirigenti. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole: Grillo ha ripreso il modello antipolitico berlusconiano. In realtà è avvenuta una mutazione genetica. Berlusconi era l’emblema dell’imprenditore prestato alla politica, uomo del fare in contrapposizione ai politici parolai: l’Italia è una fabbrica ciclopica, e come tale va gestita. Basta con estenuanti mediazioni, ci vuole più mercato, più managerialità, più ricchezza. E, soprattutto, più libertà. Questo, in nuce, il manifesto della fantomatica rivoluzione liberale, annunciata e mai realizzata. Coerentemente con tale disegno, Berlusconi puntava a sedurre il ceto medio frustrato; la sua è stata una riproposizione della “marcia dei quarantamila” a Torino (la manifestazione del ceto medio professionale “silenzioso” contro il PCI e i sindacati, che spadroneggiavano alla FIAT), in odio alla sinistra postcomunista e al suo mito: l’egalitarismo, l’operaismo. Una classica rivoluzione borghese, per quanto grottesca: l’imprenditore di successo dava voce e rappresentanza politica a chi si sentiva soffocato dall’egemonia comunista pur avendo già un qualche potere economico o una discreta posizione sociale (il popolo delle partite IVA/i lavoratori autonomi vessati dallo Stato, i liberi professionisti ecc.).

Berlusconi prometteva una libertà canonica, quella neoliberale: basta con lacci e lacciuoli, l’imprenditore, emancipato dalla politica asfissiante, sprigionerà energie enormi. Il berlusconismo è un thatcherismo all’acqua di rose, adattato allo spirito di un popolo vociante ma incline al compromesso, talora acquiescente verso i tatticismi opportunistici, purché non tocchino gli interessi di bottega; un popolo di cattolici che si professano comunisti, un popolo in cui coesistono due anime: quella anarchica e quella apatica (l’atavico “familismo amorale”…). L’antipolitico Berlusconi però aveva un’àncora tradizionale con cui ormeggiava la sua nave nuova di zecca: il liberalismo conservatore. E’ anche per questo, e non solo per i suoi “guai giudiziari”, che non si è mai fatto irretire dalle sirene del giustizialismo. (Un giorno gli verrà riconosciuto un merito: l’aver coagulato una destra di governo “trasversale”, che ha legato le mani ai forcaioli del MSI e della Lega Nord. Così ha impedito che l’Italia si trasformasse in una “Repubblica giudiziaria”. Ha anche concepito una politica estera intelligente, articolata, con obiettivi chiari.)

L’ex comico è un leader completamente diverso: se ne infischia della coerenza ideologica: l’unico leitmotiv è, appunto, il disprezzo per la democrazia rappresentativa. Grillo poi è antiborghese: sfoggia i panni del Sanculotto, e rivolge la sua predicazione alla massa informe, agli esclusi, agli emarginati. Di qui la potenziale carica sovvertitrice. Potenziale perché, in assenza di una ideologia politica strutturata (socialisteggiante), il sovversivismo è antipolitica allo stato puro, odio per “la casta”, per le élites corrotte. Non c’è alternativa “riformistica” allo status quo, bisogna distruggere il sistema, per ballare – con ghigno sadico – sulle macerie. In questo Grillo è un profeta istrionico dell’anarchismo in salsa italiana. E’ un Giotto rispetto a un Cimabue: ha superato il suo maestro di Arcore. La sua creatura, che si autodefinisce con sussiego “movimento”, sta ai partiti come l’antimateria sta alla materia. Grillo ha capito più di chiunque altro che la crisi della politica apre straordinarie opportunità. Finché dominavano le grandi narrazioni politico-filosofiche (socialismo, liberalismo ecc.) e i partiti di massa che le incarnavano, il genio anarchico-individualista dell’italiano era tenuto a freno. Ora è possibile un’utopia in linea con i tempi: una libertà nuova, assoluta, inebriante: il cittadino o è del tutto autonomo, una monade vagante nell’etere, o non è; si può vivere benissimo senza l’abbraccio soffocante di partiti, di sindacati, di poteri forti, di banche, di Ministeri della salute che ti vaccinano per compiacere le lobby farmaceutiche ecc.

In sintesi: a Berlusconi non andavano a genio i partiti vecchio stampo: le imprese sono il motore della società. Grillo guarda di traverso sia i partiti, tutti indistintamente, sia le grandi aziende (tranne la sua): i potentati economici inquinano la società, il denaro (ad eccezione di quello che affluisce al suo movimento) è lo sterco del demonio. Il male, insomma, dilaga: si annida in ogni forma di potere, sia politico che economico. Ecco un antipartitismo radicale in cui è innestato un anticapitalismo moralistico e anarchico, senza alcun obiettivo o base dottrinaria (la decrescita felice? Le banche etiche? Il cooperativismo socialista?). Noi, residui dell’Ancien régime, non abbiamo le coordinate culturali per capire questo guazzabuglio.

Attenzione, però: Grillo, figlio della rivoluzione digitale, ha un piede nel futuro; Berlusconi, figlio della Guerra Fredda, ha tutti e due i piedi nel passato. Il non-partito chiama in causa la politica stessa così come l’abbiamo vissuta finora, ne mette in discussione la ragion d’essere. Qui è l’ultima, sostanziale differenza tra l’allievo e il maestro. Berlusconi ha rivoluzionato il linguaggio della politica, trasformando il senso comune televisivo in una forza politica. Grillo, ben consigliato, è andato ben oltre. Ha compreso che la rivoluzione digitale avrebbe sconvolto la politica tradizionale, che è fatta di riunioni, di tesserati, di correnti, di accordi, di gruppi dirigenti autonomi, di mediazioni. Il Mov. 5 stelle è il primo partito digitale, e la sua forza dirompente risiede nell’uso capillare dei social-media. L’ideale della democrazia diretta si sposa perfettamente con facebook: il click del mi piace è la nuova forma di consenso. Facebook e whatasapp consentono anche di propagare (“condivi se sei d’accordo”) immagini e testi con velocità impressionante. Ben pochi si prendono la briga di riflettere o di verificare il messaggio – ciò sarebbe contrario allo spirito dei social media. Così mille attivisti possono raggiungere centomila persone in pochi secondi, ognuno diffonde il virus tramite la propria rete di contatti che si amplifica esponenzialmente tramite i contatti dei contatti…

E tuttavia sarebbe un grave errore demonizzare il Mov. 5 stelle. Buddisticamente, non esiste una negatività assoluta. Questo bizzarro non-partito, scompigliando le carte del gioco, accresce la nostra consapevolezza politica – e ci obbliga a scovare soluzioni creative a problemi incancreniti. In questo è affine alla Lega. Con una differenza. Il destino della Lega è legato a questioni che, pur serie, sono contingenti o passeggere (l’immigrazione, la crisi d’identità generata dalla globalizzazione…). Il Mov. 5 stelle avrà vita più lunga: sguazza in una crisi politica che è sistemica, radicale.

Intendiamoci su un punto: il fatto che i grillini vogliano propinarci una medicina peggiore del male che ci affligge, non significa assolvere chi ci ha traghettati sull’orlo del precipizio. Il mostriciattolo partito-azienda lo si poteva soffocare nella culla. Sarebbe bastata una legge che disciplinasse la vita interna dei partiti, più trasparenza e regole uguali per tutti. Nella Prima Repubblica questa strada non era percorribile: il PCI l’avrebbe sbarrata. Costituzionalizzare la forma-partito democratica avrebbe significato demolire la struttura portante del PCI: il “centralismo democratico” di impronta leninista – le élite decidono la linea, la base discute ma poi segue alla lettera. L’unica scintilla la accese il PSI di Craxi, il primo leader a farsi eleggere direttamente da una assemblea. Che in una democrazia il partito politico – cellula primordiale – debba rispecchiare l’organismo di cui fa parte è ovvio. Altrimenti viene meno l’osmosi con la società civile, i ceti dirigenti si sclerotizzano, si aggregano élite autoreferenziali. Il rischio è che i partiti si trasformino in macchine di potere, etero dirette da oligarchie. L’unico vaso comunicante con la società civile a quel punto è la clientela, e la sua manifestazione è il voto di scambio.

Ma neppure i partiti diversi dal PCI avevano la coscienza pulita: le correnti, facevano il bello e il cattivo tempo; e la trasparenza, per loro, era veleno: la Guerra Fredda, che fu soprattutto una competizione finanziaria fra Washington e Mosca (ognuno foraggiava in segreto i propri alleati), fra le sue conseguenze ebbe quella di confondere corruzione (arricchimento personale), clientelismo (piaga atavica) e finanziamento illecito alla politica. Senonché una falsa rivoluzione mediatico-giudiziaria, Mani Pulite, aprì la piaga purulenta. Ma nessun leader ha proposto la terapia giusta. L’unica novità post-Tangentopoli fu la nascita di Forza Italia. Altro che democrazia degli iscritti! Da allora, stiamo parlando del 1994, non sono mancate le occasioni per porre mano a una riforma della Costituzione. I partiti hanno preferito fare orecchie da mercante: meglio tenersi Berlusconi, che è un utile spauracchio, e aver mano libera. Cosa è stato fatto per prevenire il populismo e la sua personificazione, il partito-azienda? Nulla! Tant’è che oggi ne abbiamo due versioni concorrenti: quella classica, berlusconiana, e quella 2.0, grillina. I partiti tradizionali, soprattutto quelli grandi, hanno offerto il collo alla ghigliottina “populista”. Le nomenclature continuano, imperterrite, a cooptare i loro collaboratori ed eredi dall’alto. E’ comprensibile che il cittadino qualunque, amareggiato da questo stato di cose, dia ragione ai parvenu della politica: i partiti sono diventati “poltronifici”, dispensatori di cariche ben remunerate.

Abbiamo di che riflettere. Perché – qui sta la genialità di Grillo e di chi lo attornia – il Mov. 5 stelle scavalca (e cavalca) la sinistra, pur pescando nel bacino della destra. Non è un partito equidistante: è molto più sinistrorso di quanto si pensi. E’ cioè antisistema, rivoluzionario, alternativo al potere dominante. Che interpreti in maniera rocambolesca, e forsanche pericolosa, questo ruolo, non muta di un ette la situazione: è la crisi della sinistra ad aver aperto la voragine da cui è spuntato come un fungo velenoso questo movimento di liberi cittadini moralizzatori. Berlusconi non è mai stato un pericolo. E la stessa destra sociale e xenofoba, che pure sta cannibalizzando la sinistra neoliberale (prima gli italiani! Pensioni, case e lavoro ai connazionali!), è un avversario ideale. La vera sfida proviene da questo non-partito di invasati – da che mondo è mondo, spetta alla sinistra incanalare le proteste degli ultimi, dei derelitti, degli esclusi. Morale della favola: o riscopriamo le nostre radici culturali, riproponiamo un programma socialista, stiamo dalla parte dei deboli anche quando hanno torto, oppure siamo destinati a scomparire. E siccome da sempre sbraitiamo sul primato della politica, sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica, è dalla madre di tutte le riforme che dobbiamo prendere le mosse: la legge sulla forma-partito democratica. Il partito-azienda 2.0 è là, sulla riva del fiume, che aspetta.

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Commenti all'articolo
  1. Se per azienda intendiamo quella cui facciamo convenzionalmente riferimento, ossia una entità guidata da un titolare, che ne è pure il proprietario e che ne determina le strategie ed azioni, nel senso che da lui dipende la “politica aziendale”, a me sembra che, col diffondersi del leaderismo, siano un po’ tutti i partiti, o quasi, a potersi definire “partito azienda”, atteso che tutto il “potere” decisionale si concentra di fatto nelle mani di chi ha la titolarità del partito (e le tensioni e frizioni cui abbiamo di recente assistito riguardo alle candidature possono esserne la oggettiva riprova).

    Per correggere od attenuare una tale impostazione “verticistica”, andrebbero a mio avviso reintrodotte le preferenze, quale via per dare rappresentanza all’elettore, e per far sì che gli eletti, forti del consenso personale ricevuto, possano mitigare in qualche misura la forza del Leader, senza tuttavia indebolirlo, o compromettere il lavoro di squadra, e per arrivare a tale duplice risultato credo si dovrebbe valutare l’ipotesi del presidenzialismo o premierato forte, ossia l’elezione diretta della “figura governante”, con annesso sistema proporzionale, di lista o di coalizione, a sostegno del candidato a. detto ruolo

    Circa il populismo, non andrebbe dimenticato che si alimenta sovente del disagio sociale, un disagio che i partiti tradizionali – o le “nomenclature” – stentano probabilmente ad interpretare, forse perché troppo autoreferenziali e “prigionieri” delle proprie convinzioni al punto da non captare gli “umori” del Paese, o forse perché non sanno uscire dalle loro contraddizioni, atteso che, per fare un esempio pratico, sentiamo continuamente ripeterci la necessità di difendere e rivalutare la classe media, salvo poi caricarla di tasse e costi vari, e poiché mi sto riferendo in particolare alla “sinistra” non si riesce più a distinguerne la parte “riformista” da quella “massimalista” (almeno questa è la mia impressione).

    Paolo B. 31.01.2018.

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